Un partito liberale è possibile?

GIOVANNI BIRINDELLI, 22.9.2012

(Original publication: Movimento Libertario)

In un precedente articolo ho sostenuto che il liberalismo è un sistema di riferimento: ciò che differenzia i liberali da tutti gli altri, cioè dai totalitari (siano essi nazisti, comunisti, socialisti, socialdemocratici, difensori della costituzione italiana, una qualunque delle fazioni politiche oggi presenti in Italia, eccetera), è in primo luogo l’idea astratta di legge. Questa è la differenza primaria dalla quale derivano tutte le altre. Per quanto assurdo possa sembrare a molti, non c’è nessuna differenza fra le posizioni dei liberali, da una parte, e quelle dei totalitari, dall’altra, in qualunque campo (anche economico), che non possa essere ricondotta all’idea astratta di legge.

È impossibile ripetere troppo spesso che per i liberali la legge è il principio generale e astratto, cioè la regola di comportamento individuale che vale per tutti allo stesso modo, indipendentemente dagli effetti particolari della sua applicazione. Così intesa, la legge è un limite al potere: essa esiste indipendentemente dalla volontà dell’autorità che ha il non facile compito di scoprirla, custodirla e difenderla ma che non può farla allo stesso modo in cui i linguisti non possono fare a loro piacimento e arbitrio le regole della lingua italiana. Per i liberali è dunque l’autorità a orbitare attorno alla legge, cioè a derivare da essa, non viceversa.

Per tutti gli altri, cioè per i totalitari, la ‘legge’ è al contrario il provvedimento particolare, la decisione dell’autorità legalmente costituita. Ciò che conta, perché una ‘legge’ sia tale, non è il suo contenuto (la ‘legge’ intesa come provvedimento può essere qualunque cosa, senza limite alcuno) ma il suo “pedigree” (Dworkin), cioè il fatto che essa sia stata approvata secondo le procedure burocratiche previste. Così intesa, la ‘legge’ è uno strumento di potere: essa esiste solo in quanto espressione della volontà dell’autorità che la deve ‘fare’. Per i totalitari è dunque la ‘legge’ a orbitare attorno all’autorità, cioè a derivare da essa, non viceversa. Nell’Italia repubblicana, così come nell’Italia fascista, è questa l’idea di ‘legge’ imposta e, ahinoi, data per scontata: “oggi il potere legislativo non viene più chiamato così perché approva le leggi, ma le leggi vengono chiamate così perché sono approvate dal potere legislativo” (Friedrich A. von Hayek).

In un contesto totalitario di questo tipo, un partito liberale è possibile?

Questa domanda deve necessariamente essere scissa in due domande molto diverse l’una dall’altra (una teorica, l’altra pratica):

  1. Ha senso parlare di ‘partito’ liberale? Nel caso, entro quali limiti?
  2. Un partito liberale è realistico?

Da una prospettiva che si può chiamare ‘del punto di arrivo’, la risposta alla prima domanda è negativa. Infatti, la legge intesa come principio (da ora in avanti, la legge, senza virgolette) per sua natura non può essere di parte (la regola che vieta il furto, tanto per fare un esempio, non è né di destra né di sinistra: la legge unisce, non divide). I partiti, invece, proprio perché sono politici (cioè perché sono organizzazioni di interessi), sono necessariamente di parte. Per questo Hayek, nella sua proposta costituzionale, bandisce i partiti dall’assemblea legislativa: chi ha il potere legislativo (cioè il potere di scoprire, custodire e difendere la legge) non deve e non può avere, come strutturalmente avviene oggi, anche il potere politico, cioè il potere di approvare misure particolari (oggi erroneamente chiamate ‘leggi’) che inevitabilmente finiscono per fare gli interessi specifici di questo o quel gruppo o perfino ‘il bene del paese’ (per come viene arbitrariamente definito).

Tuttavia, da una prospettiva che si può chiamare ‘del punto di partenza (totalitario)’ la risposta alla prima domanda può essere positiva nei limiti in cui l’obiettivo primario del partito liberale è la rivoluzione ‘copernicana’ e cioè il cambiamento di sistema di riferimento. In altre parole, da una prospettiva ‘del punto di partenza’ parlare di partito liberale ha senso nei limiti in cui la ‘parte’ che il partito prende è quella del sistema di riferimento centrato sulla legge. Proprio perché questo obiettivo non è politico (cioè non è legato a interessi, incluso quello ‘del paese’, ma all’ideale della sovranità della legge), una volta che eventualmente esso venisse raggiunto o comunque venisse raggiunto il punto di non ritorno nel percorso verso di esso, il partito liberale non avrebbe più nessuna parte da prendere e quindi, a differenza dei partiti tradizionali, dovrebbe sciogliersi.

