Caro Saviano, …

GIOVANNI BIRINDELLI, 13 July 2010

(Original publication: Catallaxy Institute)

Caro Saviano,

Le scrivo questa lettera sapendo che non la leggerà mai. Soprattutto le scrivo questa lettera sapendo che, in quanto tale, non può che accennare in modo estremamente sommario e parziale alle cose di cui parla. Ma gliela scrivo lo stesso.

Nel suo articolo del 13 luglio 2010 sul Corriere della Sera lei racconta i modi in cui le mafie, attraverso il controllo e l’acquisto di voti, “arrivano a governare l’intero paese”. Come soluzione, lei propone il “commissariamento dalla provincia alla regione”.

Alla fine del suo articolo, lei si pone una domanda: “come è possibile che tutto questo lasci indifferente un paese?”.

Io pongo un’altra domanda, dalla risposta alla quale credo che derivi non soltanto una buona parte della risposta alla sua di domanda, ma anche una sostanziale modifica, se non un capovolgimento, dei termini del problema che lei ha affrontato nel suo articolo, nonché dell’approccio strategico che lei ha suggerito per tentare di ridurlo.

La domanda che pongo è la seguente: cosa è che, perché queste possano “garantirsi uno stipendio”, permette a migliaia di persone di “vendere il proprio voto a ras politici che si spostano da una parte o dall’altra a seconda di quanta disponibilità agli affari abbia lo schieramento politico di turno”?

Le dò una mia interpretazione della risposta del premio Nobel Friedrich von Hayek (1899-1992): ciò che consente agli elettori di fare questo è il fatto che la stessa istituzione (il parlamento) ha, da un lato, il potere di occuparsi di leggi (e cioè di questioni di principio) e, dall’altro, quello di occuparsi di misure, le quali spesso possono comportare una particolare allocazione di risorse. Nonostante gli effetti di questo conflitto d’interessi del parlamento (la casta, la corruzione, i rapporti fra mafia e stato, eccetera) siano universalmente percepiti, esso (il conflitto d’interessi del parlamento), in sé, rimane invisibile a quasi tutti: una delle ragioni è il fatto che entrambe, leggi e misure, vengono oggi chiamate con lo stesso nome (“leggi”). In altre parole, il conflitto d’interessi del parlamento in quanto tale rimane invisibile a tutti o quasi a causa del capovolgimento dell’idea di legge che, nata come argine al potere, è diventata strumento di potere (e di fatto è stata universalmente accettata come tale).

Questo conflitto d’interessi “a monte” del parlamento produce, da un lato, quello “a valle” dei detentori del potere politico (individui o gruppi particolari, di destra o di sinistra, i quali hanno il potere di usare le “leggi” per il perseguimento di interessi particolari: le cosiddette “leggi” ad personam e ad personas). Dall’altro lato, il conflitto d’interessi a monte del parlamento produce quello degli elettori, i quali hanno la possibilità di votare per l’assemblea legislativa in funzione dei loro interessi particolari. Nel caso degli elettori, questo voto di scambio può essere legale (l’impiegato Alitalia che vota per la coalizione che si impegna come governo a non privatizzare la compagnia; il pensionato che vota per la coalizione che si impegna a sostenere un governo che assicuri il programma pensionistico più generoso) o illegale (il voto di scambio mafioso), ma in entrambi i casi illegittimo: a livello di principio non c’è infatti una gran differenza, tranne per il fatto che in alcuni casi a questo voto di scambio sono associati nomi altisonanti (di solito aventi il suffisso “sociale”) mentre in altri casi ad esso sono associati nomi giustamente infamanti.

Friedrich von Hayek propone di risolvere il conflitto d’interessi degli elettori risolvendo il conflitto d’interessi del parlamento. In particolare, egli suggerisce di muoversi gradualmente e spontaneamente verso una situazione in cui i poteri che oggi sono riuniti nella stessa assemblea (il parlamento) siano invece separati fra due assemblee distinte e separate: quella legislativa (che si occuperebbe solo di leggi in senso proprio, senza nessun potere in termini di risorse e senza nessuna capacità di spesa) e quella governativa (che si occuperebbe di misure, e quindi anche di allocazione di risorse, ma in nessun modo di leggi in senso proprio).

Fra le altre cose, se effettiva e totale, questa separazione di poteri consentirebbe di togliere il diritto di voto per la sola assemblea governativa a chi a qualunque titolo percepisce denaro pubblico (dal presidente della repubblica al pensionato, dal titolare di concessioni pubbliche a chi si aggiudica appalti pubblici, dall’impiegato pubblico al disoccupato che percepisce il sussidio di disoccupazione) senza che gli sia tolto il diritto di voto per l’assemblea legislativa, senza quindi perdere nulla in termini di rappresentatività legislativa. Questa privazione del diritto di voto per la sola assemblea governativa potrebbe estendersi per un certo numero di legislature oppure per sempre. In questo modo, da un lato, chi si candida alle elezioni per l’assemblea governativa avrebbe meno chances di comprare i voti degli elettori (sia in modo legale che illegale), ma soprattutto queste chances diminuirebbero via via a ogni tornata elettorale successiva in quanto la composizione degli elettori dell’assemblea governativa sarebbe costituita sempre meno da elettori che hanno un conflitto d’interessi e quindi la possibilità di mettere in vendita i loro voti.

