Dal gentiluomo al parassita, passando per il delatore e per il ladro

GIOVANNI BIRINDELLI, 31.10.2012

(Original publication: L’Indipendenza, Movimento Libertario – qui con errata corrige)

Il concetto di gentiluomo, termine che originariamente aveva un’accezione esclusivamente maschile e che oggi, senza essere costretti a modificarlo in gentildonna quando ha un’accezione femminile, può essere riferito all’uomo in quanto persona umana, è stato ben descritto da Samuel Smiles, nel 1859:“Il vero gentiluomo ha un profondo senso dell’onore ed evita scrupolosamente di compiere azioni meschine. Il suo livello di probità, sia nelle sue azioni che nella sua parola, è alto. Egli non schiva le sue responsabilità né prevarica, non si nasconde né si muove furtivamente, ma è onesto, ha la schiena dritta ed è schietto. La sua legge è la rettitudine – azione in linea retta. Quando dice ‘si’ è legge .. Soprattutto, il gentiluomo dice la verità” .

Nell’Inghilterra della Rivoluzione Industriale (1700-1850), dal 1707 la Gran Bretagna, l’essere gentiluomini aveva anche una precisa funzione economica: quella di segnalare fiducia. In quel periodo, infatti, si assiste a una de-burocratizzazione dei rapporti economici: come scrive Joel Mokyr nel suo bellissimo libro The Enlighted Economy, An Economic History of Britain 1700-1850 (2009, Yale University Press) “gli accordi formali e siglati, di cui nel diciassettesimo secolo veniva fatto un uso ampio, a partire dal 1750 lasciano il posto ad accordi verbali e a strette di mano fra gentiluomini”. È chiaro allora che, in un sistema economico estremamente dinamico fatto prevalentemente di relazioni orizzontali fra individui, il loro essere gentiluomini (e l’essere percepiti come tali) diventa necessario per svolgere il proprio lavoro, per scambiare beni e servizi con gli altri agenti economici e per progredire economicamente e socialmente (lo stesso principio della reputazione oggi lo vediamo su internet, per esempio su siti quali eBay, dove ancora resiste il libero mercato).

L’intensità delle relazioni orizzontali, quelle fra individuo e individuo (che in Gran Bretagna nel periodo della Rivoluzione Industriale era molto alta), è inversamente proporzionale all’intensità delle relazioni verticali, quelle fra individuo e stato, e quindi alle dimensioni e alle funzioni dello Stato. In quel periodo infatti, pur non essendo minimo (tutt’altro), lo Stato era piuttosto ridotto rispetto a oggi. Per esempio, il suo ruolo nella difesa della legge e nella sanzione di coloro che la violavano avveniva solo in circostanze eccezionali ed era residuale: normalmente queste funzioni venivano svolte dalla società civile, per esempio mediante l’isolamento dei trasgressori (di nuovo come su eBay). Se di norma fosse dovuto intervenire lo Stato nella difesa della legge e nella sanzione dei trasgressori, il sistema economico che ha creato le basi per la crescita più portentosa della storia del pianeta sarebbe collassato: sempre Mokyr scrive che “il sistema della giustizia penale era nel complesso una misura di ultima istanza. Nell’economia britannica all’età dell’Illuminismo le istituzioni informali e le norme sociali che favorivano il comportamento collaborativo funzionavano, e funzionavano bene. Se i codici morali fossero stati rispettati meno ampiamente e la cultura [cultural beliefs] fosse stata meno incline a comportamenti collaborativi, i mondi del credito e del commercio si sarebbero disintegrati rapidamente. Codici informali di comportamento e applicazione formale da parte dello stato attraverso le corti di giustizia non dovrebbero essere visti come sostituti ma come complementari… Senza capire come i diritti di proprietà fossero sempre più rispettati e i contratti onorati (invece che applicati dallo Stato – enforced) non si riuscirebbero a capire le radici istituzionali della susseguente [alla Rivoluzione Industriale] crescita economica”. Insomma, forse non è azzardato dire che senza istituzioni informali (cioè con uno Stato più intrusivo di quello che c’era all’epoca) la Rivoluzione Industriale in Gran Bretagna e l’impressionante crescita economica da essa prodotta probabilmente non ci sarebbero state o comunque sarebbero state estremamente rallentate e limitate.