All’obiettivo primario e non politico del cambiamento di sistema di riferimento possono essere eventualmente affiancati obiettivi politici (il cosiddetto ‘programma’), a patto che, naturalmente, questi non siano in contraddizione col sistema di riferimento verso cui gradualmente si vuole tendere.

Tuttavia, per quanto un programma politico possa essere compatibile con il sistema di riferimento centrato sulla legge, se, all’interno dell’attuale sistema di riferimento centrato sul potere dell’autorità legalmente costituita, l’obiettivo del partito in questione è la realizzazione di quel programma e basta, allora non ha senso parlare di ‘partito liberale’. In tal caso, infatti, non solo questo programma, ammesso che venisse realizzato, potrebbe essere rimpiazzato da un programma collettivista da un momento all’altro (per esempio alla prossima tornata elettorale), ma soprattutto il ricorso allo stesso identico schema degli altri partiti (chiedere i voti solo sulla base di un programma politico che, nel caso in cui il partito ottenesse la maggioranza in parlamento oppure la possibilità di influenzare la maggioranza, si impegnerebbe a realizzare) non farebbe che legittimare e quindi consolidare le istituzioni totalitarie. È sul terreno del sistema di riferimento che la causa liberale, su tutti i suoi piani (incluso quello economico), può essere vinta, e su nessun altro. Non ci sono scorciatoie: finché il sistema di riferimento rimane quello centrato sul potere dell’autorità legalmente costituita non ci può essere sovranità della legge né, quindi, libero mercato.

La differenza fra un partito che ha un programma liberale e un partito liberale sta quindi nel fatto che mentre il primo ha come unico obiettivo quello di tentare di risolvere problemi concreti (per esempio di invertire la rotta del degrado economico), il secondo ha, parallelamente, anche e anzi primariamente l’obiettivo di risolvere la causa ultima di questi (il sistema di riferimento e quindi l’idea astratta di legge), senza la risoluzione della quale nel lungo periodo (che è quello su cui i liberali si misurano) questi problemi non possono essere risolti.

A questo punto arriviamo alla seconda domanda: partendo da una sistema totalitario come quello attuale, un partito liberale è realistico? Abbiamo visto che quello che caratterizza un eventuale partito liberale è l’obiettivo della rivoluzione ‘copernicana’. Questo obiettivo, che è immenso, è realistico? Nel caso, come può essere raggiunto?

Io non so se l’obiettivo della rivoluzione ‘copernicana’ è realistico. Quello di cui sono convinto, tuttavia, è che la tendenza verso questo obiettivo sia realistica, cioè che non sia impossibile invertire la direzione di marcia; e che sia possibile farlo a partire da oggi, perfino e anzi soprattutto in un contesto totalitario così avanzato come quello italiano.

Come?

In appendice a questo articolo provo a illustrare in modo ultra-approssimativo e in forma semplificata la sostanza di una mia idea a questo proposito, che approfondisco altrove. Tuttavia, al di là dei dettagli di questa idea (che è una fra le tante che possono essere proposte), quello che qui mi interessa evidenziare è che essa prevede che un partito liberale agisca, oltre che all’interno dell’attuale quadro istituzionale (per la parte politica) anche al di fuori di esso (ma non in violazione di esso) per la parte relativa alla legislazione, della quale le istituzioni oggi non si occupano minimamente (oggi infatti abbiamo una fabbrica di ‘leggi’, cioè di provvedimenti particolari, straordinariamente produttiva ma la legislazione, cioè l’attività di scoperta, custodia e difesa della legge è una funzione che oggi non esiste, nel senso che non è proprio prevista dalla nostra costituzione: come dice Hayek, siamo in uno “stato senza legge”). Quello che propongo, in due parole, è che il partito liberale organizzi la funzione legislativa in modo privatoinformale (cioè al di fuori delle istituzioni esistenti, anche se non in violazione di esse) e unilaterale. In uno slogan non perfettamente corretto, propongo la ‘privatizzazione’ informale della funzione legislativa. In fondo, come dice Leoni, “la legislazione è, o era, essenzialmente un affare privato” anche se questo “fatto … passa quasi inosservato anche nella élitecolta”.

Appendice: la ‘privatizzazione’ informale della funzione legislativa

Un eventuale partito liberale potrebbe mettere insieme un certo numero di studiosi liberali di livello (e provenienza) internazionale insieme ai quali discutere e mettere per iscritto una prima lista di leggi (espresse necessariamente in modo semplice).

