Evasione fiscale, progressività e stato minimo (parte seconda)

GIOVANNI BIRINDELLI, 25 April 2012

(original publication: L’Indipendenza)

Nella prima parte di questo articolo ho sostenuto che un evasore fiscale non può essere giudicato moralmente senza giudicare moralmente il sistema fiscale a cui esso è sottoposto; che gli elementi che occorre prendere in considerazione per giudicare moralmente un sistema fiscale sono soltanto due: il modo in cui le tasse sono raccolte e il modo in cui sono spese; e infine che il sistema fiscale italiano, ad esempio, essendo basato sulla progressività fiscale, è illegittimo e che quindi il giudizio morale di un evasore oggi in Italia non ha alcun senso ma è solo propaganda per tentare di isolare coloro che cercano di sfuggire al totalitarismo.
In questa seconda parte discuto il secondo elemento necessario per giudicare la legittimità di un sistema fiscale: il modo in cui le tasse sono spese e, in particolare, per che cosa vengono spese.
Le tasse sono una forma di coercizione. Laddove c’è la “rule of law”, cioè la sovranità della legge, l’unica forma di coercizione che può essere applicata da chi ne detiene il monopolio legale (lo stato) è quella che viene applicata in difesa di questa sovranità.
Nella prima parte abbiamo visto che la legge è il principio generale e astratto, la regola di giusta condotta individuale che è il risultato di un processo spontaneo di selezione culturale di usi e convenzioni e che il legislatore può solo scoprire, custodire e difendere ma non può fare più di quanto l’Accademia della Crusca possa fare la lingua italiana.
Nei limiti in cui lo stato esercita coercizione sui cittadini per difendere la sovranità della legge intesa in questo modo (e cioè, a solo titolo esemplificativo, per costruire e far funzionare i tribunali, per pagare i giudici, per comprare le volanti della polizia e tutte le altre cose che, per chi non è anarchico, sono indispensabili a difendere la sovranità della legge intesa come principio) questa coercizione è compatibile con la libertà.
La libertà infatti è «quella condizione degli uomini in cui la coercizione di alcuni su altri è ridotta il più possibile nella società» (Friedrich A. von Hayek) e quindi la coercizione minima. Poiché parlare di coercizione significa parlare di stato, questo vuol dire che la libertà è compatibile solo con lo stato minimo, cioè con lo stato che ricorre alla coercizione solo per difendere la sovranità della legge. Come dice Nozick, lo stato minimo «è lo stato più esteso che possa essere giustificato. Qualsiasi stato più esteso di questo viola i diritti delle persone».
Laddove invece c’è il totalitarismo, e cioè per esempio la sovranità del parlamento o del ‘popolo’, e quindi della ‘legge’ intesa non come principio ma come provvedimento particolare, come espressione della volontà di chi detiene il potere politico, non c’è nessun limite alla coercizione che può essere imposta per ‘legge’ e quindi non c’è libertà. Laddove c’è la sovranità del parlamento o del ‘popolo’, e quindi laddove potere politico e potere legislativo sono confusi l’uno con l’altro e la legge, invece che essere un limite al potere è uno strumento di potere, lo stato può tassare non solo per finanziare i tribunali ma anche per finanziare il film Vacanze di Natale e qualunque cosa ritenga utile per comprarsi legalmente i voti degli elettori.
Nei limiti in cui, quindi, un sistema fiscale è lo strumento di cui chi detiene il potere politico si avvale per offrire ‘servizi’ che non sono strettamente legati alla difesa della legge intesa come principio, quel sistema fiscale è illegittimo. In una situazione del genere, ammesso che il modo in cui le tasse sono prelevate è legittimo (vedi prima parte) un evasore fiscale può essere giudicato moralmente, e quindi può essere paragonato a un ladro o a un parassita, solo nella misura in cui le tasse che evade sono quelle che servono a mantenere lo stato minimo (e quindi per esempio se è un evasore totale).
Viceversa, nella misura in cui lo stato riesce a tassare i cittadini al di là di quanto strettamente necessario a finanziare lo stato minimo, è lo stato (e cioè coloro che lo controllano e coloro che fanno parte della sua amministrazione, ma anche coloro che ricevono da esso denaro, prebende e privilegi a vario titolo) che può essere paragonato a un ladro e a un parassita.
