Il compagno Pisapia inventa l’IMU per le ‘case di lusso’

GIOVANNI BIRINDELLI, 27 June 2012

(original publication: L’Indipendenza)

Il Comune di Milano ha approvato le nuove aliquote IMU, le quali sono diverse a seconda che, in base alle classificazioni sulle quali il Comune si basa, l’abitazione sia considerata ‘di lusso’ oppure no. In quella che Talmon ha efficacemente chiamato “democrazia totalitaria”, e cioè in un sistema politico come il nostro in cui non ci sono limiti di principio alle decisioni della maggioranza (o di chi la rappresenta) e quindi in cui il potere politico è illimitato, questa misura non fa scandalo, così come non lo fa la progressività fiscale (articolo 53 della costituzione). Ma ragioniamo per un attimo, e per assurdo, come se in Italia vigesse la legge, la quale, essendo un principio astratto, risultato di un processo spontaneo di selezione culturale di usi e convenzioni (come le regole della lingua italiana) è un limite al potere arbitrario, non uno strumento di potere arbitrario.
Immaginiamo due persone: Chiara e Federico. Per semplicità, supponiamo che essi abbiano lo stesso reddito. Essendo persone diverse, Chiara e Federico avranno probabilmente gusti e priorità diverse. Per esempio, possiamo supporre che per Chiara vivere in una casa ‘di lusso’ (lasciamo perdere l’arbitrarietà e la mancanza di alcun significato oggettivo di questo termine) sia meno importante che viaggiare: in base ai suoi gusti e priorità individuali, Chiara è disposta a vivere in una casa ‘non di lusso’ per avere la possibilità di girare il mondo. Viceversa, possiamo supporre che per Federico vivere in una casa ‘di lusso’ sia più importante che viaggiare: in base ai suoi gusti e priorità individuali, Federico è disposto a rinunciare a viaggiare per vivere in una casa ‘di lusso’.
Ora, immaginiamo che il sindaco della loro città imponga una IMU superiore per le case ‘di lusso’. Questa misura coercitiva punirebbe Federico per avere gusti diversi da Chiara, cioè per essere diverso da Chiara. Sul piano astratto (dal punto di vista cioè dell’idea astratta di legge e di uguaglianza davanti alla legge) quale sarebbe la differenza fra questa misura e le leggi razziali? Non è forse vero che in entrambi i casi viene usato il potere coercitivo dello stato per discriminare i ‘diversi’ perché sono ‘diversi’? Cambiano i parametri della ‘diversità’, e cambia la tipologia della discriminazione, ma il fatto che il potere coercitivo arbitrario dell’autorità viene esercitato sui ‘diversi’ perché sono ‘diversi’ (in questo caso perché hanno gusti e priorità diverse o, come dicono i moderni socialisti, perché hanno “gusti dispendiosi” – expensive tastes) rimane inalterato.
Lo stesso discorso vale, ovviamente, per la progressività fiscale e quindi se si toglie l’ipotesi dell’uguaglianza di reddito fra Chiara e Paolo: Chiara per esempio potrebbe preferire un lavoro sicuro a costo di guadagnare di meno mentre Federico potrebbe preferire la possibilità di guadagnare molto a costo di avere maggiori rischi. E’ vero che, come dice Nozick,  “spesso le persone che non desiderano affrontare dei rischi si sentono intitolate ad ottenere una compensazione da parte di coloro che lo fanno e vincono; eppure queste stesse persone non si sentono obbligate a dare una mano dividendo le perdite di coloro che rischiano e perdono”, ma questo non significa che il ricorso alla coercizione per soddisfare questo desiderio di compensazione nel caso di vittoria non sia un crimine.
Ciò che oggi rende possibile a chi detiene il potere politico di compiere impunemente e sistematicamente queste discriminazioni e questi crimini, non solo alla luce del sole ma con la serenità e perfino l’orgoglio di aver fatto cosa buona e giusta, è in ultima analisi l’idea di legge: il fatto che la legge sia identificata con il provvedimento particolare (che dipende dalla volontà di chi detiene il potere politico) invece che con il principio generale e astratto (che è indipendente dalla volontà di chiunque come lo sono le regole della lingua italiana).
Siamo in uno stato senza legge. Peggio, siamo in uno stato senza legge a nostra insaputa. Quasi sempre l’ignoranza di questo fatto accomuna tanto il manovale quanto il professore quanto il grande avvocato milanese. E parliamo ancora di crescita economica, come se legge e economia fossero scindibili l’una dall’altra. Come se la crescita economica non dipendesse in modo fondamentale dal rispetto (prima) e spesso dall’imitazione (poi) del diverso, e addirittura dell’“eretico” (Mokyr). La legge intesa come provvedimento (come decisione condominiale) è uno strumento di intolleranza in quanto dà la possibilità a chiunque (nella democrazia totalitaria purché sia maggioranza o purché abbia ottenuto l’assegno in bianco da parte della maggioranza degli elettori) di esercitare coercizione sul diverso perché diverso, per esempio per dare sfogo alla propria invidia oppure alle proprie tendenze conservatrici.
La legge intesa come principio, al contrario, è garanzia di tolleranza, di rispetto per il diverso, e quindi di crescita: a nessuno, men che meno alla maggioranza, viene dato il potere di esercitare coercizione contro qualcuno perché è diverso, ma solo se ha violato una regola di giusta condotta individuale (la quale deve essere coerente con le altre ritenute valide, e col principio dell’uguaglianza davanti alla legge, su un piano astratto). L’economia ci presenterà il conto dello stato senza legge. Quello che vediamo adesso è nulla.

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