Lo statalista Monti spiegato con la metafora del semaforo

GIOVANNI BIRINDELLI, 18 May 2012

(original publication: L’Indipendenza)

Pare che le idee per la crescita del nostro originalissimo presidente del consiglio consistano nel fare investimenti pubblici “veri e genuini”, magari con lo scorporo totale o parziale delle spese per investimenti dal calcolo del deficit. Rinfrancato dall’elezione del socialista Hollande in Francia, il nostro Professore dice di volersi porre a metà fra politiche keynesiane e austerità tedesca ma davvero non si capisce dove la ricetta che lui propone non sia puramente keynesiana. Forse perché la spesa pubblica in deficit sarebbe finalizzata solo agli investimenti “veri e genuini”? Quello che caratterizza le politiche keynesiane non è il tipo particolare di spesa pubblica ma è l’uso della spesa pubblica come strumento per rilanciare la crescita e cioè l’idea che la crescita economica possa essere prodotta dall’interventismo economico, il quale invece, di qualunque tipo esso sia, al di là di un momentaneo effetto-droga ha necessariamente effetti distruttivi non soltanto sulla crescita ma sulle stesse possibilità che questa possa essere prodotta in futuro.
L’interventismo economico infatti fa il minor e il peggior uso della conoscenza presente in un sistema economico, cioè della conoscenza dispersa fra le persone, e anzi tende a distruggere questa conoscenza, a buttarla via. Poiché la conoscenza è capitale, l’interventismo economico da parte dello stato implica necessariamente uno spreco e una distruzione di capitale, che a sua volta produce necessariamente, nel lungo periodo, una decrescita economica, non una crescita. Viceversa il non interventismo economico da parte dello stato (il libero mercato) fa il maggior e il miglior uso della conoscenza dispersa fra le persone, e cioè del capitale a disposizione, e ciò produce le migliori possibilità per una crescita economica. Quindi la cosa migliore che potrebbe fare Monti per rilanciare la crescita è far arretrare lo Stato (o contribuire a far arretrare il sovrastato) in tutte le sue forme (spesa pubblica, tasse, regolamentazioni, burocrazia, sussidi, redistribuzione delle risorse, politiche monetarie, eccetera). Esattamente l’opposto di quello che sta facendo.
Perché l’interventismo economico ha necessariamente effetti depressivi a lungo termine mentre il libero mercato crea le migliori condizioni per la crescita?
La ragione sta nel tipo di conoscenza che viene usata nei due casi. Per illustrare questa ragione in modo intuitivo ricorro a una metafora. Immaginiamo due modi alternativi di regolare il traffico a un incrocio: il semaforo e la rotatoria. La differenza fra i due sta nel tipo di conoscenza di cui fanno uso per regolare il traffico a quell’incrocio. Il semaforo usa la conoscenza dell’esperto (chiamiamolo Mario Monti) che, in base alla sua esperienza e ai suoi studi, ha programmato il timer del semaforo, per esempio fissando un intervallo di 30 secondi. La rotatoria, viceversa, usa per lo stesso scopo un tipo di conoscenza completamente diverso: la conoscenza dell’automobilista che deve attraversare quell’incrocio. Più precisamente, la rotatoria usa la conoscenza di ogni automobilista che deve attraversare quell’incrocio. La differenza fra i due tipi di conoscenza è chiara: nel caso del semaforo viene utilizzata ‘conoscenza centralizzata’ (quella di Mario Monti) cioè una conoscenza individuale che non dipende dalle circostanze di tempo e di luogo. Viceversa nel caso della rotatoria viene utilizzata ‘conoscenza periferica’, quella di ogni individuo che si trova ad attraversare quell’incrocio, la quale dipende da circostanze di tempo e di luogo che solo chi si trova lì in quel momento (l’individuo) conosce.
Ora mettiamo a confronto questi due modi di regolare il traffico a un incrocio.
In primo luogo è evidente che il semaforo utilizza unaqualità di conoscenza inferiore rispetto alla rotatoria, in quanto non tiene conto delle circostanze di tempo e di luogo. Questa inferiorità qualitativa si esprime per esempio nella perdita di opportunità: se il semaforo è rosso ma non passa nessuno, l’automobilista è costretto a perdere un’opportunità. Per quanto “esperto” sia il programmatore del semaforo, egli non potrà mai sapere se in ogni istante futuro in quel punto ci saranno le condizioni per passare oppure no.
