Totalitarismo, quello vecchio e quello nuovo

GIOVANNI BIRINDELLI, 4 February 2012

(original publication: Movimento Libertario)

Le differenze fra il “vecchio” totalitarismo (per esempio quello dell’Italia fascista) e quello nuovo (per esempio quello dell’Italia repubblicana) possono essere cercate su due piani diversi: da un lato il piano astratto, per esempio in relazione alle idee astratte di legge, di uguaglianza davanti alla legge e di certezza della legge su cui essi si basano; dall’altro il piano delle loro conseguenze particolari o materiali.
Sul primo piano, quello astratto, le differenze fra il vecchio totalitarismo e quello nuovo sono inesistenti: entrambi infatti si basano sulla stessa idea astratta di “legge”, di “uguaglianza” davanti alla “legge”, e di “certezza della legge”.
In entrambi i totalitarismi infatti la “legge” è intesa come provvedimento particolare, come espressione della volontà di chi ha il potere di adottarlo. In base a questa idea, la “legge” è dipendente dall’autorità che deve farla e di conseguenza non c’è distinzione fra potere politico e potere legislativo.
Dall’identità dell’idea di “legge” derivano necessariamente le identità di tutti gli altri concetti astratti su cui il totalitarismo vecchio e quello nuovo si basano, come ad esempio quella dell’idea di “uguaglianza” davanti alla “legge” (l’uguaglianza davanti a un provvedimento particolare può comprendere la disuguaglianza legale, cioè il trattamento diverso dei cittadini da parte dello stato ma uniforme all’interno delle categorie arbitrarie all’interno delle quali questo li ha raggruppati: vedi discriminazione degli ebrei nel primo caso o dei “ricchi” nel secondo) e quella di “certezza” della “legge”, la quale sia nel totalitarismo vecchio che in quello nuovo è intesa come precisione (Leoni).
Questa assoluta e totale identità sul piano astratto fra totalitarismo vecchio e nuovo porta Oakeshott a formare una parola sola per entrambi: telocrazia (da telos: fine, scopo). Sia nel vecchio totalitarismo che nel nuovo al centro di tutto c’è infatti la volontà di chi detiene il potere politico illimitato e quindi gli scopi particolari e arbitrari in funzione dei quali questo viene esercitato.
Nel fatto che, a differenza del vecchio totalitarismo, il nuovo è “democratico” alcuni vedono non solo una differenza fra i due sul piano astratto ma addirittura la prova che il nuovo totalitarismo non sarebbe tale in quanto totalitarismo e “democrazia” sarebbero due concetti incompatibili l’uno con l’altro.
Se alla parola “democrazia” si dà il significato distorto che purtroppo oggi le viene dato quasi universalmente, e cioè la si identifica con quel sistema politico basato sulla regola della maggioranza (eventualmente rappresentativa), allora questo è un grossolano errore. Non solo infatti la “democrazia” così intesa è perfettamente compatibile col totalitarismo ma la sua presenza non produce affatto una differenza sul piano astratto fra vecchio e nuovo totalitarismo: «Devo ammettere francamente che se per democrazia si intende il governo in base alla volontà illimitata della maggioranza io non sono un democratico» scriveva Hayek che è stato costretto a inventare una parola di sana pianta (“demarchia”) per distinguere la democrazia nel suo significato originario dalla “democrazia” per come viene intesa oggi, cioè come governo in base alla volontà illimitata della maggioranza.
