Mario Monti e la concorrenza

GIOVANNI BIRINDELLI, 18 November 2011

(original publication: Movimento Libertario)

Nella sua replica al dibattito sulla fiducia alla camera dei deputati (la “c” e la “d” sono intenzionalmente minuscole, così come altre lettere in questo articolo), il professor Mario Monti afferma con sobria baldanza: «Di poteri forti in Italia non ne conosco, magari l’Italia avesse un po’ di più di poteri forti. Ci sono alcuni poteri forti nel mondo, ho avuto il privilegio di vederli quasi tutti come commissario europeo alla concorrenza e questi poteri forti se lo ricordano ancora. Il giorno in cui proibii una fusione fra due grandissime società americane, benché fosse intervenuto il presidente degli Stati Uniti su di me. L’Economist disse che il mondo Usa considerava Mario Monti il Saddam Hussein del business».

22 dicembre 2011: la misura “salva italia” del governo Monti viene approvata dal parlamento ma quelle pochissime micro-limature all’interventismo statale che il governo definiva “liberalizzazioni” e che avrebbero dovuto favorire la concorrenza nei pochi settori arbitrariamente selezionati sono sostanzialmente sparite: è bastato per esempio che i tassinari alzassero un sopracciglio che il nostro primo ministro si mettesse a pancia all’aria in segno di sottomissione come un elegante setter irlandese di fronte a un rottweiler ringhiante e mollasse subito l’osso (o meglio la scheggia di osso) che aveva in bocca.

Cosa è successo fra il 18 novembre e il 22 dicembre? Possibile che nel giro di un mese la forza del coraggioso cavaliere che in groppa al suo bianco destriero è riuscito a sconfiggere il grandissimo drago cattivo che voleva aggredire la principessa Concorrenza si sia trasformata nella debolezza di un pavido disertore che scappa con la coda fra le gambe lasciando la stessa principessa indifesa di fronte a niente di meno che un tassinaro?

Sbaglia, a mio avviso, chi pensa che la manovra del governo di Mario Monti approvata ieri sia in contraddizione con le azioni di cui egli si vanta il 18 di novembre: in entrambi i casi egli ha usato la violenza statale per abbattere la concorrenza. Per capirlo occorre soffermarsi un poco sul concetto di concorrenza.

L’idea di “concorrenza” che Monti ha difeso quando era commissario europeo era una particolare idea di concorrenza. In base a questa particolare idea, la “concorrenza” è una situazione avente (o comunque che si avvicina ad avere) determinate caratteristiche, quelle della cosiddetta “concorrenza perfetta”: a) perfetta omogeneità dei prodotti/servizi scambiati da compratori e venditori, nessuno dei quali è in grado, con la sua azione di acquisto o vendita, di avere un effetto percepibile sui prezzi; b) assenza totale di barriere all’entrata e perfetta apertura dei mercati; c) completa conoscenza dei fattori rilevanti da parte di tutti i venditori e compratori.

Questa particolare idea di “concorrenza” è alternativa al monopolio, nel senso che dove c’è “concorrenza”, così intesa (ammesso per assurdo che possa esserci), per definizione non c’è monopolio e viceversa. In altri termini, le tre condizioni di cui sopra garantirebbero che il prezzo sia pari al costo marginale, cioè che sia raggiunto il cosiddetto “punto di ottimo”, l’incrocio delle curve: se il prezzo fosse superiore al costo marginale un altro produttore del servizio troverebbe conveniente entrare e offrire lo stesso prodotto a un prezzo minore ma superiore al costo marginale, e così si tornerebbe verso l’equilibrio.

Se una situazione si allontana dalla “concorrenza” così intesa, allora lo stato (in questo caso la commissione europea) interviene con la coercizione per riportarcela: per esempio proibendo una fusione come ha fatto il commissario Monti.

Lo strumento attraverso il quale viene esercitato questo intervento coercitivo è una particolare idea di legge in base alla quale la “legge” è quel provvedimento burocratico approvato secondo le procedure previste dall’autorità legalmente costituita (che questa autorità sia o meno rappresentativa della maggioranza è del tutto irrilevante ai fini della definizione dell’idea di legge). In quanto provvedimento arbitrario deciso dall’autorità che ha il potere di imporlo, la “legge” così intesa può avere uno scopo particolare, quello che corrisponde alla volontà dell’autorità. Nel caso del provvedimento adottato da Monti questo scopo era quello di evitare che i prezzi di un particolare prodotto o servizio si discostassero (o si discostassero troppo) dal costo marginale.

Questa idea di concorrenza (quella in base alla quale concorrenza e monopolio sono due concetti per definizione alternativi l’uno all’altro) oggi è acriticamente data per scontata da quasi tutti allo stesso modo in cui lo è l’idea di “legge” su cui si basa.

