I “Grillini” non sono libertari. E non basta essere persone perbene

GIOVANNI BIRINDELLI, 9.10.2012

(Original publication: L’Indipendenza, Movimento Libertario)

In un recente articolo, Gilberto Oneto ha affermato che i grillini “sono il prodotto della parte migliore della società padana, quella libertaria” ma che difettano di “localismo”. Da un lato, le due affermazioni sono in contraddizione l’una con l’altra: se per “localismo” si intende la difesa del principio dell’autodeterminazione, chi difetta di localismo per definizione non può essere un libertario. Tuttavia, a parte il riferimento al localismo (che è il punto centrale dell’articolo di Oneto), e più in generale, è proprio l’affermazione che i grillini sarebbero dei libertari che, dal mio punto di vista, è francamente insostenibile. Il M5S non è meno lontano dal (e meno incompatibile col) libertarismo di quanto lo sono SEL, il PD, l’IDV, il PDL, la Lega Nord, i radicali e qualunque altro partito politico presente in parlamento.

Lungi da me voler dare una lezione di libertarismo a Oneto (sia perché non ne ha certo bisogno sia perché io non ne sarei capace); ma non è possibile trascurare il fatto che il libertarismo, in qualunque sua forma, intende con la parola “legge” un concetto, non diverso, ma opposto a quello che è stato imposto dalla nostra costituzione (quella venerata al primo punto del programma del M5S). Per il libertarismo, la legge (comunque la si intenda) è il principio astratto e generale (il limite al potere); per la nostra costituzione, viceversa, la ‘legge’ è il provvedimento particolare (lo strumento di potere). Da questa opposizione fra l’idea di legge del libertarismo e quella che è imposta dalla nostra costituzione (e accolta da tutti i partiti incluso il M5S) derivano a cascata altre opposizioni fra le rispettive idee di uguaglianza davanti alla legge, di certezza della legge, di democrazia, di libertà, di ordine economico.

Per ragioni di spazio non è possibile nemmeno accennare a tutte queste opposizioni, ma forse vale la pena accennare brevemente a quella in relazione al concetto di democrazia perché è quello a cui, come ha scritto Oneto nel suo articolo, fanno maggiormente riferimento i grillini nella loro comunicazione politica.

I grillini sottolineano la differenza fra la ‘democrazia’ per come essa sarebbe intesa nella costituzione italiana e il sistema politico attuale (la cosiddetta ‘partitocrazia’). Pur ammettendo che questa differenza esista, essa dal punto di vista libertario è del tutto irrilevante, come lo è quella fra democrazia rappresentativa e democrazia diretta. Per il libertario, infatti, il problema non è chi detiene il potere politico ma quali sono i limiti a questo potere, chiunque lo detenga (il parlamento, i cittadini, un dittatore, i partiti, eccetera). In altre parole, per il libertario una situazione in cui la sovranità è del parlamento oppure del ‘popolo’ è una situazione totalitaria: si ha libertà solo laddove la sovranità è della legge intesa come principio, la quale è indipendente dalla volontà di qualunque maggioranza e istituzione (anche da quelle che eventualmente la devono scoprire, custodire e difendere). Per come essa è intesa dalla nostra costituzione e, almeno a parole, dai partiti tutti (incluso il M5S), la ‘democrazia’ è quel sistema politico basato sulla regola della maggioranza (per esempio rappresentativa, oppure dei cittadini). In base a questa idea, ciò che qualifica una decisione come ‘democratica’ non è il suo contenuto ma bensì il suo involucro: il fatto che sia stata presa a maggioranza secondo le procedure burocratiche legalmente stabilite. Inoltre, in base a questa idea, la democrazia viene vista come un fine che è bene in sé stesso (si veda appunto la comunicazione politica del M5S, per esempio), per cui più ce ne è e meglio è. Questo significa che se una maggioranza decide legalmente l’etnicità del cibo che i cittadini possono o non possono vendere, allora questa decisione è ‘democratica’.

Viceversa, per i libertari, comunque la pensino, le decisioni prese a maggioranza sono un male, non un bene, in quanto implicano coercizione di alcuni su altri, e per questo esse devono essere ridotte il più possibile: meno ce ne sono e meglio è. Soprattutto, per i libertari che non escludono a priori la possibilità stessa delle decisioni prese a maggioranza, queste devono essere limitate dalla legge intesa come principio, la quale è indipendente dalla volontà della maggioranza (anche qualificata, anche dei cittadini) allo stesso modo in cui lo sono le regole della lingua italiana. Per i libertari (più precisamente, per coloro fra di essi che non escludono a priori il ricorso allo Stato), la democrazia non è quindi quel sistema politico basato sulla regola della maggioranza ma quel sistema politico basato:

a) sul ricorso minimo possibile a questa regola (cioè su un ricorso a questa regola che sia compatibile con lo stato minimo, per come coerentemente lo si intende);

b) sulla subordinazione delle decisioni prese a maggioranza alla legge intesa come principio generale e astratto (cioè sulla separazione fra potere politico e potere legislativo, che oggi sono confusi l’uno con l’altro e riuniti nella stessa istituzione: il parlamento).