Il fatto che lo stato minimo è quello che ricorre alla coercizione solo per difendere la sovranità della legge intesa come principio ha una conseguenza che mette a disagio molte persone. Questa conseguenza è che c’è la possibilità che coloro che si trovano in una situazione in cui non riescono autonomamente a soddisfare i loro bisogni di base (situazione che Hayek chiama di «severa privazione») siano lasciati a se stessi.
Supponiamo che una persona (diamole un nome: Carlo) si trovi in una situazione del genere.
In una situazione di stato minimo, e quindi di sovranità della legge e di economia di mercato, le probabilità che Carlo si trovi in questa situazione sono ridotte al minimo. Infatti in una situazione del genere si fa il più ampio e il miglior uso possibile della conoscenza e delle risorse che sono disperse fra coloro che partecipano al libero mercato (mentre l’interventismo dello stato produce necessariamente una distruzione di questa conoscenza e di queste risorse e quindi è la causa prima del freno, quando non dell’arretramento, dell’economia e dell’impoverimento delle persone). Questo tuttavia non significa che in una situazione di libero mercato (e quindi di sovranità della legge e di stato minimo) la possibilità che Carlo si trovi in una situazione di severa privazione sia necessariamente esclusa. Supponiamo dunque che questo sia il caso.
Laddove c’è la libertà (e quindi la sovranità della legge e lo stato minimo) ci sono le migliori condizioni perché vi siano manifestazioni di solidarietà e quindi aiuto volontario e individuale a coloro che si trovano in una situazione di severa privazione. La solidarietà, infatti, è una delle espressioni della libertà, tanto quanto la cosiddetta ‘solidarietà sociale’ è una delle espressioni del totalitarismo. Come dice Friedman, «l’apice del laissez-faire verso la metà e la fine del diciannovesimo secolo in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, ha visto una proliferazione straordinaria di organizzazioni e istituzioni di volontariato. Uno dei costi maggiori dell’estensione dello stato sociale è stato il corrispondente declino nelle attività di carità private». Il fatto che la solidarietà, che è tale solo se è individuale e volontaria, tende a fiorire laddove c’è libertà e tende viceversa a scomparire laddove non c’è libertà non significa tuttavia, come sembra sostenere Rothbard, che in una situazione di stato minimo la solidarietà sia necessariamente sufficiente a coprire tutti i casi di severa privazione e quindi che la possibilità che Carlo si trovi in questa situazione sia esclusa a priori. Supponiamo quindi che Carlo, che è in una situazione di severa privazione nel senso che non riesce a soddisfare autonomamente i suoi bisogni di base (poniamo che non riesca a nutrirsi, oppure a curarsi da un tumore), non riceva solidarietà.
In questa situazione, l’unica cosa che potrebbe consentire a Carlo di ricevere supporto sarebbe uno stato di dimensioni superiori a quelle dello stato minimo, e quindi la violazione della sovranità della legge e della libertà. Sembra quindi esserci il seguente dilemma: o attraverso lo stato si aiuta Carlo (e nel farlo si rinuncia alla sovranità della legge e alla libertà) oppure non si rinuncia alla sovranità della legge e alla libertà (ma si lascia Carlo a se stesso). Questo dilemma può essere risolto, con un costo. Prima di risolverlo, tuttavia, è necessario rispondere all’obiezione di coloro che sostengono che questo dilemma non esisterebbe in quanto esisterebbe un principio (una regola di giusta condotta individuale) che impone di aiutare Carlo.