In un ambiente economico in cui lo Stato era arretrato al punto che la difesa della legge e la sanzione dei trasgressori in prima istanza avveniva mediante la società civile, la reputazione dell’individuo, il suo essere gentiluomo ed essere percepito come tale, era dunque fondamentale per migliorare la propria posizione economica e sociale. Parte dell’essere gentiluomo era anche l’aiutare non tanto gli “altri” quanto le persone o gli interessi che erano in qualche modo relazionati all’individuo. Questo aiuto non era necessariamente frutto di generosità, ma faceva spesso parte di quella segnaletica che, con uno Stato molto ridotto, era fondamentale per comunicare agli altri un’immagine di sé che ispirasse fiducia e consentisse quindi gli scambi volontari di mercato: [All’epoca della Rivoluzione Industriale] i membri delle classi medie partecipavano a (e sottoscrivevano) questi progetti [filantropici] per assicurarsi di segnalare agli altri che erano bravi cittadini e quindi meritevoli di fiducia. Le persone volevano fare del bene perché volevano essere viste come persone buone, e questo andava a loro vantaggio” . Si ha così una forte produzione privata dei cosiddetti “beni pubblici” (quelli che producono esternalità positive e per i quali non è possibile far pagare il biglietto – come i fari per la navigazione tanto per intenderci o i miglioramenti al sistema di navigazione fluviale) dei “servizi” (strade, porti, ponti, etc.) e del volontariato/organizzazioni filantropiche. Nasce e prospera in questo modo la civil economy in cui i famosi “servizi” vengono in buona parte  e spesso in prima istanza finanziati volontariamente da privati e non mediante coercizione statale (tasse).

Non è che l’economia dell’epoca fosse il libero mercato (e quindi che lo Stato fosse minimo): politiche mercantilistiche, discriminazione delle donne, lavoro minorile pesante (questo soprattutto all’inizio della Rivoluzione Industriale, meno dopo) e molto altro impediscono di considerare quella del periodo un’economia di mercato, la quale nasce e muore con la sovranità della legge intesa come principio astratto e generale (e quindi con lo Stato minimo). Ma la tendenza era in quella direzione. Né è lontanamente immaginabile che tutte le persone che partecipavano agli scambi economici fossero dei gentiluomini, ma il gentiluomo era il modello di riferimento: “Il punto non è tanto se la preponderanza degli agenti economici britannici si comportassero così [da gentiluomini], quanto se questi ideali influenzavano il loro comportamento abbastanza da rendere un’economia di mercato possibile senza la mano dura dell’applicazione della legge da parte dello Stato” (sempre Mokyr, che evidentemente ha un’idea di “economia d mercato” più ampia del sottoscritto).

Adesso facciamo un salto di un secolo e mezzo (decennio più decennio meno). La situazione è esattamente a rovescio. Le relazioni coercitive verticali (quelle fra individuo e Stato) hanno sostituito quelle volontarie orizzontali (quelle fra individuo e individuo) e continuano a sostituirle sempre di più e sempre più velocemente. Questo assetto piramidale con al vertice il burocrate statale ha contribuito a sostituire il modello del gentiluomo col modello del leccapiedi, del parassita, del lacché, del portaborse. I “beni pubblici” e i “servizi” si dà per scontato che li debba e addirittura che li possa produrre solo lo Stato e, parafrasando Frédéric Bastiat, si dà per scontato che tutto muore tranne ciò che lo Stato fa vivere. Di nuovo il modello del gentiluomo viene sostituito da quello del suddito che, incapace di distinguere fra solidarietà e coercizione, concepisce l’aiuto agli altri solo mediante lo Stato e l’imposizione. Il risultato è la decimazione della civil economy: come ricorda per esempio Milton Friedman, “l’apice del laissez-faire verso la metà e la fine del diciannovesimo secolo in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, ha visto una proliferazione straordinaria di organizzazioni e istituzioni filantropiche. Uno dei costi maggiori dell’estensione dello Stato sociale è stato il corrispondente declino nelle attività di carità private”.