Esiste tuttavia un’altra idea di concorrenza, la quale corrisponde a un’altra idea di legge.

In base a questa seconda idea la concorrenza non è affatto incompatibile col monopolio. Anzi, molto spesso il monopolio è un risultato della concorrenza.

In base a questa seconda idea, la concorrenza non è una situazione avente determinate caratteristiche ma un processo legittimo. Ciò che conta perché una situazione sia compatibile con la concorrenza non è che in quel particolare mercato non ci siano barriere all’entrata, per esempio, ma che quelle barriere non siano state erette in modo illegittimo, cioè in violazione della Legge, dove per Legge non si intende la decisione burocraticamente corretta dell’autorità in base agli scopi particolari che questa vuole ottenere (la legge intesa come strumento di potere) ma il principio generale e astratto che è indipendente dalla volontà dell’autorità che lo deve difendere e custodire nei diversi casi particolari che si possono presentare e che, in quanto tale, non ha nessuno scopo particolare (la legge intesa come limite al potere).

Se per esempio in un paese c’è un unico albergo che ha la possibilità di affacciarsi sul mare, questa sarà evidentemente una situazione di monopolio (naturale) nel mercato di riferimento. Questa situazione è concorrenziale? In base alla prima idea di “concorrenza” no: essendoci monopolio (essendo violata almeno la prima della tre condizioni della concorrenza perfetta) per definizione non può esserci concorrenza. Per la seconda, dipende dalla legittimità del processo che ha portato il proprietario ad acquisire quell’albergo: se questo processo è stato legittimo (per esempio consiste in un libero accordo fra privati) allora quella situazione è concorrenziale; se invece questo processo è stato illegittimo (per esempio perché, consistendo in una confisca da parte dello stato o in un’estorsione da parte della mafia locale, viola i legittimi diritti di proprietà dei precedenti titolari) allora quella situazione non è concorrenziale.

Il processo legittimo della concorrenza porta alla scoperta di informazioni (per esempio i prezzi, i costi, l’effettiva presenza di competitors, le loro effettive capacità in quel contesto particolare, eccetera) le quali sono date per note dalla prima idea di concorrenza ma che in realtà non possono essere note a priori a nessuno. Come dice Hayek, «La competizione è […], come la sperimentazione nella scienza, prima di tutto un processo di scoperta. Nessuna teoria che parte dall’assunzione che i fatti che devono essere scoperti sono già noti può rendergli giustizia. […] La vera questione è come possiamo creare le migliori condizioni perché la conoscenza, le capacità e le opportunità di acquisire conoscenza, le quali sono disperse fra centinaia di migliaia di persone, ma non sono date a nessuno nella loro interezza, siano utilizzate nel modo più ampio. La competizione deve essere vista come un processo in cui le persone acquisiscono e comunicano conoscenza; trattarla come se tutta questa conoscenza fosse già disponibile all’inizio a una qualunque persona è una cosa senza alcun senso. E parimenti non ha alcun senso giudicare i risultati concreti della competizione in base a qualche preconcetto sui risultati che essa ‘dovrebbe’ produrre».

Il commissario alla (prima idea di) concorrenza Monti è ricorso alla coercizione sovrastatale per impedire un libero accordo fra le parti sulla base della “grandezza” e della “forza” del soggetto che sarebbe nato da quella fusione, cioè in base ai risultati particolari che secondo i suoi preconcetti la concorrenza dovrebbe produrre, non sulla base della Legge intesa come principio astratto (come limite al potere arbitrario). Per questo, giustamente a mio parare, «il mondo Usa considerava Mario Monti il Saddam Hussein del business»: la sua decisione esprimeva un potere politico non limitato da quello legislativo e quindi illimitato, cioè totalitario. Così facendo, Monti ha abbattuto la concorrenza intesa come processo di scoperta. Altro che difendere la principessa dal grandissimo drago!

Quando si è trattato di ricorrere alla forza (sovra)statale, la quale in ultima istanza si basa sulle armi, per applicare coercizione a dei soggetti che non avevano violato nessuna Legge intesa come principio e che essendo non violenti erano indifesi di fronte all’arbitrio dello stato, il nostro eroe è stato prontissimo. Quando invece si è trattato di difendere la Legge intesa come principio, e quindi la concorrenza, da quelle categorie che usano lo stato cosiddetto “democratico” come mezzo per imporre i propri interessi e difendere i propri privilegi, il nostro si è dato a gambe alla velocità del fulmine.

Altro che cavaliere coraggioso che si batte contro i forti, altro che contraddizione: a me sembra che entrambi i comportamenti siano coerenti nell’essere forte con i deboli e debole con i forti, cioè nella vigliaccheria e nel disonore.

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