A loro volta, questi studiosi potrebbero costituire una società privata di consulenza (chiamiamola “Legislatori Srl”).

Presentandosi alle elezioni, il partito liberale, oltre a presentare il suo programma politico e impegnarsi a realizzarlo per via istituzionale nel caso in cui ottenesse la maggioranza parlamentare, potrebbe anche presentare la lista di leggi che si impegna a difendere.

Chiamiamo “Alfa” uno qualunque dei seguenti soggetti: un singolo cittadino elettore (italiano o straniero); un gruppo comunque formatosi di cittadini (italiani e/o stranieri); una singola azienda (italiana o straniera); un gruppo comunque formatosi di aziende (italiane e/o straniere).

Il partito liberale potrebbe proporre agli elettori italiani la difesa delle leggi che ha incluso nella sua lista in questo modo: se Alfa ritiene che una qualunque norma dello stato italiano, di qualunque tipo, livello e grado, violi una o più delle leggi della lista, Alfa può sottoporre il caso a sue spese alla società “Legislatori Srl” la quale, a partire dal momento delle elezioni, interromperebbe qualunque rapporto e contatto con il partito liberale. (Quest’ultimo si impegna a sciogliersi immediatamente e tutti i suoi membri a dimettersi dal parlamento nel caso in cui uno di loro venisse scoperto a comunicare con un membro di “Legislatori Srl”).

“Legislatori Srl” filtrerà arbitrariamente e insindacabilmente i casi sottoposti alla sua attenzione. Se il caso sottoposto da Alfa non dovesse passare il filtro, non accadrebbe nulla e una parte della somma corrisposta verrebbe restituita ad Alfa. Se il caso sottoposto da Alfa dovesse passare il filtro ma dovesse risultare che, a insindacabile giudizio di “Legislatori Srl”, la norma chiamata in causa non viola nessuna delle leggi che il partito liberale si è impegnato a difendere, di nuovo non accadrebbe nulla e nessuna parte della somma versata verrebbe restituita ad Alfa.

Se tuttavia il caso sottoposto dovesse passare il filtro e dovesse risultare che, a giudizio di “Legislatori Srl”, la norma chiamata in causa viola una o più delle leggi che il partito liberale si è impegnato a difendere, “Legislatori Srl” emetterebbe uno studio approfondito in cui a) spiega il perché di questa violazione; b) indica nei dettagli la soluzione al problema (per esempio abolizione della norma oppure il modo esatto e dettagliato in cui modificarla – soluzione ‘chiavi in mano’); c) indica precisamente i tempi entro i quali, realisticamente, tale soluzione può essere adottata dal partito liberale (nel caso in cui avesse maggioranza in parlamento).

Nel chiedere il voto agli elettori, il partito liberale si impegna a recepire le soluzioni suggerite da “Legislatori Srl” (punto “b”) nei tempi indicati (punto “c”). Ovviamente, vista l’informalità di questo sistema, il partito liberale potrebbe non recepire le soluzioni suggerite dalla società “Legislatori Srl” (o comunque non integralmente) e/o non recepirle nei tempi da questa indicati. Nel chiedere il voto agli elettori il partito liberale si impegna a sciogliersi e a non ricandidarsi se, alla fine della legislatura, i casi non recepiti (o non recepiti nei tempi indicati) dovessero essere superiori a x% (con “x” basso), così da avere una misura della sua credibilità.

Come ho detto, questa è una versione semplificata della proposta (la proposta integrale per esempio prevede che le società “Legislatori Srl” siano più di una e in competizione fra loro). Una illustrazione della ratio di questa proposta prevede la risposta a una serie di domande chiave (le cosiddette “frequently asked questions”, FAQ) che elenco qui di sotto ma a cui in questa sede non posso rispondere per evidenti motivi di spazio (in molti casi il lettore potrà rispondere da solo, ma eventualmente sono a disposizione sul blog per rispondere a ciascuna delle seguenti domande e ad altre):

  1. Perché il sistema suggerito da questa proposta non sarebbe illegale?

  2. Perché non sarebbe anti-democratico?

  3. Perché non sarebbe utopistico?

  4. Che incentivo avrebbe il partito liberale ad auto-limitarsi in questo modo?

  5. Perché questa proposta consentirebbe al partito liberale di attingere a quel bacino di voti immenso (più o meno il 50%) costituito dalla domanda di limitazione del potere politico?

