“Fermare il declino”? Il manifesto di Giannino contribuisce a rafforzarlo

GIOVANNI BIRINDELLI, 3 August 2012

(Original publication: L’Indipendenza)

Grande stima per Oscar Giannino, quasi quanto la delusione per il suo Manifesto politico. Un’altra (grande) occasione sprecata. Se lo scopo del Manifesto del giornalista e degli altri che hanno contribuito a produrlo è prendere voti per avere voce in parlamento e riempire in qualche misura quel vuoto che si è creato nell’area politica moderata, io credo che esso potrebbe avere ragionevoli possibilità di successo, non solo per i demeriti dei competitors ma questa volta anche per i meriti e la credibilità di alcuni di coloro che lo propongono, e in particolare di Giannino (e questa è già una novità). Ma se lo scopo dei dieci punti programmatici del manifesto è, come essi affermano che sia, “fermare il declino dell’Italia”, tranquilli: non c’è nessuna possibilità che questo scopo venga raggiunto. Il declino dell’Italia (e più in generale, seppure in forme e gradi diversi, dell’Europa e in particolare dell’Europa continentale) ha una causa ben precisa la quale non viene minimamente nemmeno sfiorata dal Manifesto di Giannino.

Questa causa può essere espressa in due modi perfettamente equivalenti:

1) Assenza di libero mercato, oppure

2) Assenza della sovranità della legge intesa come principio astratto, la quale esiste prima della legislazione e indipendentemente dalla volontà dei legislatori (oltre che dalla costituzione). Sia che questo principio sia inteso come risultato di un processo spontaneo di selezione culturale di usi e convenzioni di successo (Hume, Hayek – questa è l’idea di legge in cui io personalmente mi riconosco per dei motivi che qui non è possibile discutere), sia che essa sia intesa come diritto naturale, in particolare di proprietà (Locke, Rothbard), sia che essa sia intesa come “pretesa” (Leoni), il lavoro dei legislatori è scoprire, custodire e difendere la legge ma non farla, semplicemente perché la legge intesa come principio non può essere fatta.

Ora, nei loro dieci punti programmatici Giannino e coloro che lo hanno coaudivato nel progetto ritengono di aver affrontato il primo punto: non vengono forse, e come al solito, menzionate privatizzazioni, liberalizzazioni, la promozione della “concorrenza” e un mercato del lavoro più flessibile? Il problema è che il libero mercato non può esistere senza la sovranità della legge intesa come principio astratto: per questo tutte le promesse elettorali fatte fino ad ora per avvicinarvisi sono andate in fumo. Come dice Bruno Leoni, per esempio, “anche quegli economisti che hanno difeso nel modo più brillante il libero mercato dall’interferenza delle autorità hanno, di solito, tralasciato la considerazione parallela che nessun libero mercato è veramente compatibile con un processo di legislazione centralizzato da parte delle autorità”. Oscar Giannino, così vicino all’Istituto Bruno Leoni, questo lo sa meglio di chiunque altro, eppure non mette minimamente in discussione il processo di legislazione centralizzato da parte delle autorità, e cioè il positivismo giuridico. Anzi, quando afferma che lo scopo è quello di iniziare un “processo di aggregazione politica senza pregiudiziali ideologiche” egli rifiuta esplicitamente di affrontare il problema dell’idea astratta di legge, che è l’altra faccia del libero mercato. Così facendo, Giannino è perfettamente consapevole di non sfiorare minimamente il problema e di non distinguersi minimamente dalle altre forze politiche esistenti, per quanto affermi il contrario.

Questo è evidente in praticamente ognuno dei dieci punti programmatici ma più di tutti nella proposta dedicata ai conflitti di interesse politici. Come tutte, ma proprio tutte le forze politiche da cui Giannino afferma di essere “completamente diverso”, egli vede i conflitti d’interesse politici come conflitti d’interesse di persone (e infatti propone “trasparenza e pubblica verificabilità dei redditi, patrimoni e interessi economici di tutti i funzionari pubblici e di tutte le cariche elettive”). Giannino sa perfettamente che questi conflitti d’interesse non possono essere risolti senza risolvere il conflitto d’interesse a monte che li produce ovvero il conflitto d’interesse del parlamento il quale da un lato ha il potere di difendere lalegge e, dall’altro, ha anche il potere di approvare misure, le quali vengono chiamate “leggi” per trasferire ad esse la stessa autorevolezza della legge ma che evidentemente sono il suo inverso: la legge è un principio astratto che esiste indipendentemente dalla volontà dell’autorità che ha il potere di difenderla, la misura è un provvedimento particolare che esiste solo in quanto espressione della volontà dell’autorità che ha il potere di farla; la legge è un limite al potere, la misura è uno strumento di potere.

Giannino più di altri, e più di chi scrive, queste cose le sa benissimo. Perché allora questa messa in scena? Io sono convinto che Giannino sia animato dai migliori propositi e quindi ritengo, magari sbagliandomi, che la sua scelta sia strategica.

