Sull’evasione fiscale

GIOVANNI BIRINDELLI, 3 September 2010

(Original publication: Catallaxy Institute – Un articolo più completo sullo stesso tema è qui)

Il più grande giornale italiano ha mosso oggi il solito attacco “morale” contro l’evasione fiscale (vedi l’articolo di Sergio Rizzo su corriere.it del 20 agosto 2010). Ovviamente, la dimensione morale dell’evasione fiscale è una questione che riguarda quanto meno ogni “democrazia” occidentale il cui sistema fiscale è basato sulla progressività fiscale.

E’ interessante notare che coloro che emettono verdetti “morali” così ad alta voce e così definitivi contro gli evasori fiscali non mettono mai in discussione la moralità dei sistemi fiscali progressivi e illimitati, e cioè dei sistemi fiscali basati sulla progressività e sull’assenza di limiti di principio a ciò che queste tasse (che implicano coercizione di alcuni da parte di altri) possono finanziare. Questo è particolarmente sorprendente nel caso di Rizzo, il cui famoso libro La Castadescrive con dettaglio, completezza e efficacia straordinari, il punto a cui, nel caso italiano, è arrivato l’uso dei soldi dei contribuenti per la promozione di interessi particolari.

Ogni tanto, in Italia, qualche giornalista o politico si chiede se una riduzione della pressione fiscale conviene per il conseguimento di fini particolari, per esempio economiciTuttavia, la questione della moralità di sistemi fiscali progressivi e illimitati non è quasi mai sollevata, nemmeno dalle vittime di questi sistemi fiscali e/o di questi attacchi “morali”.

Affrontare questa questione è d’altronde necessario per stabilire se una persona che evade le tasse sta facendo qualcosa di immorale.

Friedrich von Hayek ha scritto che: «La redistribuzione delle risorse mediante la progressività fiscale è arrivata ad essere quasi universalmente vista come giusta. Eppure sarebbe scorretto evitare di discutere di questo argomento. Inoltre ciò significherebbe ignorare quella che a me sembra essere non solo la principale fonte di irresponsabilità dell’azione democratica, ma anche la questione cruciale dalla quale dipenderà il tipo di società che avremo. Seppure può richiedere uno sforzo considerevole liberarsi da quello che è diventato un credo dogmatico su questa materia, dovrebbe diventare evidente, una volta che questa questione sarà stata analizzata chiaramente, che è qui, più che da altre parti, che le politiche sono diventate maggiormente arbitrarie».

Alcune delle principali ragioni per cui, da un punto di vista liberale, la tassazione progressiva è ingiusta, sono che essa consiste nell’uso del potere politico per la promozione di interessi particolari e che discrimina arbitrariamente contro individui o categorie di individui particolari. In altri termini, la tassazione progressiva è illegittima perché viola la legge e il principio di uguaglianza davanti alla legge.

Molte persone si oppongono a questa affermazione. In quanto segue vorrei discutere molto superficialmente alcuni dei più comuni argomenti a cui queste persone normalmente fanno ricorso nel sostenere questa loro opposizione. (Non discuterò qui le ragioni per le quali la tassazione progressiva va necessariamente contro gli interessi di lungo termine perfino di coloro a favore di cui redistribuisce, né quelle per cui distrugge la solidarietà vera – quella individuale e volontaria – ed è anti-sociale)

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In primo luogo, molte persone in Italia risponderebbero che la tassazione progressiva non viola il principio di uguaglianza davanti alla legge in quanto essa (la tassazione progressiva) è imposta dalla stessa costituzione che dovrebbe proteggere quel principio. Questa obiezione ha solamente l’effetto di dimostrare come un tipo di costituzione come quella italiana (cioè un tipo di costituzione che non si limita a definire le istituzioni e a separarne i poteri) può essere usata, da una maggioranza sufficientemente larga e con sufficienti poteri, come uno strumento per il perseguimento di interessi particolari, per esempio quelli delle categorie di persone dei cui voti l’autorità ha bisogno al fine di essere (ri-) eletta.

Quando la corte costituzionale italiana si è pronunciata dicendo che il cosiddetto “Lodo Alfano” (una misura approvata dalla maggioranza parlamentare controllata dall’attuale presidente del consiglio al fine di proteggere le “quattro più alte cariche dello stato” dai processi giudiziari, e cioè al fine di proteggere lo stesso presidente del consiglio dai suoi processi) era incostituzionale in quanto violava il principio di uguaglianza davanti alla legge (articolo 3), ha affermato che, per passare, il Lodo Alfano dovrebbe essere approvato come “legge costituzionale”. In altre parole, come nel caso della tassazione progressiva, violare il principio di uguaglianza davanti alla legge va bene, purché sia la stessa costituzione che dovrebbe difenderlo a farlo.

