Secessione sia, ma non per creare un altro Leviatano

GIOVANNI BIRINDELLI, 20 April 2012

(original publication: L’Indipendenza)

L’autodeterminazione è una delle implicazioni fondamentali del pensiero liberale. Da un punto di vista liberale, autodeterminazione significa, in primo luogo, che, purché egli agisca all’interno della legge intesa come principio generale e astratto (risultato di un millenario processo spontaneo di selezione culturale di usi e convenzioni), l’individuo deve essere protetto dall’interferenza di chiunque: Stato centrale, autorità locale, decisioni collettive, eccetera. Ma significa anche che laddove sono inevitabili decisioni che non possono essere prese a livello individuale, queste devono essere prese a livello più periferico possibile, cioè il più vicino possibile all’individuo, lasciando allo Stato centrale (sia esso l’Italia o domani l’Europa o la Lombardia) quasi nulla.
Nel caso in cui uno Stato si sia dimostrato incapace di rispettare il principio dell’autodeterminazione (per esempio nel caso dell’Italia), la secessione è auspicabile.
La mancanza di autodeterminazione non implica infatti solo distruzione di capitale e impoverimento, ma anche, in primo luogo, la violazione della legge intesa come principio. Inoltre, la mancanza di autodeterminazione implica la violazione della democrazia, intesa non come quel sistema politico basato sulla regola della maggioranza (che questa maggioranza sia quella rappresentativa o quella delle persone è del tutto irrilevante in questo ambito) ma come quel sistema politico che garantisce il “riconoscimento politico della soggettività delle scelte” (come scritto da Raimondo Cubeddu) e quindi quel sistema politico basato sullo sforzo costante di ridurre le decisioni collettive, e quindi la regola della maggioranza (cioè la coercizione di alcuni su altri), al minimo indispensabile e in ogni caso basato sulla netta distinzione fra decisioni collettive e leggi (dove c’è decisione, infatti, non c’è legge intesa come principio cioè come limite al potere arbitrario).
Ora, ciò che ha fatto sì che in Italia (per esempio) non fosse rispettato il principio dell’autodeterminazione è stata, in ultima istanza, l’identificazione della legge non con il principio generale e astratto (che in quanto tale è indipendente dalla volontà di coloro a cui è delegata la sua difesa e custodia allo stesso modo in cui le regole grammaticali della lingua italiana sono indipendenti dai linguisti che le devono custodire), ma con il provvedimento particolare (che in quanto tale esiste solo come espressione della volontà di chi detiene il potere politico – come se i linguisti potessero decidere domani che in alcuni casi si può usare il futuro al posto del passato remoto). Questa identificazione della “legge” con il provvedimento particolare ha cancellato la differenza fra il limite al potere (la legge nel suo senso originario) e lo strumento di potere (i provvedimenti particolari) e quindi fra potere legislativo e potere politico. Ciò ha reso il potere politico illimitato. L’illimitatezza del potere politico produce sempre e necessariamente non soltanto totalitarismo, ma anche accentramento. Anzi, il grado di accentramento del potere politico è direttamente proporzionale alla sua illimitatezza.
Karl Popper sosteneva che “il problema della politica [non è descritto dalla] vecchia domanda: Chi deve governare? [Ma dalla] nuova domanda: Come possiamo organizzare le istituzioni politiche in modo da impedire che i governanti cattivi o incompetenti facciano troppo danno?”.
A me sembra (ma potrei sbagliarmi) che in gran parte i secessionisti si pongano ancora la prima domanda, non la seconda; che il loro obiettivo sia quello di togliere il potere allo Stato centrale e ai partiti per darlo al “popolo”. Ma se questo fosse vero, cambierebbe tutto perché nulla cambi, come si diceva nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa: rimarrebbero intatte tutte le cause che hanno prodotto il totalitarismo e lo produrrebbero di nuovo, per l’ennesima volta, anche se in forma sempre diversa.
Finché non si passerà da un sistema politico centrato sulla sovranità di chi detiene il potere politico (che sia Mussolini, il “popolo” o i partiti è irrilevante in questo ambito) a uno centrato sulla sovranità della legge intesa come principio; finché il lavoro del legislatore sarà quello del “produttore di leggi”, e cioè finché l’unica capacità richiesta al “legislatore” sarà quella di saper spingere un pulsante; finché non si distingueranno i provvedimenti dalle leggi; finché il potere politico sarà convenientemente confuso con quello legislativo, il potere politico (chiunque sia a detenerlo) sarà illimitato e la tendenza al totalitarismo e all’accentramento saranno garantiti, anche se avranno nomi, forme e estensioni territoriali diverse.
Ho letto su queste pagine l’articolo di Paolo L. Bernardini che propone, a tendere, l’abolizione della costituzione. Se l’alternativa per un nuovo Stato che dovesse nascere da un’eventuale secessione fosse quella fra assenza di costituzione e la costituzione che abbiamo adesso, ovvero la costituzione intesa come sanzione legale della confusione fra leggi e provvedimenti (cioè come sanzione legale dell’illimitatezza del potere politico) e come strumento che permette di legalizzare la violazione di qualunque principio basta che ci sia la maggioranza qualificata, io personalmente sarei d’accordo con Bernardini. Ma esiste un’altra possibilità: la costituzione che, a parte definire le istituzioni dello Stato, si limita a separare il potere legislativo (quello di difendere e custodire la legge intesa come principio, della quale la costituzione non prende il posto ma anzi è umile serva) da quello politico (quello di produrre provvedimenti) e che sottopone il secondo al primo. Cioè la costituzione che fa quello che la costituzione italiana non fa (separare i poteri) e che non fa quello che la nostra costituzione fa (rendere il potere politico illimitato). Friedrich A. von Hayek ha fatto una proposta per questa costituzione (si trova in “Legge, Legislazione e Libertà”, Vol. 3, capitolo 17), ne consiglio la lettura.
Ciò che ha prodotto lo sfascio che è sotto i nostri occhi è, in ultima analisi, il positivismo giuridico, l’identificazione della “legge” con la volontà di chi detiene il potere politico (chiunque esso sia), e quindi un sistema di riferimento centrato sul potere politico. Se un’eventuale secessione dovesse mantenere l’attuale idea di legge e quindi l’attuale confusione fra potere legislativo e potere politico, essa sarebbe un’ennesima occasione sprecata, come lo è stata la repubblica, che ha adottato la stessa idea astratta di legge (e quindi di uguaglianza davanti alla legge) del fascismo: i contenuti diversi di questa stessa idea astratta di legge hanno prodotto una forma diversa di totalitarismo (un “totalitarismo soffice” per dirla con Pascal Salin), ma sempre, e necessariamente, totalitarismo. Per riprendere Hayek, “quello che è successo con l’apparente vittoria dell’ideale democratico è stato che il potere di scoprire le leggi e il potere di approvare misure di tipo governativo sono stati messi nelle mani delle stesse assemblee. L’effetto di questo è stato necessariamente che la maggioranza parlamentare di governo è diventata libera di darsi qualsiasi legge l’aiutasse meglio a raggiungere i particolari scopi del momento. Ma necessariamente ciò ha significato la fine del principio del governo sotto la legge. […] Mettere entrambi i poteri nelle mani della stessa assemblea (o delle stesse assemblee) ha significato di fatto il ritorno al governo illimitato”.
Se una eventuale secessione fosse un’occasione per rimediare a questo errore, ben venga. Altrimenti temo che sarebbe del tutto inutile.

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