Monti ci vorrebbe cittadini italiani a suon di tasse e gabelle

GIOVANNI BIRINDELLI, 16.10.2012

(Original publication: L’Indipendenza)

In un recente discorso, il primo ministro Mario Monti ha affermato di essere sicuro che la contrapposizione politica fra chi paga le tasse e gli evasori fiscali “contribuirebbe a dare… un senso di cittadinanza comune”. Del significato della contrapposizione politica fra chi paga le tasse e gli evasori fiscali ha già ampiamente discusso Leonardo Facco in un recente articolo al quale non ho nulla da aggiungere.

Il rapporto fra questa contrapposizione e “un senso di cittadinanza comune” merita invece di essere brevemente discusso. “Un senso di cittadinanza comune” è una frase che può avere significati contrastanti fra loro e che quindi, se non viene esplicitamente dichiarato il senso in cui essa viene usata, non ha significato alcuno. Come altre frasi o termini che suonano bene ma che sono privi di significato, questa frase ha una sola funzione: indurre le masse inconsapevoli e intellettualmente inerti a piegare il capo volontariamente all’arbitrio del potere politico totalitario. In altre parole, la frase “un senso di cittadinanza comune”, per come è stata usata dal primo ministro, fa parte di quegli “Ectoplasmi teorici come ‘utilità sociale’, ‘interesse collettivo’, ‘società giusta’, ‘giustizia sociale’, ‘bene comune’ [che] non sono altro che pretesti per tentare di far pagare ad altri il costo di ciò che gli individui o i gruppi sociali desiderano, con l’artificio retorico di far passare i propri interessi per ‘utilità sociale’, ‘interesse collettivo’, ‘bene comune’, etc” , come scritto dal professor Raimondo Cubeddu.

Ammettiamo infatti che la difesa collettiva del potere dello stato di imporre le tasse contribuisca a produrre “un senso di cittadinanza comune” e cioè un senso di unità. Finché non si spiega attorno a che cosa si intende questa unità, quella frase non ha senso alcuno ma solo la funzione descritta sopra. Se le tasse fossero utilizzate solamente per difendere la sovranità della legge intesa come principio generale e astratto (per esempio per finanziare il sistema giudiziario, le cosiddette forze dell’ordine, eccetera), la difesa collettiva del potere dello stato di imporre le tasse esprimerebbe unità attorno alla legge intesa in questo modo, e cioè come limite al potere arbitrario.

Oggi tuttavia non è questo il caso. In Italia (per esempio) la legge non è il limite al potere (il principio generale e astratto) ma lo strumento di potere (il provvedimento particolare deciso dall’autorità legalmente costituita). Le tasse quindi oggi non vengono utilizzate solo per difendere quei principi che a volte, in modo del tutto arbitrario e perfino aleatorio, la ‘legge’ intesa come provvedimento particolare difende, ma per finanziare ogni cosa che chi detiene il potere politico decide di finanziare (ricorrendo appunto allo strumento della ‘legge’ intesa come provvedimento): dai partiti politici alle feste di enti pubblici, dal cinema allo sport, eccetera. Quindi, dove la ‘legge’ è intesa come provvedimento particolare (come decisione dell’autorità legalmente costituita) la difesa collettiva del potere dello stato di imporre le tasse esprime unità attorno alla volontà del potere politico illimitato, cioè attorno alle sue decisioni particolari.

Quindi quando Monti afferma che la contrapposizione politica fra chi paga le tasse e gli evasori fiscali “contribuirebbe a dare… un senso di cittadinanza comune”, in realtà egli, come ogni totalitario che si rispetti, sta chiedendo ai sudditi di aderire totalmente e a capo chino alla volontà, ai comandi e ai capricci di chi detiene il potere politico e di scordarsi della legge intesa nel suo senso originario di limite al potere arbitrario.

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