In secondo luogo: se quell’incrocio è attraversato da cento macchine al giorno, in un giorno il semaforo utilizzerà una unità di conoscenza (di qualità inferiore), quella di Mario Monti; mentre la rotatoria utilizzerà cento unità di conoscenza (ciascuna di qualità superiore), quelle di ciascun automobilista che si trova ad attraversare quell’incrocio. In un anno, il semaforo continuerà a utilizzare la stessa singola unità di conoscenza, mentre la rotatoria ne utilizzerà 36.000 unità (ciascuna di qualità superiore). Per quanto “esperto” sia il programmatore del semaforo, egli non potrà mai avere una quantità di conoscenza comparabile a quella che è dispersa fra tutte le persone che si trovano ad attraversare quel semaforo.
In terzo luogo c’è da considerare il fattore rischio, per esempio il ‘rischio dirottamento’(chiamiamolo così). Quando il fluire del traffico a quell’incrocio dipende dalle decisioni di chi si trova nella stanza dei bottoni, chi controlla quella stanza ha un potere immenso per cui si possono produrre quelle situazioni rappresentate in diversi film d’azione americani (fra i tanti, The Italian Job di F. Gary Gray) in cui degli hackers prendono il controllo di quella stanza e gestiscono l’intero traffico per i propri scopi particolari (per il raggiungimento dei quali gli automobilisti diventano semplici strumenti). Visto che, come diceva Lord Acton, “il potere corrompe e il potere assoluto corrompe assolutamente” l’esistenza stessa della stanza dei bottoni (quando dalle decisioni di questa dipendono interessi particolari, come avviene in campo economico per esempio) produce le migliori condizioni e i migliori incentivi perché questa sia utilizzata in funzione di scopi particolari (collettivi o individuali che siano) da coloro che la controllano. La rotatoria, ovviamente, non pone questi rischi di dirottamento in quanto con essa il traffico non è ‘gestito’ ma fluisce in base alle scelte che ogni individuo prende sotto la propria responsabilità e all’interno di una semplice regola generale (in questo caso, quella che stabilisce che ha la precedenza chi sta già nella rotatoria).
Ultimo ma non ultimo è l’aspetto psicologico: il semaforo non induce le persone a valutare se ci sono le condizioni per attraversare ed eventualmente a farlo sotto la loro responsabilità individuale. Le educa a guardare il colore di una lampadina, e cioè a pendere dalle labbra dell’autorità. In questo modo le persone gradualmente tendono a perdere la loro individualità, la loro capacità di pensare individualmente, si atrofizzano, si paralizzano, si intimidiscono e perdono la capacità di decidere autonomamente. Piano piano esse perdono il proprio estro: quella capacità di osare, di provarci da cui in ultima analisi la crescita dipende.
Certo, questa è solo una metafora e in quanto tale ha molti limiti sui quali ora non è necessario soffermarsi (un limite per esempio è quello che la rotatoria è costruita da un’autorità mentre il libero mercato, essendo un ordine spontaneo, non è costruito ma è “cresciuto”). Personalmente, tuttavia, questa metafora la trovo molto utile per dare un’idea visiva e intuitiva della distinzione fra conoscenza centralizzata e periferica e quindi fra ordine arbitrario e ordine spontaneo. Il primo (l’ordine arbitrario) è il risultato non solo dell’azione delle persone ma anche del disegno di coloro che arbitrariamente stabiliscono i fini particolari in funzione dei quali coloro che partecipano a questo ordine devono agire (il tipico esempio è un’economia di piano come quella sovietica o un’“economia di comando”, il termine è di Hayek, come quella attuale). Il secondo (l’ordine spontaneo) è il risultato dell’azione delle persone ma del disegno di nessuno: il tipico esempio è l’economia di mercato nella quale, nei limiti in cui le sue azioni rientrano all’interno della legge intesa come principio generale e astratto, ognuno può agire in funzione dei propri fini individuali.
Se dalla metafora passiamo alla realtà, per esempio all’economia, infatti, le cose si complicano esponenzialmente ma i termini di fondo dei problemi sostanzialmente rimangono gli stessi della metafora. Per esempio, gli investimenti pubblici di cui parla Monti sono un esempio di interventismo economico che fa ricorso alla conoscenza centralizzata di coloro che li dovrebbero decidere: come tutte le altre forme di interventismo di ogni tipo che si sono accumulate e continuano ad accumularsi giornalmente in quella moderna forma di socialismo che con una contraddizione in termini viene chiamata “economia sociale di mercato”, questi investimenti pubblici produrranno necessariamente una ulteriore distorsione strutturale del mercato e cioè una ulteriore distruzione di conoscenza, di capitale . Attraverso questi investimenti si crea quella che Hayek chiama “misdirection of labour”: nuovi lavori vengono prodotti non dove il lavoro (in base alla conoscenza periferica delle persone che partecipano al mercato) è scarso ma dove ha deciso l’autorità (cioè in base alla conoscenza centralizzata). Si ha così una distorsione del mercato: una distruzione di conoscenza periferica con, mutatis mutandis, tutti gli effetti accennati sopra.