I sistemi cosiddetti “democratici” (che nulla hanno a che vedere con la democrazia per come era originariamente intesa, al punto che Friedrich von Hayek per esempio è stato costretto a inventare un nome di sana pianta, demarchia – in inglese demarchy –, per distinguere la democrazia da quella porcheria che oggi viene chiamata con lo stesso nome) danno non solo la possibilità ma anche gli incentivi ai detentori del potere politico di comprarsi legalmente i voti degli elettori usando il potere coercitivo dello Stato per fornire sempre più “servizi”, cioè di sottrarre sempre più risorse al settore privato e di distorcere e distruggere sempre di più l’ordine spontaneo del libero mercato. Per pagare questi “servizi” che ha bisogno di aumentare continuamente per sopravvivere, lo Stato ha tre soli possibili canali coercitivi: le tasse, il debito pubblico e l’inflazione (la stampa di moneta legale), nessuno dei quali può aumentare all’infinito (più del 100% lo Stato non può tassare; più di un tanto non può indebitarsi altrimenti perde la sua capacità di ripagare il debito e non troverà più nessuno disposto a fargli credito; più di un certo livello l’inflazione non può crescere altrimenti il sistema economico crolla). Lasciamo perdere per motivi di spazio gli ultimi due concetti e concentriamoci sul primo: le tasse.

Nei paesi in prima fila in questo processo di decadimento economico e sociale (tipo l’Italia), le tasse sono spesso vicine al limite del 100% così lo Stato, non potendo più facilmente finanziare i suoi “servizi” crescenti con nuove tasse, e rifiutandosi ovviamente di ridurre le proprie dimensioni e funzioni, per raschiare il barile colpisce l’evasione fiscale, cioè la sottrazione di risorse produttive alle strutture parassitarie (qui mi immagino il sollevamento di scudi da parte di molti: per una mia discussione più approfondita dell’evasione fiscale rimando al seguente articolo: parte 1parte 2) e a questo scopo mette in atto una campagna mediatica e normativa che, agendo sulle corde dell’invidia e sulla strategia deldivide et impera, contribuisce ulteriormente a sostituire quel poco che ancora rimane della figura del gentiluomo in quella del delatore, della spia e perfino del ladro (pare che in Grecia il governo stia seriamente considerando l’ipotesi di permettere il furto ai clienti di coloro che non emettono scontrino fiscale, e ovviamente la cosa ha suscitato grande entusiasmo in Italia, dove un sondaggio de Il Sole 24 Ore ha mostrato circa il 90% di voti favorevoli all’introduzione di questa misura nella penisola). Il risultato di tutto questo (anche di tutto questo) è la catastrofe economica.

Mettiamo da parte per un attimo la preparazione economica e la conoscenza/comprensione delle teorie economiche della scuola austriaca (le quali sono evidentemente assenti in chi ha e ha avuto responsabilità di governo in Italia, tanto per fare un esempio): che il sostituire le relazioni volontarie orizzontali (che presuppongono, come modello di riferimento, quello del capitalista gentiluomo) con quelle coercitive verticali (che presuppongono invece il modello del leccapiedi, del parassita, del lacché, del questuante, del delatore e del ladro) possa produrre crescita economica invece che progressivo decadimento, lo può concepire solo una mente malata, oppure una in malafede.

5 thoughts on “Dal gentiluomo al parassita, passando per il delatore e per il ladro

  1. Giovanni Birindelli November 11, 2012 / 7:49 pm

    Caro Antonino,
    grazie per il tuo commento. Diffondere le idee libertarie serve a molto: oltre che a sé stessi (a mettere a fuoco e a sviluppare il proprio pensiero) serve alla causa liberale/libertaria: la rivoluzione liberale non è possibile se l’idea di legge data per scontata dalla quasi totalità delle persone rimane quella che è adesso. Personalmente, inoltre, io ho la mia proposta strategica, nella quale credo, nel senso che a) ritengo che sia coerente col quadro teorico/morale di riferimento e b) fino ad ora non ho trovato una sola obiezione che mi abbia convinto che questa idea non possa essere efficace, nel senso che non possa essere un miglioramento netto e immediato rispetto alla situazione attuale e che allo stesso tempo non possa essere l’inizio di un percorso che nel lungo periodo porti a miglioramenti molto maggiori rispetto alla situazione attuale. La ho presentata sul sito del movimento libertario (in un articolo dal titolo “Un partito liberale è possibile?”) e la ripresenterò a Interlibertarians a Lugano (sarò felice di conoscerti finalmente!). Spero che lì ci siano altre idee concrete e coerenti con i principi liberali (quindi non collettiviste né violente) con cui confrontarsi!
    Un caro saluto e a presto,
    Giovanni