La caratteristica distintiva del totalitarismo è infatti l’illimitatezza del potere politico o, il che è lo stesso, l’assenza di limiti non arbitrari a questo potere. Che il potere in questione sia quello di un singolo, quello di una maggioranza rappresentativa o quello della maggioranza delle persone è del tutto irrilevante. Se chi detiene il potere politico, chiunque esso sia, ha il potere di rendere il furto o la persecuzione legali, o, ancora peggio, di renderli legali nei casi particolari da esso arbitrariamente stabiliti, allora si è in una situazione di totalitarismo. Il punto non è chi comanda (se Hitler, Mussolini, Stalin, la maggioranza rappresentativa o il “popolo”) ma quali sono i limiti al suo potere (Popper). Laddove a essere sovrano è il dittatore, il parlamento o il “popolo” non c’è libertà (intesa come quella condizione in cui la coercizione di alcuni da parte di altri è ridotta il più possibile e quindi in cui essa è stabilita in modo non arbitrario) ma schiavitù. Si ha libertà solo laddove a essere sovrana è la Legge intesa, non come provvedimento particolare espressione della volontà di chi ha il potere di imporlo, ma come principio astratto il quale, essendo il risultato di un millenario processo di selezione culturale di usi e convenzioni di successo, è indipendente dalla (e limite invalicabile alla) volontà di chiunque, “popolo” e parlamento compresi: laddove la funzione legislativa è delegata al parlamento «possiamo avere o un parlamento libero o un popolo libero, non tutti e due insieme» (Hayek).
Se la Legge viene intesa in questo senso originario e opposto a come viene abitualmente intesa oggi, il legislatore non è un costruttore che ha il potere di prendere decisioni particolari in base alla sua volontà ma un archeologo che deve scoprire, custodire e difendere un reperto archeologico che esiste indipendentemente da lui e dalla sua volontà.
Una volta intesa la Legge in questo modo, cioè nel senso originario del termine, la parola “democrazia” non può più indicare quel sistema politico basato sulla “legge” intesa come decisione della maggioranza ma deve necessariamente indicare quel sistema politico basato sullo sforzo costante e massimo possibile di ridurre il più possibile il ricorso a decisioni prese a maggioranza (alle cosiddette decisioni di gruppo o collettive) o, il che è lo stesso, quel sistema politico in cui queste decisioni sono altra cosa rispetto alla (e sono limitate dalla) Legge, la quale può essere scoperta, custodita e difesa come un reperto archeologico ma non può essere “fatta” più di quanto possa essere “fatto” un albero.
Per colui che sostiene (o che dà per scontata) l’idea di “democrazia” corrispondente alla “legge” intesa come decisione della maggioranza, se quest’ultima decidesse il colore di abiti che egli deve indossare allora egli sarebbe necessariamente obbligato a riconoscere questa decisione come “democratica”. Chi invece sostiene l’idea di democrazia corrispondente alla Legge intesa come principio riconoscerebbe questa decisione della maggioranza come anti-democratica. Per il primo, infatti, una decisione è “democratica” se è presa dalla maggioranza legalmente costituita e in base alle procedure burocratiche previste; per il secondo, una decisione presa dalla maggioranza è democratica se è inevitabile e se è distinta e limitata dalla Legge intesa come principio astratto e quindi esistente indipendentemente dalla volontà della maggioranza.
Rispetto alla “legge” intesa come provvedimento, alla Legge intesa come principio corrisponde non soltanto una diversa idea di democrazia ma soprattutto una diversa idea di Uguaglianza davanti alla Legge (che viene intesa come uguaglianza di tutti davanti a un principio astratto, senza che l’autorità, chiunque essa sia, abbia il potere di dividere i cittadini in categorie arbitrarie in base a un parametro di sua scelta e di trattare essi in modo diverso ma uniforme all’interno di ciascuna di queste categorie) e di Certezza della Legge (intesa non come precisione ma come impossibilità che la Legge cambi dall’oggi al domani, per esempio in base alla volontà dell’autorità).
Se dunque su un piano astratto il vecchio totalitarismo e quello nuovo sono assolutamente identici e ugualmente antitetici alla società libera, sul piano delle conseguenze particolari e materiali, invece, essi sono evidentemente molto diversi fra loro. È indiscutibile per esempio (e in primo luogo) che la violenza fisica prodotta dal nuovo totalitarismo sia molto meno estrema di quella prodotta dal vecchio: nel primo caso lo stato ruba a particolari minoranze una parte consistente della loro proprietà e, ricorrendo alla minaccia della violenza, pone limiti illegittimi e arbitrari all’utilizzo della parte di proprietà che decide di non rubare; nel secondo caso esso ruba a particolari minoranze la totalità delle loro proprietà e soprattutto le rinchiude (o le consegna a chi le rinchiude) in campi di concentramento, le tortura e infine le uccide nel modo più disumano.
