I tagli di Monti e Bondi? Molto fumo, poco arrosto e tante polemiche

GIOVANNI BIRINDELLI, 7 July 2012

(Original publication: L’Indipendenza)

Fino a oggi c’erano ampie ragioni per sostenere che il governo Monti, posto dalla crisi di fronte alla scelta fra ridurre le dimensioni e soprattutto le funzioni dello stato e alzare le tasse, ha scelto la seconda soluzione. Oggi che è stata presentata la cosiddetta “spending review” ci sono ancora ragioni per sostenere questo? Sembra di si.

Ci sono diversi aspetti della questione e l’irrisorietà della “spending review” dal punto di vista quantitativo (ben rappresentata dall’obiettivo di breve periodo di evitare l’aumento dell’IVA, come fatto, e dalla sostanza: 26 miliardi in 3 anni di tagli su 800 sono un’inezia) non è di per sé l’aspetto peggiore né quello più importante. Da un lato infatti è vero che per riportare lo stato sotto la legge e quindi, incidentalmente, per favorire una crescita economica sana e sostenibile, ci sarebbe bisogno di ben altro che di questa limatura. Dall’altro tuttavia è anche vero che la via gradualistica (il procedere cioè gradualmente, a piccoli passi) potrebbe essere per diversi motivi ed entro certi limiti la via migliore. Questi limiti è difficile stabilirli con esattezza ma è chiaro che il governo li avrebbe superati di molto (più che di ‘via gradualistica’ in questo caso bisognerebbe parlare di ‘via-quasi-statica’); ma se fosse un primo passo nella direzione di uno stato compatibile con la società libera, per quanto deludente, almeno uno potrebbe consolarsi con la direzione di marcia.

Il problema tuttavia è che questa limatura non sembra concepita come il primo passo di un percorso graduale nella direzione di uno stato che abbia dimensioni e soprattutto funzioni compatibili con la sovranità della legge (intesa come principio astratto e quindi come limite al potere arbitrario, non come suo strumento) ma come ‘limatura una tantum’. In altri termini, questa limatura non sembra concepita come un’inversione di marcia ma come temporaneo (e appena percettibile) rallentamento della corsa. Infatti questa misura non affronta minimamente, nemmeno in prospettiva, la causa ultima della spesa pubblica enorme e crescente e cioè l’illimitatezza del potere politico, la quale è stata ampiamente espressa in molte delle precedenti misure del governo (basti pensare alla cosiddetta ‘riforma del mercato del lavoro’, all’IMU, all’IVIE eccetera).

Sul piano istituzionale e politico, nulla, assolutamente nulla impedirà a chi vincerà le elezioni nella prossima legislatura di aumentare la spesa in un modo altrettanto arbitrario di quello con cui il governo Monti si propone di ‘ridurla’ (Non a caso le urla scomposte di tutte le categorie che vivono di Stato coinvolte nei mini-tagli si levano con forza). La vicenda sul finanziamento pubblico dei partiti (abolito con un referendum con oltre il 90% dei voti nel ’93 e poi reintrodotto subito dopo sotto altro nome: “rimborsi per le spese elettorali”) è solo un esempio fra tanti. Anche se il pareggio di bilancio fosse sbattuto nella costituzione, questa non sarebbe una garanzia di contenimento della spesa pubblica ma, nell’attuale contesto di potere politico illimitato, un incentivo ad aumentare le tasse dove ancora possibile.

Le funzioni e le dimensioni dello stato e il problema della loro arbitrarietà non sono minimamente messi in discussione: non c’è ragione di aspettarsi che in un futuro più o meno prossimo lo stato, direttamente o meno, non continui a occuparsi di cinema, di teatro, di televisione, di sport, di editoria, di risk assessment, di strade, di fari, di musei e così via fino a coprire praticamente ogni settore dell’economia. Per non parlare poi dei privilegi della casta, naturalmente, per i quali, al di là di temporanei e appariscenti maquillages (come la riduzione del 50% della spesa per auto blu), non c’è ragione di aspettarsi che quelli veri si riducano significativamente (infatti nel quadro istituzionale attuale per essere tolti questi privilegi avrebbero bisogno del consenso di chi ne beneficia).

La possibilità da parte di chi si candida alle elezioni di potersi legalmente comprare i voti degli elettori promettendo privilegi di categoria non è minimamente intaccata.

Sul piano culturale, niente viene fatto o detto che possa alleviare il peso del giogo intellettualeche il potere riesce sempre più a imporre a suoi sudditi secondo il quale “niente vive tranne ciò che lo Stato fa vivere” (Bastiat). Anzi, le politiche interventiste del governo Monti (l’idea di rilanciare la crescita attraverso “investimenti pubblici veri e genuini”) mostrano che semmai è l’opposto.

A monte di tutto questo, la confusione fra potere politico (il potere di approvare misure di spesa per esempio, le quali esistono solo come espressione della volontà di chi ha il potere di approvarle) e potere legislativo (il potere di scoprire, custodire e difendere la legge intesa come principio la quale, in quanto tale, esiste indipendentemente dalla volontà non solo di chi detiene questo potere ma di chiunque, e soprattutto della maggioranza, così come avviene per le regole della lingua italiana) non viene minimamente nemmeno accennata.

È chiaro che questi sono problemi strutturali che un governo ‘di emergenza’ come quello attuale non può risolvere. Ma questo governo forse più di altri era nella posizione di, se non iniziare ad affrontarli, quantomeno porli. Questo avrebbe dato un significato e un peso diverso alla limatura chiamata ‘spending review’. Invece niente. Si tira a campare con le misuricchie da ragionieri illiberali senza nessuna prospettiva o visione. Queste forse sono meno peggio del ‘primato della politica’, ma non di tanto. Che siano i ragionieri o i ladri a farlo, le cause dei problemi continuano a essere rimosse (in senso freudiano): nel primo caso si sprecano un sacco di risorse per cercare (necessariamente invano) di tamponare alcuni effetti dell’illimitatezza del potere politico senza agire minimamente sulle cause, nel secondo si esprime questa illimitatezza. Ma la limitazione non arbitraria del potere politico in quanto tale rimane fuori dalla discussione, nonostante il fatto che dei problemi prodotti dalla sua assenza (dalla corruzione alla ‘crisi dell’euro’, dall’IMU alla eccessiva burocrazia) si parli ogni giorno.

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