Come abbiamo visto il libero mercato richiede necessariamente un’idea astratta di legge opposta a quella che siamo stati indottrinati fin dalla nascita a dare per scontata, un’idea di legge che nelle parole di Hayek non deriva dall’autorità ma al contrario è l’autorità a derivare da essa “non nel senso che l’autorità viene costituita in base alla legge ma nel senso che l’autorità richiede obbedienza perché (e fino a quando) applica una legge che si presume esista indipendentemente da essa”. Il libero mercato richiede cioè una prospettiva inversa rispetto a quella oggi generalmente data per scontata, in cui non è la legge a orbitare attorno all’autorità (prospettiva che io chiamo cratocentrica, da kratos, potere) ma viceversa è l’autorità a orbitare attorno alla legge (prospettiva che io chiamo nomocentrica, da nomos, legge). Questo cambiamento di sistema di riferimento implica talmente tanti cambiamenti su talmente tanti piani (così come il passaggio dalla prospettiva geocentrica a quella eliocentrica) che le persone ne sarebbero spaventate e lo resisterebbero per ovvi istinti conservatori. Quindi meglio agire all’interno della prospettiva cratocentrica. Ma all’interno della prospettiva cratocentrica non si può produrre il libero mercato (e quindi “fermare il declino”) allo stesso modo in cui all’interno della prospettiva geocentrica non si poteva risolvere il problema dell’apparente retrogressione dei pianeti. In altri e più semplici termini, forse Giannino ha scelto di non affrontare i problemi sorgente e quindi di non distinguersi minimamente dalle altre forze politiche perché ritiene che i cittadini siano completamente rimbecilliti dal positivismo giuridico. È vero che in gran parte lo sono, ma è anche vero che, per quanto razionalmente essi diano per scontata la legge intesa come provvedimento, la legge intesa come principio sta dentro di loro, solo che sempre più spesso è soffocata dal positivismo giuridico. Per esempio, il principio in base al quale la progressività fiscale (che per inciso Giannino, nel suo rifiuto di “pregiudiziali ideologiche”, non menziona minimamente) è illegittima sta perfino dentro quei collettivisti che la difendono a spada tratta ma che allo stesso tempo hanno attaccato a spada tratta sul piano dell’uguaglianza davanti alla legge il cosiddetto “Lodo Alfano” (ogni riferimento a giornalisti che lo hanno fatto è del tutto intenzionale).

Non sono dieci misure (peraltro, con forse qualche variazione sul tema, la solita minestra riscaldata) che sono in grado di rendere oggi una forza politica “completamente diversa” dalle altre, ma l’adozione di un’idea di legge intesa come principio e quindi il rifiuto del positivismo giuridico (che è condizione necessaria per il libero mercato). Se la scelta di Giannino di non affrontare il problema sorgente e quindi di non distinguere minimamente la forza politica che sta contribuendo a fondare da quelle che la hanno preceduta è strategica, e se questa scelta strategica ha questi motivi, questa scelta a mio modo di vedere è profondamente sbagliata e necessariamente fallimentare.

Il positivismo giuridico è un’ideologia e chi lo accetta acriticamente e perfino inconsapevolmente (chi accetta acriticamente la nostra costituzione per esempio) non è meno ideologico di chi non lo accetta e lo critica. L’ideologia non è un male, è inevitabile: quello che è un male è la non coerenza astratta fra l’ideologia e i principi che nonostante tutto ognuno ha dentro di sé (principi, cioè regole di comportamento individuale valide per tutti, stato incluso, nello stesso modo, non sentimenti, né, tanto meno, sentimenti umanitari, i quali in casi straordinari e a certe condizioni possono prevalere sulla legge ma, se si vuole il libero mercato e quindi la sovranità della legge, non possono mai essere chiamati “legge” e prenderne il posto, come Giannino suggerisce che debba avvenire nel momento in cui propone un sussidio di disoccupazione per legge).

Combattere il positivismo giuridico che impedisce l’affermarsi del libero mercato non significa cambiare tutto dall’oggi al domani, ma significa iniziare un percorso graduale con una visione dichiarata del problema sorgente: per esempio riconoscere esplicitamente il conflitto d’interessi del parlamento e proporre una soluzione istituzionale secondo le vie esistenti. Non significa ignorare l’attuale emergenza economica ma significa affiancare a una gestione dell’emergenza immediata l’aggressione a ciò che la ha prodotta, altrimenti si fanno tanti sacrifici per nulla.

Il titolo del manifesto di Giannino e dei suoi (“Fermare il declino”) dice molto. Fermare il declino sarebbe un obiettivo molto modesto di per sé, se fosse possibile, ma non è possibile. Il declino di una pianta a cui non viene data l’acqua non può essere fermato: può essere invertito oppure può essere fatto continuare. E l’unico modo per invertirlo è risolvere alla radice il problema che lo produce. Il Manifesto di Giannino e dei suoi questo problema non lo sfiora nemmeno per sbaglio, anzi contribuisce a rafforzarlo.

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