  6. Che incentivo avrebbero gli studiosi di livello internazionale contattati dal partito liberale a costituire la “Legislatori Srl”?

  7. Che incentivo avrebbe Alfa (quando è un elettore italiano) a votare per il partito liberale?

  8. Che incentivo avrebbe Alfa a sottoporre il caso a sue spese alla “Legisatori Srl”?

  9. Perché è ragionevole ipotizzare che il costo di sottomissione per le singole persone o imprese sarebbe molto basso?

  10. Questa proposta richiede che Alfa agisca per motivi ideali oppure per interesse?

  11. Perché questa proposta non richiede necessariamente che Alfa sia un liberale, cioè che condivida razionalmente il sistema di riferimento centrato sulla legge?

  12. In che modo questa proposta riesce a coinvolgere la massa nel processo legislativo? E quali sono i vantaggi di questo coinvolgimento?

  13. Perché questa proposta non implica la spesa di un solo centesimo di denaro ‘pubblico’ (cioè di denaro privato estorto dallo stato con la violenza mediante le tasse)?

  14. Perché Alfa comprende anche cittadini e aziende stranieri?

  15. Perché questa proposta prevede solo una ‘prima’ lista di principi?

  16. Perché questa proposta può costituire un primo passo della rivoluzione ‘copernicana’ (o nomocentrica)?

  17. Perché ed entro quali limiti questa proposta potrebbe portare verso un completamento di questo processo di transizione da un sistema di riferimento centrato sul potere dell’autorità a uno centrato sulla legge?

  18. Questa proposta risponde alla domanda “chi controlla i controllori”?

  19. Quali sono i limiti e i rischi di questa proposta? Nel caso, come arginarli?

  20. Questa proposta sarebbe un miglioramento rispetto alla situazione attuale?

Il sistema politico attuale è disegnato su misura per la massa. Rispetto al cambiamento di sistema di riferimento, la massa è allo stesso tempo un ostacolo e una risorsa. È un ostacolo perché per definizione chi appartiene alla massa è incapace di pensiero autonomo coerente. Per i motivi che ho sostenuto nell’articolo precedente, sono convinto che non sia possibile discutere razionalmente con la massa. Quindi se la transizione dal sistema di riferimento centrato sul potere politico a quello centrato sulla legge è affidato alla persuasione delle masse questa transizione non avverrà mai. Questo tuttavia non lascia, come unica alternativa, il ricorso alla violenza (che sarebbe incompatibile con il pensiero liberale e che, per sconfiggere il totalitarismo moderno, non servirebbe a nulla: anzi peggiorerebbe le cose). Infatti la massa può essere anche una risorsa perché essa agisce in funzione di quelli che percepisce essere i suoi interessi. La strategia divide et impera dello stato totalitario ha obbligato la massa a cercare i suoi interessi nella discriminazione incrociata ai danni dell’altro (ogni persona appartiene contemporaneamente a diverse categorie di cittadini che, mediante la ‘legge’ intesa come provvedimento, sono messe dallo stato le une contro le altre). Ma se un eventuale partito liberale, introducendo la funzione legislativa (che oggi non c’è), desse alla massa la possibilità di cercare il suo interesse nella legge intesa come principio, è molto probabile che, agendo per interesse (cioè non volendolo), la massa contribuisca al restauro della sovranità della legge; che piano piano, senza nemmeno rendersene conto, vi si abitui; e che, a processo compiuto o comunque avanzato, finisca non solo per accettarla ma addirittura per riconoscersi in essa e per non riuscire più a farne a meno. Infatti il sistema di riferimento centrato sulla legge sta già dentro la massa, anche se lei non lo sa in quanto è sotterrato da quello centrato sul potere dell’autorità e anche se non è in grado di riconoscerlo razionalmente.

La proposta che ho sintetizzato sopra dà la possibilità a Maria, a cui il Comune vieta di cambiare la destinazione d’uso del suo immobile agricolo, di trasformare un fienile in una casa per la figlia. Maria sottoporrebbe il suo caso alla società “Legislatori Srl” perché vuole trasformare quel fienile in abitazione, non per difendere la legge e cioè il principio in base al quale ognuno può fare l’uso che vuole della sua proprietà finché non causa danni illegittimi ad altri. Tuttavia, senza volerlo o accorgersene, Maria contribuirebbe a sue spese e magari in gruppo con altri a restaurare quella legge che è stata distrutta dai provvedimenti del parlamento: provvedimenti che sono chiamati ‘leggi’ ma che, essendo espressione di quel potere arbitrario che in origine la legge era nata appunto per limitare, sono l’antitesi della legge.

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