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Altre persone sosterrebbero, in Italia come altrove, che la progressività fiscale non viola il principio di uguaglianza davanti alla legge in quanto tutti coloro che guadagnano più di euro vengono tassati z% (allo stesso modo in cui tutti coloro che guadagnano meno di n euro sono tassati y%, con z maggiore di y). Questa obiezione assume un’idea di uguaglianza davanti alla legge molto particolare, quella in base alla quale l’autorità a) fissa un parametro arbitrario (poniamo il reddito); b) forma arbitrariamente, sulla base di questo parametro, diverse categorie di individui; e c) tratta diversi individui in modo diverso, ma uniforme all’interno di ciascuna di queste categorie arbitrarie.

E’ molto curioso il fatto che di solito le stesse persone che fanno questa obiezione dichiarano sonoramente e orgogliosamente di essere contro il “Lodo Alfano”, o la discriminazione degli omosessuali o quella delle minoranze etniche. Infatti, queste forme di discriminazione sono basate sullo stesso concetto di uguaglianza davanti alla legge della progressività fiscale: in tutti questi casi l’autorità ha fissato un parametro arbitrario (l’ “altezza” della carica ricoperta; l’orientamento sessuale; l’origine etnica), ha formato arbitrariamente delle categorie sulla base di questo parametro (“alte” e “basse” cariche; omosessuali e eterosessuali; ebrei e ariani) e infine ha trattato gli individui in modo diverso ma uniforme all’interno di ciascuna di queste categorie.

Questa non è uguaglianza davanti alla legge: questa è disuguaglianza legale. Come spiega in modo meraviglioso Hayek, esiste una diversa idea di uguaglianza davanti alla legge (quella originaria) che consiste nell’uniforme trattamento di tutti gli individui davanti alla legge intesa, non come comando dell’autorità, ma nel senso di principio astratto indipendente dall’autorità.

Questa idea originaria di uguaglianza davanti alla legge, la quale non permette all’autorità di classificare gli individui in diverse categorie e di trattarli differentemente a seconda della categoria in cui li ha classificati, presuppone un’idea di legge non solo diversa ma opposta a quella che abbiamo oggi: la legge intesa come limite al potere arbitrario, non come suo strumento.

In questo senso originario, la legge non è la regola (thesis) di un ordine sociale arbitrario (taxis), come ad esempio un’organizzazione, in cui gli individui hanno finalità collettive, ma piuttosto la regola (nomos) di un ordine spontaneo (cosmos) il quale, come un’organizzazione, è il prodotto dell’azione dell’uomo ma, al contrario di un’organizzazione come di qualsiasi altro tipo di ordine arbitrario, non è frutto del disegno e dei comandi dell’uomo e quindi è la legge di una società libera in cui gli individui non hanno, né possono avere, ne si presume abbiano, né sono forzati ad avere, finalità collettive. La legge nel senso originario di nomos, essendo un principio astratto, non può avere dei fini particolari, mentre la legge nel senso di thesis li può avere e di fatto li ha quasi sempre.

Questa idea originaria di legge implica che la legge esiste prima della legislazione e indipendentemente dall’autorità. Nessuno ha il potere di decidere che rubare è legittimo (o giusto): in una società libera, l’autorità ha solo il potere di difendere (e eventualmente quello di scoprire, nel caso in cui non fosse stato ancora scoperto) il principio astratto (la legge) in base al quale rubare è ingiusto. Questo principio non è mai stato deciso: è il risultato di un processo disperso e spontaneo di selezione degli usi e delle convenzioni più forti (degli usi e delle convenzioni che sono stati spontaneamente selezionati come quelli che hanno contribuito più di altri ad aumentare le probabilità di sopravvivenza della società), non degli individui e dei gruppi più forti, per esempio perché più numerosi. In una società libera, il legislatore è un archeologo, non un palazzinaro; in una società libera, esso è schiavo della legge, non suo padrone.

Per questo, la legge di una società libera (la legge nel senso di nomos) è al riparo non solo dalla volontà, ma anche dall’opinione: per esempio quella della maggioranza o perfino della totalità delle persone. Se la maggioranza o perfino la totalità dei cittadini ritenesse domani che lo stupro è legittimo (o che è legittimo stuprare una particolare categoria di persone), questo non lo renderebbe tale. Tuttavia, anche se, di per sé, la legge di una società libera è al riparo dall’opinione, occorre ammettere che la sua scoperta e la sua difesa possono non esserlo: infatti esse possono dipendere dall’opinione del legislatore-archeologo. Questo, tuttavia, al contrario del legislatore-palazzinaro, non ha il potere di mischiare la sua volontà (o quella dei suoi elettori) alle sue opinioni; né si può permettere il lusso, al contrario di noi cittadini, di dare una sua opinione circa l’esistenza di una legge senza doverla sostenere con studi approfonditi e ricerche estese che siano capaci di provare oltre ogni ragionevole dubbio la validità della sua scoperta o della sua difesa, e quindi anche la coerenza astratta di quella legge con le altre regole generali e astratte di condotta individuale riconosciute come valide nel paese.