Questa e altre differenze nelle conseguenze particolari e materiali delle due forme di totalitarismo, in cui quello nuovo è effettivamente (molto) “meno peggio” di quello vecchio, non devono tuttavia offuscare altre differenze, sempre sul piano delle conseguenze particolari, in cui invece il totalitarismo nuovo è ancora peggiore di quello vecchio.
Una di queste è il fatto che, più di quanto avveniva nel vecchio totalitarismo, nel nuovo molto spesso le vittime delle discriminazioni arbitrarie da parte dello stato sono convinte che tali discriminazioni siano giuste o che comunque vadano rispettate in quanto sono “democratiche” e avvengono “per legge”. L’ebreo rinchiuso nel campo di concentramento non aveva il minimo dubbio che la sua condizione fosse illegittima, mentre, tanto per fare un esempio, in molti casi il “ricco” a cui lo stato oggi ruba una fetta consistente e maggiore che ad altri della sua proprietà (e addirittura progressivamente maggiore che ad altri) ritiene che questo sia giusto.
Le ragioni che stanno alla base di questo stato confusionale di coloro che sono discriminati dal totalitarismo (e in particolare da quello nuovo) sono molteplici. Fra queste, tuttavia, una secondo me ha particolare importanza. Questa ragione, la quale è stata messa in evidenza da De Bellis nel suo bell’articolo di qualche giorno fa su questo sito (“I padroni delle parole”), è che il nuovo totalitarismo invece che asservire le persone direttamente e per così dire “dall’esterno” le ha asservite “dall’interno” cambiando il significato delle parole. Cambiando per esempio il significato della parola “legge” (che da limite al potere arbitrario è diventata strumento di potere arbitrario) il nuovo totalitarismo è riuscito a usare l’onestà delle persone, il loro rispetto per la Legge, il loro essere persone perbene, come strumento di auto-asservimento e allo stesso tempo di isolamento dei difensori della libertà che in base al nuovo significato delle parole sarebbero dei sovversivi («I nemici della libertà hanno sempre accusato di sovversivismo i difensori di essa, e sono quasi sempre riusciti a persuadere gli ingenui e i benpensanti», Popper). È bastato mettere l’etichetta del miglior vino su una bottiglia del peggior veleno perché le persone se la scolassero senza lasciarne una goccia.
Una seconda conseguenza particolare rispetto alla quale il nuovo totalitarismo è molto peggiore del vecchio riguarda per così dire la produzione di anticorpi. Il vecchio totalitarismo, essendo dichiarato e contrastando apertamente l’ideale di libertà e i concetti astratti che vi stanno alla base, ha necessariamente prodotto delle reazioni sia al suo interno che all’esterno che alla fine lo hanno abbattuto. Il nuovo totalitarismo si è evoluto, ha imparato dai suoi errori: come il virus HIV esso ha distrutto le difese immunitarie dell’organismo. Uno dei modi in cui è riuscito a farlo è stato, come è stato accennato sopra, stravolgere il significato delle parole, ma ci sono altre ragioni di questo successo altrettanto importanti. Una è quella che forse si può chiamare la tecnica del “mattone per mattone”: il nuovo totalitarismo ha capito che l’idea di “legge” su cui esso (così come il vecchio totalitarismo) si basa (la “legge” intesa come provvedimento particolare) non rende necessario contrastare apertamente i concetti astratti che stanno alla base della libertà (cosa che alla lunga produce gli anticorpi) ma consente invece di smontarli piano piano dall’interno, “mattone per mattone” appunto, silenziosamente e di nascosto. Lo stato moderno non contrasta apertamente il principio di uguaglianza davanti alla legge per esempio (anzi proclama in pompa magna di essere fondato sulla sua difesa), ma piano piano lo viola in sempre più misure e provvedimenti