Questa obiezione non è valida per tre ragioni, ciascuna delle quali è sufficiente. La prima è che la legge intesa come principio è un concetto negativo (Bastiat), non positivo. Essa stabilisce cosa uno non deve fare, non cosa deve fare. La seconda è che la legge intesa come principio vale sempre e ovunque: il principio in base al quale non devo aggredire la persona e la proprietà altrui, per esempio, vale in ogni momento della mia vita e ovunque mi trovi, nei confronti di qualunque persona. Tuttavia, coloro che sostengono l’esistenza del ‘principio’ che imporrebbe di aiutare Carlo di solito limitano questo presunto ‘principio’ con varie condizioni (per esempio che Carlo appartenga al loro stesso paese) senza la fissazione delle quali essi si ritroverebbero in una situazione nella quale non sono disposti a stare e che li porterebbe a distinguere un principio di giustizia da una ragione umanitaria, cosa che essi si mettono nella condizione di non poter fare. La terza ragione, strettamente connessa alla seconda, è che la legge intesa come principio, essendo una regola di comportamento individuale, non è delegabile: io non posso delegare lo stato a rispettarla e non rispettarla io. Tuttavia, coloro che sostengono l’esistenza del ‘principio’ che imporrebbe di aiutare Carlo di solito delegano lo stato e ritengono così di aver risolto la questione. Si potrebbe proseguire nell’elenco delle ragioni per cui l’aiuto a Carlo non è una questione di principio ma una questione umanitaria, che è una cosa ben diversa, ma non è necessario e quindi mi fermo qui.
Alcuni liberali e libertari risolvono il dilemma di cui sopra affermando che, visto che l’alternativa all’abbandono della sovranità della legge è il totalitarismo più assoluto, purtroppo non c’è alternativa a lasciare Carlo a se stesso.
Questa posizione esprime il giusto riconoscimento del fatto che la sovranità della legge, lo stato minimo e quindi la libertà non sono garanzie di perfezione, ma solo di legittimità e, incidentalmente, delle migliori possibilità di avere una società economicamente dinamica e prospera e quindi delle probabilità minori possibili che Carlo si trovi in una situazione di severa privazione.
Tuttavia questa posizione a mio parere non tiene conto di un fatto importante che, se non è in grado di risolvere il dilemma, potrebbe però essere in grado di cambiarlo.
Abbiamo visto che lo stato minimo è quello che ricorre alla coercizione solo per difendere la sovranità della legge intesa come principio. Ciò che contribuisce a rendere questa attività compatibile con lo stato minimo è il fatto che la difesa della sovranità della legge consiste nel limitare un male (la violazione della legge) che non è arbitrariamente definito (come abbiamo visto, la legge intesa come principio, non essendo stata decisa, non è arbitraria).
Uno stato che, invece di arginare un male che non sia arbitrariamente definito volesse costruire il ‘bene’ (e quindi per esempio produrre o finanziare i giornali, il teatro, il cinema, i fari per la navigazione, le infrastrutture, eccetera; in una parola, una buona parte dei ‘servizi’ che oggi si dà per scontato che lo stato debba offrire o finanziare) sarebbe necessariamente incompatibile con lo stato minimo in quanto a) il ‘bene’ è sempre e necessariamente soggettivo, e quindi arbitrario e b) non essendoci limite alle cose da alcuni ritenuti essere belle, importanti e utili che possono essere finanziate o prodotte attraverso le tasse, e quindi mediante coercizione, non ci sarebbe limite non arbitrario alla coercizione e quindi ci sarebbe una situazione di stato massimo, di potere politico illimitato e quindi di totalitarismo.
Tuttavia, se si ammettesse che i bisogni di base (e quindi la severa privazione) possono essere definiti in modo non arbitrario, la coercizione a cui lo stato ricorresse per fornire supporto a Carlo sarebbe un tipo di coercizione intermedio fra quella che serve a difendere la sovranità della legge, e quindi lo stato minimo, e quella che invece serve a promuovere lo stato massimo.
Da un lato, infatti, questo tipo intermedio di coercizione avrebbe un elemento in comune con quella che è compatibile con lo stato minimo e quindi con la difesa della sovranità della legge: il fatto di servire a limitare un male (lo stato di severa privazione di Carlo) che per ipotesi non è arbitrariamente definito. Se valesse l’ipotesi fatta, questo elemento distinguerebbe la coercizione ‘intermedia’ in modo fondamentale dalla coercizione che è compatibile con lo stato massimo; tuttavia la coercizione intermedia avrebbe anche un altrettanto fondamentale elemento in comune con quella compatibile con lo stato massimo: il fatto di violare (per motivi che non sono legati alla difesa della sua sovranità) la legge intesa come principio e, in particolare, quella che vieta il furto ovvero l’aggressione della proprietà altrui.