La proposta di Hayek (di cui quello a cui ho accennato in modo estremamente superficiale non è che una parte) può avere dei limiti e probabilmente è migliorabile, ma non eludendo il cuore del problema che essa ha il pregio di identificare e di tentare di risolvere. Cercare di risolvere il problema del voto di scambio, legale o illegale che sia, all’interno del conflitto d’interessi del parlamento (e quindi di quello degli elettori), ricorda il tentativo durato quasi duemila anni di risolvere il problema dell’apparente retrogressione dei pianetiall’interno della visione geocentrica: una mission impossible in quanto l’apparente retrogressione dei pianeti attorno alla terra è prodotta dalla stessa visione geocentrica.

Il “commissariamento della provincia o della regione”, avvenendo all’interno del conflitto d’interessi del parlamento e degli elettori, non è una soluzione nemmeno a breve termine: situazioni di emergenza possono prevedere misure straordinarie, ma se il potere di dichiarare lo stato di emergenza (e la sua fine) e quello di gestire i poteri straordinari che questa situazione di emergenza richiede, risiedono in ultima istanza nelle mani della stessa istituzione, e se la stessa assemblea ha sia il potere di occuparsi di leggi che di misure, siamo da capo e quarantotto. Dal conflitto d’interessi degli elettori e del parlamento se ne esce diminuendo la concentrazione di potere e l’arbitrarietà, non aumentandoli.

Arrivo alla sua domanda: come è possibile che tutto questo lasci indifferente un paese? Essendo stato educato alla legge intesa come provvedimento dell’autorità (espressione della maggioranza rappresentativa); alla legge che esiste in quanto espressione della sua volontà, della sua decisione e/o delle sue opinioni; all’uguaglianza davanti alla legge intesa come disuguaglianza legale; alla certezza della legge intesa nel senso di precisione, e non nel senso di impossibilità che cambi (Berlusconi può rendere il falso in bilancio legale nei casi in cui gli conviene, ma non ha il potere di renderlo legittimo; maggioranze di diverso tipo -anche costituzionali- hanno il potere di rendere legale la disuguaglianza davanti alla legge introducendo la progressività fiscale, ma non hanno quello di renderla legittima); essendo stato educato alla democrazia come regola della maggioranza, per cui se una decisione è presa a maggioranza allora essa è democratica; essendo stato educato a tutto questo, anche attraverso la nostra costituzione, fin dalla nascita della Repubblica, dicevo, c’è davvero da stupirsi che un paese rimanga indifferente a gruppi particolari che usano sistematicamente il potere politico per il perseguimento di interessi particolari?

Esiste un’altra idea di legge che non può essere utilizzata come strumento di potere e quindi per perseguire interessi particolari. Sebbene sia quella originaria, essa oggi appare come un controsenso a quasi tutti: questa idea di legge, che non può essere confusa con una misura, non è un provvedimento deciso dall’autorità, ma un principio astratto che esiste prima della legislazione e indipendentemente dall’autorità (Hayek, Leoni, Dworkin), la quale ha il potere di difenderlo e eventualmente di scoprirlo, ma non di farlo: la legge, nel senso originario del termine, non può essere fatta più di quello che può esserlo un albero. Una legge è frutto di un processo di selezione graduale e spontaneo di usi e convenzioni “di successo”, nel senso che nel tempo hanno dimostrato di contribuire ad aumentare le chances di sopravvivenza della società e si sono trasformate in principio morale (Hume). In quanto risultato della selezione delle convenzioni più forti, la legge intesa come principio è la legge del più debole, mentre la legge intesa come provvedimento (la legge “fatta”), essendo il risultato della volontà o dell’opinione del più forte (per esempio perché più numeroso), è la “legge” del più forte, cioè non è legge. La legge è indipendente dalle convinzioni e dalle opinioni degli elettori: se la maggioranza delle persone fosse a favore dello stupro questo non renderebbe legittimi lo stupro e democratica la decisione dell’autorità rappresentativa di permetterlo (lo stesso vale ovviamente nel caso del genocidio e del furto, per fare solo un paio di esempi in cui storicamente la legge è stata e/o continua ad essere violata legalmente).

In un sistema dove i legislatori, invece che archeologi, sono palazzinari; in un sistema in cui le persone non hanno mai avuto l’opportunità di votare per questioni di principio indipendentemente dai propri interessi; in un sistema che ha ridotto i cittadini a pecore di cui il governo è pastore (Tocqueville) e ad accattoni che di mestiere fanno gli elettori (Antiseri); in un sistema di questo tipo, basato su un’idea perversa di legge che è opposta a quella originaria (Bastiat, Hayek, Leoni), c’è davvero da stupirsi che le persone siano indifferenti?

Lei afferma che l’inchiesta di cui racconta dimostra il “fallimento della democrazia in territorio campano”. Io le dico che il fallimento della democrazia, in Italia e non solo, è dimostrato dalla risposta alle domande “che cosa è secondo lei la democrazia?” e “che cosa è secondo lei la legge?” fatte a mille o diecimila persone per strada, da Nord a Sud: la sfido a trovarne una sola che sostanzialmente non identifichi la democrazia come quel sistema politico basato sulla regola della maggioranza rappresentativa e la legge con la decisione formalmente e proceduralmente corretta di questa autorità. Eppure, se uno chiedesse a quelle stesse persone se trovano democratica una decisione della maggioranza rappresentativa che decida il colore delle loro mutande, forse alcune potrebbero, non dico intuire che la democrazia è quel sistema politico in cui le decisioni di gruppo (e quindi la regola della maggioranza), sono ridotte il più possibile e comunque sono limitate dalla legge intesa come principio, ma almeno iniziare a nutrire un temporaneo dubbio sulla definizione di democrazia che esse hanno appena dato.

Comment

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s