Quindi per i libertari se una maggioranza decide legalmente l’etnicità del cibo che i cittadini possono o non possono vendere, allora questa decisione è antidemocratica:

a) perché implica un intervento dello Stato al di fuori dei confini dello Stato minimo;

b) perché viola la legge intesa come principio astratto.

Inoltre, per i libertari (intendo sempre la frazione di essi che non esclude a priori il ricorso allo Stato) la democrazia è solo un mezzo (uno dei tanti possibili: il più costoso anche se a volte il meno rischioso), non un fine (come lo è per i grillini per esempio): il fine è quello della legge intesa come principio (e quindi i concetti necessariamente ed esclusivamente ad essa associati di uguaglianza davanti alla legge, certezza della legge, libertà, ordine economico). L’idea di ‘democrazia’ dei grillini è solo una delle tante strade che si possono prendere per dimostrare l’incompatibilità fra loro e la parte più ‘moderata’ del libertarismo, cioè fra loro e la sovranità della legge.

Nel suo articolo Oneto appare piuttosto confortato dal fatto che i grillini siano persone perbene ed esprime fiducia nel fatto che la famosa massima di Lord Acton secondo la quale “il potere corrompe, il potere assoluto corrompe assolutamente” a essi non si applicherà. Io non metto minimamente in dubbio il loro essere persone perbene, ma non credo affatto che l’essere persone perbene sia necessariamente incompatibile con la corruzione, anzi. Ritengo infatti che, quando l’idea di legge e quindi di democrazia è quella imposta dalla costituzione italiana (cioè quella a cui aderisce il M5S), spesso l’essere persone perbene sia non solo compatibile con la corruzione ma possa essere addirittura un acceleratore in questo senso. Quando Acton ha formulato quella massima non si riferiva infatti solo alla corruzione per come essa è comunemente e riduttivamente intesa oggi (la mazzetta) ma più in generale all’uso del potere politico in funzione di interessi (per esempio ‘del paese’, per come esso può essere arbitrariamente definito).

Ammettiamo che Vattalapesca, persona perbene, ritenga che i giornali siano importanti per il paese e, nel momento in cui arriva in una posizione di potere, essendo incapace di concepire l’ordine spontaneo dell’economia di mercato, decida di promuovere la coercizione statale (per esempio sotto forma di tassazione legalmente istituita) per finanziare i giornali. Nel momento in cui fa questo, Vattalapesca viene corrotta dal potere: non perché ha preso una mazzetta dagli editori di giornali (ipotizziamo che non lo abbia fatto e che non lo farebbe mai) ma perché ha usato o promosso il potere statale per fare quello che lei arbitrariamente ritiene essere il ‘bene’. In una società libera (e quindi dove c’è la sovranità della legge) lo Stato non deve fare il ‘bene’ (a questo ci pensa il mercato libero, senza ricorso alla coercizione): in primo luogo perché il ‘bene’ è necessariamente arbitrario e in secondo luogo perché non c’è limite alle cose soggettivamente ritenute essere belle e/o importanti che nel breve periodo (prima che le conseguenze sistemiche ed economiche si facciano sentire) possono essere finanziate con le tasse (e quindi non c’è limite alla coercizione).

In una società libera lo Stato deve eventualmente limitarsi ad arginare il male che non è arbitrariamente definito e, in particolare, a difendere la sovranità della legge intesa come principio. Vattalapesca non è capace di capire che la stessa azione che è ‘buona’ quando viene fatta privatamente dall’individuo diventa necessariamente ‘cattiva’ quando viene fatta dallo Stato (che ricorre alla coercizione per compierla). Il fatto che Vattalapesca sia una persona perbene può fungere da acceleratore a questa corruzione nel senso che può renderla più motivata nel raggiungimento del suo obiettivo e sinceramente convinta di star facendo qualcosa di buono.

Per limitare la corruzione non servono solo persone perbene, serve anche e anzi soprattutto e prima di tutto un’idea di legge opposta a quella imposta dalla nostra costituzione e condivisa dai partiti tutti (incluso il M5S): un’idea di legge in base alla quale questa è il limite al potere arbitrario (il principio generale e astratto), non il suo strumento (il provvedimento particolare).

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