Questi investimenti pubblici tecnicamente possono essere finanziati in diversi modi: per esempio stampando moneta, oppure aumentando il debito pubblico, oppure aumentando le tasse. Ma né l’inflazione (la conseguenza della stampa di moneta), né il debito pubblico (che come vediamo nel caso della Grecia e presto dell’Italia ha un limite), né le tasse (per ovvi motivi) possono essere aumentati all’infinito. Prima o poi si raggiunge il limite e quando questo avviene la realtà non sarà più evitabile e la distruzione di capitale prodotta dalle politiche interventiste verrà a galla: il sipario sulla crisi si apre e le dimensioni di questa (tanto maggiori quanto più a lungo queste politiche sono state perseguite) saranno talmente spaventose che gli spettatori (perché a questo sono ridotti gli individui nelle economie di comando come quelle attuali) non ce la faranno nemmeno a guardare. Questo è quello che è successo in Grecia e che sta succedendo in Italia (l’ondata di suicidi per motivi connessi alle tasse è solo l’inizio): “Quanto più a lungo si protrae l’inflazione [Hayek si riferisce all’inflazione prodotta dalle politiche interventiste, e in particolare a quelle monetarie quali l’aumento della quantità di moneta, cioè la stampa di moneta] tanto maggiore sarà il numero di lavoratori i cui lavori dipendono dal prolungamento dell’inflazione, spesso perfino da una continua accelerazione del tasso di inflazione – non perché essi non avrebbero trovato lavoro senza inflazione, ma perché essi sono stati portati dall’inflazione [cioè dall’interventismo] a svolgere lavori temporaneamente attraenti i quali dopo un rallentamento o una cessazione dell’inflazione [delle politiche interventiste] spariranno di nuovo. … Ogni tentativo di preservare i lavori particolari che sono stati resi profittevoli dall’inflazione [dall’interventismo] porta a una completa distruzione dell’ordine di mercato”. Hayek, scrivendo nel 1978, parla dell’interventismo monetario ma lo stesso ragionamento può naturalmente essere esteso a qualunque altra forma di interventismo.
Hayek diceva che “Tutte le teorie politiche assumono, ovviamente, che la maggior parte degli individui è molto ignorante. Coloro che difendono la libertà differiscono dagli altri in quanto includono fra gli ignoranti loro stessi insieme ai più saggi”. Ben consapevole del fatto che sovranità della legge intesa come principio e libero mercato sono due facce della stessa medaglia, senza dubbio Hayek avrebbe esteso le stesse considerazioni alle teorie economiche. Ecco, quello che manca a chi persegue politiche interventiste è la modestia, il saper di non sapere. Coloro che sostengono e/o attuano l’interventismo economico e cioè che irresponsabilmente sostituiscono alla conoscenza periferica dispersa fra gli individui responsabili la loro conoscenza centralizzata (che, rispetto alla prima, è insignificante sia dal punto di vista qualitativo che da quello quantitativo) hanno un’arroganza patologica, cronica. Incapaci di concepire cose che crescono ma solo cose che possono essere ‘fatte’ (incapaci di riconoscere cioè un ordine spontaneo ma solo un ordine di tipo arbitrario) essi sono, nelle parole di Hayek, “i nemici della libertà”. Il governo di Mario Monti (il governo dei professori) è l’apoteosi di questa arroganza e cioè del non saper di non sapere, del non saper di non poter sapere. Se i danni di questa arroganza ricadessero solo su chi la ha non ci sarebbe nessun problema ovviamente, anzi.
Il problema è che non è così: chi ha questa arroganza è a capo dell’organizzazione più potente della storia del pianeta: lo stato moderno. Essi hanno un potere enorme e illimitato e lo usano per distruggere ricchezza, capitale, conoscenza, opportunità, libertà, legge, individualità e spirito umano.

3 thoughts on “Lo statalista Monti spiegato con la metafora del semaforo

Comment

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s