Pascal Salin: l’evasione fiscale non è immorale (intervista esclusiva del Movimento Libertario)

GIOVANNI BIRINDELLI, 4 July 2012

(Original publication: Movimeto Libertario)

Riporto la sintesi di un’intervista al Professor Pascal Salin, economista francese della Scuola Austriaca. Il video integrale dell’intervista, in inglese, può essere trovato QUI.

Origine della crisi. La crisi è stata prodotta dal fatto che per molto tempo i governi europei, e in particolare quelli dei paesi oggi maggiormente esposti (Grecia, Spagna, Italia, Portogallo, Irlanda e, aggiunge il Professor Salin, Francia) hanno speso molto di più di quello che potevano permettersi. La crisi è adesso peggiorata per due ragioni. In primo luogo, la recessione economica ha ridotto le entrate fiscali. In secondo luogo, molti governi, adottando politiche keynesiane, hanno reagito alla crisi spendendo di più, non di meno: in altre parole, essi hanno reagito al problema aumentando il ricorso all’interventismo economico che ha creato il problema.

È giusto parlare di “crisi dell’euro”?  Quella che viene comunemente chiamata “crisi dell’euro” non è quindi una crisi dell’euro, ma piuttosto una crisi dei debiti pubblici e quindi dei governi che li hanno prodotti.

Non solo, ma “in linea di principio, non c’è nessuna ragione per cui questa crisi dei debiti pubblici sia collegata all’euro”. Salin fa l’esempio degli Stati Uniti (che però sono, a differenza dell’Europa, un unico paese, per quanto federale): “quando c’è un problema in uno stato americano (come l’anno scorso è accaduto per esempio nello stato del Minnesota che non è stato capace di rimborsare il proprio debito) nessuno parla di un problema del dollaro. Perché allora, quando c’è una crisi prodotta dal fatto che alcuni paesi come la Grecia, l’Italia, la Francia e così via hanno un debito pubblico insostenibile, generalmente si dice che questa è una crisi dell’euro?” La ragione per Salin è puramente politica: questa situazione di crisi dei debiti pubblici di alcuni paesi viene vista come un pretesto per rinforzare il processo di centralizzazione politica ed economica di cui l’euro era uno dei primi passi.

Se un paese in crisi ritornasse alla valuta nazionale e la svalutasse, questa sarebbe una soluzione al problema? Nel lungo periodo no in quanto la svalutazione non consentirebbe di correggere la radice del problema, ovvero le distorsioni del mercato prodotte dall’interventismo economico dello stato (Salin spiega la teoria del ciclo economico della Scuola Austriaca, la quale, per quanto trascurata dall’usuale contrapposizione fra keynesiani e monetaristi, a suo parere “è l’unica scuola di pensiero in grado di dare una spiegazione soddisfacente di cosa sia accaduto”). Per quanto corretta nell’esito, la previsione dei monetaristi, e di Friedman in particolare, secondo cui l’unione monetaria sarebbe entrata in crisi, era fondata secondo Salin su una teoria contraddetta dall’esperienza storica. La teoria è quella secondo la quale l’unione monetaria fra paesi in situazioni economiche diverse (oppure inizialmente in situazioni economiche simili ma poi, in seguito a crisi asimmetriche, venutisi a trovare in situazioni economiche diverse) non può funzionare in quanto toglierebbe ai paesi in crisi la possibilità di svalutare e quindi di fare ciò che fa normalmente un’azienda in crisi: abbassare i prezzi dei suoi prodotti o servizi. Questa teoria secondo Salin è contraddetta da vari esempi storici (oltre che dalla teoria della Scuola Austriaca): in primo luogo quello degli Stati Uniti ma poi anche quello della “zona del franco” che univa paesi diversissimi fra loro come la Francia e alcuni paesi africani. Quando le crisi economiche sono prodotte dall’interventismo economico nel lungo periodo la svalutazione non è un rimedio. L’unico possibile rimedio è lasciare che il mercato libero faccia il suo corso: solo così le distorsioni prodotte dai governi e dalle loro politiche keynesiane potranno essere corrette e la crisi potrà rientrare.

Eurobond & Co.: potrebbero essere una soluzione? No: nessuna delle misure proposte o attuate a livello europeo (come i cosiddetti ‘eurobond’, i ‘project bond’, la ricapitalizzazione della European Investment Bank, l’unione bancaria, ecc.) potrebbe essere una soluzione: “queste cosiddette ‘soluzioni europee’ sarebbero una soluzione al desiderio di centralizzazione dei politici” e a quello di deresponsabilizzazione dei governi nazionali in relazione al debito da loro creato “ma non sarebbero una soluzione ai problemi economici” perché, come detto prima, esse insistono su ciò che ha prodotto la crisi: l’interventismo economico e la centralizzazione delle decisioni e dell’uso della conoscenza che questo presuppone.