particolari, ognuna delle quali, se presa singolarmente, è troppo “piccola” per suscitare attenzione in molti, finché di quel principio non rimane che il nome, come di un palazzo di cui non rimane che la facciata esterna. Bombardandolo e imbrigliandolo con una pioggia di piccoli provvedimenti particolari, il totalitarismo in generale (e quello nuovo ancora più del vecchio) è riuscito a ridurre l’individuo all’inerzia intellettuale, a essere una semplice batteria della macchina-stato (immagine a cui, ben prima del film The Matrix, era ricorso Ortega y Gassett in The Revolt of the Masses). Come scrive in modo sublime Tocqueville: «Dopo avere preso a volta a volta nelle sue mani potenti ogni individuo ed averlo plasmato a suo modo, il sovrano [nel senso dell’autorità, il potere supremo] estende il suo braccio sull’intera società; ne copre la superficie con una rete di piccole regole complicate, minuziose e uniformi, attraverso le quali anche gli spiriti più originali e vigorosi non saprebbero come mettersi in luce e sollevarsi sopra la massa; esso non spezza le volontà, ma le infiacchisce, le piega e le dirige; raramente costringe ad agire, ma si sforza continuamente a impedire che si agisca; non distrugge, ma impedisce di creare; non tiranneggia direttamente, ma ostacola, comprime, snerva, estingue, riducendo infine la nazione a non essere altro che una mandria di animali timidi e industriosi, della quale il governo è il pastore. Ho sempre creduto che questa specie di servitù regolata e tranquilla, che ho descritto, possa combinarsi meglio di quanto si immagini con qualcuna delle forme esteriori della libertà e che non sia impossibile che essa si stabilisca anche all’ombra della sovranità del popolo».
Un ultimo aspetto particolare rispetto al quale il nuovo totalitarismo è peggiore del vecchio consiste nel fatto che il nuovo si sta globalizzando. Già cinquant’anni fa Leoni osservava che: «la common law dei paesi anglosassoni e le corti di giustizia ordinarie stanno costantemente perdendo terreno a favore della legge scritta e delle autorità amministrative». I paesi anglosassoni quindi, quelli in cui i concetti di Legge, di Uguaglianza davanti alla Legge e di Certezza della Legge che stanno alla base della Libertà furono introdotti e difesi con successo e quelli la cui reazione è stata determinante nel contrastare e sconfiggere il vecchio totalitarismo, stanno così gradualmente e progressivamente sostituendo la Legge con la “legge” intesa come provvedimento. Questa globalizzazione del nuovo totalitarismo rende sicuramente più difficile la reazione e la resistenza intellettuali (le uniche forme di reazione e resistenza che hanno senso contro il nuovo totalitarismo).
In conclusione, il vecchio e il nuovo totalitarismo sono assolutamente identici sul piano astratto e necessariamente molto diversi sul piano delle conseguenze particolari e materiali. Se sotto l’aspetto della violenza fisica, per esempio, il vecchio totalitarismo è incomparabilmente peggiore del nuovo, sotto altri aspetti, sempre relativi alle conseguenze particolari e materiali, il nuovo è tuttavia peggiore: esso è fisicamente meno violento ma è penetrato più in profondità, ha addomesticato la mente e lo spirito delle persone, ha abbattuto le loro capacità di resistenza intellettuale, si sta globalizzando e quindi durerà molto più a lungo. Ma è possibile reagire e resistere favorendo la ricrescita degli anticorpi, facendo riconoscere alle persone le idee di Legge, di Uguaglianza davanti alla Legge, di Libertà e di democrazia che esse quasi sempre, seppur spesso inconsapevolmente, hanno dentro di loro anche se soffocate da quelle inverse loro imposte dal potere politico per asservirle col minor sforzo possibile.

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