Severino e l’uso dei carcerati per la ricostruzione

GIOVANNI BIRINDELLI, 5 June 2012

(original publication: Movimento Libertario)

A ridosso del terremoto che ha scosso l’Emilia, il ministro della giustizia Severino ha detto: “Vorrei lanciare un’idea, quella di rendere utile la popolazione carceraria, quella non pericolosa, per i lavori di ripresa del territorio… Ho sempre pensato che il lavoro carcerario sia una risorsa per il detenuto, un vero modo per portarlo alla risocializzazione e al reinserimento nella società”. Queste sembrano a prima vista parole di buon senso.
Da un lato, questa “piccola idea”, come la definisce il ministro, consentirebbe di avere a disposizione manodopera presumibilmente gratuita o quasi (e comunque attraverso vie esterne a quelle di mercato) per ricostruire il territorio. Essa consentirebbe cioè di utilizzare le persone-detenuti come mezzo per il fine della ricostruzione del territorio, e di farlo, presumibilmente, a prescindere dalla loro volontà (nell’articolo citato non c’era nessun riferimento alla volontarietà).
Dall’altro lato, questa idea richiama addirittura una delle formulazioni del primo principio categorico kantiano (“agisci in modo tale da trattare l’umanità, nella tua persona o in qualunque altra, mai semplicemente come mezzo ma sempre allo stesso tempo come un fine”) e quindi sembra assumere addirittura un alone di moralità. Portare il detenuto alla “risocializzazione e al reinserimento nella società” sarebbe un modo per considerare la sua persona come fine oltre che come mezzo.
Se da una prospettiva kantiana questa idea del ministro non fa una piega, da una prospettiva liberale invece la fa eccome.
In generale, il liberalismo non ha nulla contro l’utilizzo delle persone come mezzo e di certo non considera il loro utilizzo come mezzo un’azione immorale, anzi. Se mi si rompe un mobile e mi rivolgo all’artigiano per ripararlo, sto utilizzando l’artigiano come mezzo, non come fine. A meno che l’artigiano sia mio amico oppure che con esso venga fuori un’immediata simpatia, la ragione per cui gli commissiono la riparazione del mobile potrebbe tranquillamente non avere nulla a che vedere con il suo benessere e consistere unicamente nel mio desiderio di avere il mobile riparato, e ciò non sarebbe immorale.
D’altro canto, il liberalismo, difendendo la libertà intesa come quella condizione delle persone in cui la coercizione di alcuni su altri è limitata alla sola difesa della legge intesa come principio astratto, ha molto da dire contro l’utilizzo delle perone come mezzo da parte dello stato. Se io uso l’artigiano come mezzo per la riparazione del mio mobile e l’artigiano usa me come mezzo per ottenere reddito non c’è nulla di male perché questo è uno scambio volontario e legittimo, come per definizione tutti gli scambi che avvengono nel libero mercato. Ma quando l’utilizzare l’altro come mezzo implica coercizione (e in particolare coercizione che sta al di fuori della difesa della legge intesa come principio astratto) allora siamo nel campo dell’aggressione, dell’arbitrarietà e dell’assoluta illegittimità. E non è che le cose cambiano quando si parla di detenuti: a meno che non ci sia volontarietà da parte loro, il fatto che lo stato li utilizzi come mezzi attraverso coercizione è, da un punto di vista liberale, illegittimo.
Inoltre, il liberalismo non ha nulla da dire contro il fatto che le persone considerino altre persone (o perfino animali o cose) come fini delle loro azioni volontarie e libere. Anzi, il liberalismo considera questa un’espressione di individualismo e quindi di libertà. Se Marco fa il donatore di sangue, per esempio, in alcuni casi egli può considerare le persone a cui lo dona come il fine di questa sua azione, oltre che come mezzo per esprimere la sua individuale inclinazione verso questo tipo particolare di generosità.
Il liberalismo tuttavia ha molto da ridire sul fatto che lo stato utilizzi le persone come fini: se per esempio lo stato, considerando le persone che beneficiano della donazione di sangue come fine, imponesse ai cittadini la donazione di sangue, da un punto di vista liberale questo sarebbe illegittimo in quanto violerebbe i diritti di proprietà che ogni persona ha sul suo corpo.
Quando a considerare le persone come fini non è l’individuo ma lo stato si ha dunque il socialismo, e cioè la sostituzione della volontà e delle inclinazioni di chi comanda lo stato alla volontà e alle inclinazioni dei singoli individui. L’imperativo categorico kantiano nella formulazione “agisci in modo tale da trattare l’umanità, nella tua persona o in qualunque altra, mai semplicemente come mezzo ma sempre allo stesso tempo come un fine” diventa quindi la base del socialismo: “la preferenza per il fine dell’umanità si trasforma nell’idea di Socialismo attraverso la definizione di ogni individuo come fine ultimo, un fine in se stesso”, riconosce con orgoglio il socialista neo-kantiano Cohen.
Tornando all’esempio dei detenuti, molte persone potranno pensare che in fondo chisseneimporta: non sono mica io il detenuto. Ebbene esse sbaglierebbero, perché oggi lo stato utilizza i cittadini tutti come mezzi per un fine e, allo stesso tempo, utilizza i cittadini tutti come fine, mostrando in entrambe queste attitudini la sua natura socialista e quindi totalitaria.
Lo stato utilizza per esempio i cittadini-‘contribuenti’ come mezzo per mantenere i parassiti oppure per realizzare la distribuzione dei redditi che corrisponde ai loro desideri. Come dice Ortega y Gasset, “Questo è ciò a cui porta l’interventismo dello stato: le persone sono trasformate in carburante per nutrire la pura macchina che è lo stato. Lo scheletro divora la carne che lo avvolge. L’impalcatura diventa il proprietario e l’inquilino della casa” – qualcuno per caso ha visto il film The Matrix?
D’altro canto, tuttavia, attraverso queste stesse misure che utilizzano il cittadino come mezzo, allo stesso tempo lo stato utilizza il cittadino anche come fine: le politiche fiscali redistributive e l’articolo 18, tanto per fare due esempi fra gli infiniti che possono essere fatti, non hanno forse come fine il benessere e la tranquillità di una particolare categoria di cittadini?
Lo stesso fine che, quando sta alla base dell’azione volontaria e libera del cittadino, può essere nobilissimo ed espressione della sua individualità, nel momento in cui sta alla base dell’azione coercitiva dello stato (qui intendo un’azione coercitiva dello stato che esula dalla difesa della legge intesa come principio astratto) diventa un fine illegittimo in quanto il suo raggiungimento presuppone uno stato di polizia: “Quello che costituisce uno stato di polizia non è il ‘bussare alla porta’ (questo è un dettaglio minore), ma il fatto che un governo persegua delle politiche particolari in relazione ai suoi stessi cittadini” (Oakeshott)
Da un punto di vista liberale la legittimità di un’azione non sta nel fine, ma nella natura dell’azione e cioè nel fatto che quell’azione rispetti o meno la legge intesa come principio astratto e cioè come regola di condotta individuale che vale per tutti (stato incluso) nello stesso modo, senza differenza fra datori di lavoro e lavoratori dipendenti, fra ricchi e poveri, fra detenuti e non detenuti.
Quindi le parole del ministro Severino (se sono intese nel modo in cui le ho intese io, e cioè nel senso di utilizzare le persone-detenuti come mezzo e allo stesso tempo come fine) esprimono in modo molto chiaro il ruolo dello stato moderno, cioè dello stato totalitario, nei confronti dei suoi cittadini tutti (casta esclusa).

Comment

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s