Quali politiche dovrebbero essere adottate da parte dei governi? Salin sorride, “sono tentato di rispondere nessuna politica” in quanto l’interventismo economico, e quindi le politiche monetarie e quelle fiscali, stanno all’origine della crisi finanziaria e di quella economica, rispettivamente: “queste politiche hanno impedito al mercato di fare il suo lavoro. Per ristabilire l’equilibrio dobbiamo avere non più interventismo, ma meno. Quindi quanto meno sarebbe necessario non far nulla. Ma sarebbe ancora meglio se gli stati decidessero di ridurre la spesa pubblica e, per quanto paradossale possa sembrare a prima vista, di ridurre le tasse… Lo so che per i governi è difficile accettare questo fatto, ma essi stanno facendo esattamente l’opposto: stanno infatti aumentando le tasse, … la quantità di moneta, … le regolamentazioni”. Solo il mercato, se lasciato lavorare, può risolvere la crisi economica.

Fra la competizione monetaria di Hayek (in ogni paese, per esempio europeo, ciascuno può usare la moneta che vuole fra le tante monete in competizione fra loro le quali sarebbero anche, o preferibilmente solo, emesse da soggetti privati) e il gold standard puro di Mises, cosa preferisce? “La competizione è sempre una buona cosa” in quanto incentiva i competitors ad offrire il prodotto migliore. Ciò che rende una moneta migliore di un’altra è la sua capacità di mantenere il potere d’acquisto nel tempo e perfino di aumentarlo. Il fatto che oggi a emettere moneta siano le banche centrali e che gli stati impongano l’uso di questa moneta di stato ai cittadini mediante il corso forzoso, crea la possibilità e l’incentivo perché la quantità di moneta sia aumentata e quindi perché vi sia inflazione. In una situazione di competizione monetaria, viceversa, ciascuna persona, sotto la sua responsabilità, sarebbe libera di scegliere la moneta che lei ritiene essere quella migliore e cioè quella che a suo parere mantiene meglio il potere d’acquisto o addirittura che lo aumenta. Quindi in una situazione di competizione monetaria non ci sarebbe inflazione ma stabilità dei prezzi o addirittura una crescita economica accompagnata da riduzione dei prezzi. “L’unica vera soluzione di lungo periodo alla crisi finanziaria è la competizione monetaria”. La competizione monetaria è superiore al gold standard perché il secondo non è competitivo: potrebbe essere che la moneta migliore sia quella basata sul gold standard (purché sia un gold standard privato, in cui la garanzia della corrispondenza fra oro e moneta è data da soggetti privati, non dalle banche centrali, così che essi, a differenza di queste ultime, non abbiano la possibilità di svalutare) ma non lo possiamo sapere in anticipo. La competizione monetaria (intendendo la competizione come processo di scoperta – come lo è la sperimentazione nella scienza (Hayek) – e non come situazione corrispondente alla cosiddetta concorrenza perfetta) ci aiuterebbe a scoprirlo.

Quale è la sua opinione sul programma economico del nuovo Presidente della Repubblica francese, François Hollande? “Penso che il suo programma economico sia molto pericoloso” in quanto keynesiano. In teoria ha l’obiettivo di ridurre il debito ma, anche se ancora non sappiamo i dettagli, lo vuole fare principalmente con l’aumento delle tasse, il che non solo non risolve i problemi ma li peggiora. “Durante la campagna elettorale ha proposto di aumentare il livello di tassazione dei redditi più alti al 75%, il che nei fatti con i contributi e le altre tasse si traduce in circa il 100%. Il che è veramente folle”. Inoltre ha promesso di aumentare la patrimoniale e altre tasse. Allo stesso tempo, il suo programma prevede un aumento della spesa pubblica, per esempio l’aumento del numero degli insegnanti nelle scuole pubbliche e trasferimenti alle famiglie. Il risultato di questo programma interventista sarà maggiore debito pubblico e maggiori regolamentazioni: esattamente l’opposto di ciò che sarebbe necessario per la crescita.