    • Antonino Trunfio November 12, 2012 / 9:16 am

      ciao Giovanni e grazie della risposta. Avevo letto la tua proposta sul sito di ML, alcuni mesi fa. La andrò a rileggere. Tuttavia per essere pragmatici, mentre attendiamo cieli nuovi e terre nuove come ci indica il libro dell’Apocalisse, i tempi lunghi di cui giustamente parli, dovremmo pernsare di abbreviarli il più possibile. Per le malattie, c’è un tempo utile la diagnosi e un tempo limite per le cure. Quando una metastasi si impadronisce di un organismo e l’Italia, limitandoci al nostro paese, è in questa condizione il tempo è il fattore chiave. Urge una terapia d’urto che non è certo quella dei partiti di oggi, dei pseudo professori e dei finti-tecnici, e neppure quella di Grillo, o dei nuovi salvatori alla Giannino o alla Montezemolo, che vogliono tutte indistintamente lo stato e i suoi tentacoli continuare ad abbracciarci mortalmente per l’estinzione definitiva.
      Ma a noi e alle nostre proposte è concesso un tempo brevissimo. Quindi qualsiasi proposta che non tenesse conto di questo, a mio modo di vedere, per quanto interessante e ben costruita sia, rimane una velleità e un esercizio accademico.
      Ci vediamo a Lugano allora !
      Antonino

      • Giovanni Birindelli November 12, 2012 / 10:38 am

        Caro Antonino, grazie della risposta. Raimondo Cubeddu scrive che il liberalismo non dispone di una teoria per l’accelerazione dei processi sociali. La mia non è una teoria ma una strategia, però il suo obiettivo è proprio quello: l’accelerazione dei processi sociali nella direzione (ed entro i limiti) del liberalismo. Quindi il fattore tempo è centrale nella mia proposta, proprio perché il suo obiettivo è l’accelerazione. Se ci sono strategie che sono ancora più veloci e che sono compatibili con i principi del liberalismo io sono prontissimo ad accoglierle (vado a Interlibertarians con la speranza di ascoltarle). Ma se il prezzo della velocità è la rinuncia ai principi del liberalismo e l’adozione di un approccio collettivista (come qualcuno su l’Indipendenza ha recentemente suggerito) io non sono d’accordo, non solo per motivi etici ma anche per motivi strategici: se per conseguire il liberalismo si ricorresse al collettivismo non servirebbe ad altro che a rafforzare quest’ultimo. Buona giornata e a presto!
        Giovanni

  2. Antonino Trunfio November 11, 2012 / 4:03 pm

    Ciao Giovanni,
    ho letto quanto sopra, sono andato a rileggere su l’indipendenza del 24 e 25 aprile scorsi, il resto.
    Inutile dirti che sottoscrivo. A che serve ? a consolarci a vicenda, io, te, e qualche altra decina di migliaia di visionari ?
    Appunto qualche decina di migliaia di visionari ?
    Ti chiedo e continuo a chiedermi e l’ho fatto con Facco, Fidenato e altri e in molte occasioni :
    continuare a discettare, scrivere, commentare, inveire, smascherare, analizzare, ecc….. a cosa serve ancora ?
    serve si, a ciascuno di noi di approfondire meglio le ragioni e le fondamenta delle nostre idee, convizioni, analisi ? e dopo di che ? arriva il prossimo F24 da pagare e paghiamo, arrivano le prossime elezioni e ci asteniamo (non credo tutti) o corriamo con la scheda colorata tra i denti per infilarla nell’urna, almeno così “non vingono gli altri” oppure “altrimenti scoppia l’anarchia”.
    E allora ?
    passeremo la vita così, dando esempio solo di parole vuote ed idee senza effetto ai nostri figli, raccontando ai nostri nipoti del nostro passato da uomini liberi dentro nel cuore e nella mente, schiavi nella vita quotidiana!!
    L’eterno dilemma di coniugare le idee in azioni, senza le quali nulla al mondo è mai cambiato. Ghandi aveva certe idee ma per liberare l’India dalla corona inglese, ha dovuto agire.
    Verremo mai a capo di questo dilemma, e soprattutto ne verremo a capo prima che sia troppo tardi ?
    Penso di andare a Lugano a fine mese per Interlibertarians, non so se ci sarai, forse presenterò una breve memoria ancheio, a titolo esclusivamente personale sull’argomento. Ma giuro che mi vergogno di me stesso di non aver trovato ad oggi alcuna forma pacifica ed efficace di lotta al tiranno oggi rappresentato da questa cupola italo-euro-statunintense che in confronto la mafia siciliana, la ndrangheta calabrese messe insieme, sono poveri ladri di biciclette !!

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