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Altre persone ancora obbiettano che la progressività fiscale non viola il principio di uguaglianza davanti alla legge (anzi, sosterrebbero che essa attivamente contribuisce a difendere quel principio) perché, trasferendo risorse da chi “ha di più” a chi “ha di meno”, tende ad eguagliare la posizione materiale delle diverse persone. Queste persone confondono due cose che non solo sono diverse, ma incompatibili fra loro: l’uguaglianza davanti alla legge e l’uguaglianza di situazione materiale ottenuta (o avvicinata) dall’autorità mediante la redistribuzione.

Coloro che sostengono che è “giusto” prelevare con la forza risorse da coloro che “hanno di più” al fine di trasferirle a coloro che “hanno di meno” non sarebbero mai disposti ad applicare lo stesso principio generale e astratto a situazioni diverse da quelle che hanno a che fare con i soldi, poniamo i capelli. Essi sostengono, di solito, che una cosa sono i capelli, e una cosa completamente diversa sono i soldi. Eppure sia i soldi (se legittimamente posseduti, per esempio se non rubati) che i capelli appartengono ai legittimi proprietari: quando queste persone sostengono che i primi possono essere presi dallo stato e redistribuiti, mentre i secondi no, esse dimostrano di avere un’idea arbitrariamente selettivadella proprietà, non un’idea morale di essa.

Inoltre, essi dimostrano di avere un’idea della proprietà in base alla quale, quale forma di proprietà debba essere, per ogni individuo, più importante di un’altra, deve essere deciso dallo stato. Se, in base alla sua particolare scala di priorità, per A i soldi sono più importanti di quello che sono per B, e quindi A è disposto a sacrificare per essi più di quello che è B (che ha una diversa scala di priorità, per esempio in quanto ha diversi gusti e qualità), la progressività fiscale discrimina A. La tassazione progressiva consiste quindi nella decisione, da parte dell’autorità, dei particolari gusti e qualità che gli individui devono avere.

Di nuovo, è curioso notare che le stesse persone che normalmente difendono la tassazione progressiva sulla base del fatto che sarebbe “giusto” prendere a coloro che “hanno di più” per ridistribuire a favore di coloro che “hanno di meno”, normalmente sono le prime a difendere, in altre circostanze, l’importanza dell’individualità come elemento del benessere (per usare il titolo di un famoso capitolo di Sulla Libertà di J. S. Mill).

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L’ultimo argomento in favore della progressività fiscale che discuterò superficialmente è quello di coloro che sostengono che la progressività fiscale è “giusta” in quanto permette al governo di aiutare le persone che si trovano in uno stato di severa privazione.

Evitando, per adesso, di enfatizzare il fatto che questo argomento riguarda la redistribuzione in favore di coloro che si trovano in una situazione estrema di severa privazione, non di coloro che “hanno di meno”, è importante mettere in evidenza che coloro che lo usano di nuovo confondono due cose che non solo sono diverse ma opposte fra loro. In particolare, essi fanno confusione fra passioni e emozioni, da una parte, e giustizia dall’altra. La giustizia è indipendente dalle passioni e dalle emozioni, altrimenti non è giustizia: «Se esaminassimo tutti i casi che arrivano davanti a un tribunale di giustizia, scopriremmo che, considerando ogni caso singolarmente, i casi in cui sarebbe un’espressione di umanità decidere contrariamente alle leggi di giustizia sarebbero almeno tanti quanti quelli in cui lo sarebbe decidere in conformità ad esse. I giudici prendono a un uomo povero per dare a un uomo ricco; conferiscono a favore del dissoluto il lavoro dell’industrioso; e mettono nelle mani del vizioso i mezzi per danneggiare sé stesso e gli altri. L’intero schema di legge e giustizia, tuttavia, va a vantaggio della società e di ogni individuo» (David Hume).

Da una prospettiva liberale può essere sostenuto, come ha fatto Hayek, che, in situazioni estreme di severa privazione, e a determinate condizioni, è eccezionalmente ammissibile violare la legge e il principio di uguaglianza davanti alla legge con lo scopo di aiutare coloro (e solo coloro) che non riescono a soddisfare autonomamente i loro bisogni di base e allo stesso tempo non ricevono aiuto volontario da altri (quindi rispettando la legge e il principio di uguaglianza davanti alla legge in tutti gli altri casi: il che ovviamente esclude ricorrere alla progressività fiscale come regola generale di tassazione). Tuttavia, una cosa è violare eccezionalmente e esplicitamente la legge e il principio di uguaglianza davanti alla legge per queste ragioni umanitarie, e per esse solamente (per esempio solo nella misura in cui ciò è necessario per affrontare queste situazioni di estrema privazione), e una cosa completamente diversa è dare a queste ragioni umanitarie (e quindi alle emozioni e alle passioni che esse implicano) il titolo e lo status di “leggi”; rendere la violazione della legge e del principio di uguaglianza davanti alla legge sistematica, ordinaria e legale; e violare la legge e il principio di uguaglianza davanti alla legge, non per prevalenti ed estreme ragioni umanitarie, ma al fine di ottenere una “più equa redistribuzione del reddito” .