Mario Monti ha affermato che intende rilanciare la crescita attraverso spesa pubblica in “investimenti pubblici veri e genuini”; il suo governo ha varato una ‘riforma’ del mercato del lavoro che continua a rendere estremamente difficile e costoso (quando non impossibile) ai datori di lavoro di licenziare i lavoratori; obbligato dalla crisi economica, finanziaria e dei debiti pubblici a scegliere fra ridurre lo stato e aumentare le tasse ha scelto in gran parte la seconda soluzione. Sarebbe corretto considerare Monti un liberale? Qui devo ammettere una certa sorpresa, infatti il Professor Salin, pur riconoscendo che ce ne è di strada da fare, ha riconosciuto che, anche se a piccoli passi, Monti sta andando “nella giusta direzione (nella direzione liberale)”, e fra gli esempi cita proprio il mercato del lavoro: “mi sembra infatti che ci siano state delle leggere modifiche alla legislazione del lavoro e in altre regolamentazioni. … Devo dire che preferisco questo a quello che abbiamo in Francia, in cui è chiaro che stiamo andando nella direzione opposta”. Lo guardo un po’ confuso: gli ricordo che la ‘riforma’ del lavoro varata dal governo Monti (che già nella sua prima versione rendeva estremamente difficile e costoso licenziare una persona) era stata talmente annacquata che il Wall Street Journal, un giorno dopo aver elogiato Monti, ha dovuto auto-censurarsi e fare un errata corrige. Salin ammette che in effetti non sapeva delle due versioni della proposta e che non conosce i dettagli delle manovre del governo Monti. Riconosce che quelli fatti da Monti sono sicuramente dei piccoli cambiamenti e che l’Italia è ancora un paese illiberale. E aggiunge che “se Monti decidesse di ricorrere a politiche keynesiane questo sicuramente non sarebbe liberale”: ma questo è appunto esattamente quello che pare Monti abbia intenzione di fare, in quanto ciò che distingue le politiche keynesiane è l’idea di produrre crescita tramite spesa pubblica, anche in investimenti pubblici ‘veri e genuini’.

L’evasione fiscale è immorale? Altra sorpresa dall’autore di Liberalismo e di La Tirannia Fiscale. In sintesi, egli afferma che da un lato l’evasione fiscale non è immorale in quanto è una forma di resistenza contro una coercizione che, per il modo in cui è imposta e per la sua quantità, è illegittima. In altre parole, è una forma di “autodifesa contro un attacco da parte dello stato”. Dall’altro lato, tuttavia, pur riconoscendo che l’evasione fiscale è un incentivo al governo ad abbassare le tasse, Salin afferma che essa è moralmente eccepibile in quanto scarica un peso maggiore di tasse, e cioè di “schiavitù”, su coloro che non possono evadere. Quindi “io credo che non ci sia una singola risposta a questa domanda … Ci sono molti casi in cui a un problema morale c’è una risposta chiara e univoca. Io non credo che questo sia il caso per l’evasione fiscale”.

Obiezione: immaginiamo che ci sia un rapitore che abbia sequestrato, riducendole in schiavitù, 10 persone e che una di queste dieci persone riesca a scappare. È chiaro che la fuga di questa persona peggiorerà la situazione delle altre nove persone, ma questo basterebbe per qualificare la fuga di questa persona come immorale? “Si, credo che il suo esempio sia molto buono. Questo significa che fra le due possibili risposte citate, la prima, quella in base alla quale l’evasione fiscale sarebbe morale in quanto sarebbe una forma di legittima fuga dallo schiavismo fiscale, sarebbe la risposta giusta”.

Cosa ne pensa di Ron Paul? Il volto di Salin si illumina. “Ron Paul è molto vicino alla Scuola Austriaca. Ho avuto l’opportunità di incontrarlo al Mises Institute: è fantastico vedere un uomo politico di questa importanza prendere tre giorni di tempo per discutere questioni economiche con accademici da una prospettiva della Scuola Austriaca. Ron Paul davvero conosce la teoria economica della Scuola Austriaca e la difende”. Mi fa vedere un paper che ha appena ricevuto di Ron Paul sulla concorrenza fra monete.

Da un lato il Professor Salin si dice pessimista sullo sviluppo della crisi, soprattutto per come questa viene gestita in Europa. D’altro canto, il sorprendente, seppur insufficiente, successo di Ron Paul alle primarie repubblicane negli Stati Uniti, soprattutto fra le nuove generazioni, gli dà la speranza che un giorno non troppo lontano sia possibile, almeno in qualche paese dell’occidente, invertire la marcia e cominciare il cammino dell’economia di mercato.

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