L’incompatibilità fra questa coercizione ‘intermedia’ e la sovranità della legge dunque rimane, ma è ridotta rispetto alla coercizione compatibile con lo stato massimo. Essa potrebbe essere ulteriormente ridotta (ma non scomparire) se venissero imposte ulteriori condizioni per il ricorso a essa quali ad esempio:
  1. Il riconoscimento esplicito della violazione della legge. Un conto è essere costretti a violare la legge a causa di circostanze estreme (pensiamo alla persona più onesta che si trova col figlio in montagna in mezzo a una tempesta di neve e ha l’alternativa fra morire assiderato insieme al figlio oppure sfondare la porta dell’unica casa – al momento vuota – in cui è possibile trovare riparo e poi lasciare un biglietto di scuse al proprietario e l’indirizzo a cui mandare il conto dei danni che verrà rimborsato appena possibile) e una cosa completamente diversa è chiamare ‘legge’ la sua violazione.
  2. Un corollario di questa condizione è che questa coercizione intermedia sia fornita fuori dal mercato (sovranità della legge intesa come principio e libero mercato sono infatti due facce della stessa medaglia). Come dice Hayek: “non c’è dubbio che un’adeguata sicurezza contro la severa privazione […] debba essere uno dei principali obiettivi delle politiche di governo. Ma perché questi sforzi abbiano successo e non distruggano la libertà individuale, questa sicurezza deve essere fornita fuori dal mercato e la competizione deve essere lasciata libera di funzionare senza ostacoli”. Il che vuol dire che non si deve distorcere, per aiutare Carlo, l’intero mercato, come ad esempio viene fatto dall’articolo 18 (anche e soprattutto quello del governo Monti), dai limiti della durata degli affitti delle abitazioni (il cosiddetto 4+4), eccetera.
  3. L’esistenza dello stato minimo. Per poter ricorrere a questo tipo intermedio di coercizione lo stato deve essere già minimo. In altri termini, finché c’è il Maggio Musicale Fiorentino, tanto per dire, non si può ricorrere a questo tipo intermedio di coercizione.
Se dunque è valida l’ipotesi della definizione non arbitraria dei bisogni di base e quindi della severa privazione (ipotesi che qui non c’è modo di discutere per ragioni di spazio), i termini del dilemma sono cambiati. L’alternativa non è più fra stato minimo e stato massimo, ma fra stato minimo, stato pseudo-minimo e stato massimo.
Alcuni liberali (fra cui Hayek come abbiamo visto) e perfino alcuni libertari (come Nozick, per quanto lo faccia quasi di sfuggita – mi verrebbe da dire ‘di nascosto’ – quando parla dell’esempio dell’unico pozzo con l’acqua potabile) ritengono che lo stato pseudo-minimo, per quanto riduca, seppur in modo non arbitrario, la sovranità della legge, sia ammissibile per motivi umanitari. Altri no.
In ogni caso, anche ammesso che si ritenga che lo stato pseudo-minimo sia accettabile (cosa che io personalmente faccio), la fuga dalla coercizione intermedia (che rimane una coercizione illegittima) non può essere giudicata in termini di legittimità ma solo in termini umani.
La persona che cioè paga le tasse che servono a difendere la sovranità della legge ma evade quelle che servono ad aiutare Carlo non sta compiendo un crimine (e quindi non può essere considerato un ‘ladro’) ma si sta rifiutando di contribuire a un’azione collettiva di aiuto per motivi umanitari.
La persona che paga le tasse che servono a difendere la sovranità della legge e quelle che servono ad aiutare Carlo ma evade le tasse che servono a finanziare il filmVacanze di Natale sta pagando più tasse di quelle che è legittimo che paghi e quindi dovrebbe essere ringraziata.
La persona che paga anche le tasse che servono a finanziare il film Vacanze di Natale sta contribuendo allo smantellamento della legge intesa come principio, e quindi al totalitarismo. Posti di fronte all’alternativa fra subire la repressione violenta dello stato e contribuire al totalitarismo, molte persone contribuiscono al totalitarismo pagando tutte le tasse che vengono loro imposte. Io confesso di essere una di queste persone. Ma confesso anche che nell’esserlo provo una certa vergogna. Per certi aspetti forse simile a quella che provava un non fascista che, per evitare la violenza dello stato, prendeva la tessera del fascismo.

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