Se la redistribuzione della risorse è limitata ai casi di severa privazione, il ricorso alla coercizione arbitraria da parte dello stato tende ad essere ridotta il più possibile; se va oltre, viceversa, questo tende necessariamente ad espandersi il più possibile.

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In conclusione, i comuni attacchi agli evasori fiscali danno per scontata, senza metterla in discussione, la moralità dei sistemi tributari progressivi e illimitati.

Da un punto di vista liberale, un sistema fiscale è morale solo se a) quello che finanzia è all’interno dei confini dello stato minimo, il quale, nelle parole di Nozick, è lo stato più esteso che può essere moralmente giustificato e b) non discrimina sistematicamente contro minoranze particolari. In altre parole, un sistema tributario è morale solo se rispetta la legge nel suo senso originario dinomos (quindi anche i legittimi diritti di proprietà) e il relativo concetto di uguaglianza davanti alla legge.

Un sistema che, a determinate condizioni, ricorrendo a coercizione arbitraria viola eccezionalmente la legge e/o il principio di uguaglianza davanti alla legge al fine di aiutare coloro che si trovano in situazioni estreme di severa privazione (e in queste situazioni solamente), può ancora in qualche modo imprecisamente essere chiamato “morale” se queste violazioni allo stesso tempo sono limitate a queste situazioni, sono inevitabili, sono esplicitamente riconosciute come violazioni della legge e dell’uguaglianza davanti alla legge e quindi tendono ad essere ridotte il più possibile.

Al di là di questo, un sistema tributario è puramente immorale, e tale è il quadro istituzionale che lo permette.

Da una prospettiva liberale, quindi, un sistema tributario come quello attualmente vigente in Italia è immorale. Nelle parole di Bastiat, è una forma di saccheggio (con la non trascurabile differenza che almeno il saccheggiatore di solito non ha l’arroganza di sostenere che ciò che sta facendo è qualcosa di “giusto” e di “sociale”). Di conseguenza, i liberali non possono facilmente chiamare “immorale” coloro che nascondono parte della propria legittima proprietà privata prima che arrivi il saccheggiatore; e coloro che fra questi, allo scopo di evitare problemi, pagano tutte le tasse che vengono loro richieste dallo stato totalitario, a volte provano un sentimento che forse è simile a quello che può aver provato un imprenditore non fascista il quale, durante il fascismo, al fine di evitare problemi, ha preso la tessera del fascismo; oppure a quello di una vittima della mafia che, nella Sicilia contemporanea, al fine di evitare guai, paga il pizzo: un latente sentimento di vergogna.

I non-liberali, certamente, possono etichettare come “immorali” gli evasori fiscali, ma per fare questo devono prima essere capaci di difendere coerentemente l’idea di legge e di uguaglianza davanti alla legge sulla quale si basa la progressività fiscale, e di accettare come giuste le conseguenze di una loro generale applicazione. L’opposto, tuttavia, accade invariabilmente: nella maggior parte delle altre situazioni, spesso inconsapevolmente, essi orgogliosamente sostengono l’idea di legge e di uguaglianza davanti alla legge che sono violate dalla stessa progressività, e quindi dagli stessi sistemi tributari, che essi difendono.

Dando per scontata un’idea di legge che invariabilmente essi non sono in grado di difendere quando viene applicata universalmente e quando viene sottoposta ad un’analisi attenta, coloro che fanno le obiezioni qui superficialmente prese in considerazione di solito tendono ad essere d’accordo sul fatto che “prima paghi le tasse (progressive), e poi puoi parlare”. Tuttavia, per coloro che ancora difendono l’idea originaria di legge, cioè per coloro che ancora difendono la legge di una società libera, questa frase è simile alla seguente: “prima permetti a chi sta violando i tuoi diritti legittimi di farlo (per esempio al ladro di rubare le tue cose, o al violentatore di violentarti), e poi puoi parlare”. Se, in quanto liberale, non fossi favorevole ad approcci gradualistici, a una frase violenta ed ottusa come “prima paghi le tasse (progressive), e poi puoi parlare”, sarei incline a rispondere: “prima tu stato riduciti al minimo, cioè rientra all’interno della legittimità, poi tassa nel modo meno discriminatorio possibile”.

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