Governabilità, democrazia e separazione dei poteri

GIOVANNI BIRINDELLI (3.3.2013)

(Original publication: L’Indipendenza)

Con la scusa della governabilità faranno una legge elettorale che sarà ancora più discriminatoria per le minoranze, le quali saranno sempre meno rappresentate. Diranno che una minore rappresentatività è il prezzo da pagare per la necessaria governabilità. Non è vero: una minore rappresentatività è il prezzo da pagare per l’assenza di separazione dei poteri, che, se ci fosse, garantirebbe il massimo possibile di rappresentatività e il massimo possibile di governabilità.  Inoltre, e non sarebbe cosa di poco conto, la separazione dei poteri consentirebbe di dare una bella sfoltita ai parassiti tutti, e soprattutto di iniziare un processo che necessariamente, nel tempo, porterebbe a una loro drastica e sempre più veloce diminuzione (e quindi a una drastica e sempre più veloce diminuzione delle dimensioni dello Stato). Chiaramente, e per ovvi motivi, nelle ‘riforme’ che essi faranno, loro non penseranno nemmeno lontanamente di mettere in atto una separazione dei poteri. A mio parere, tuttavia, è importante che le persone sappiano che il trade off fra rappresentatività e governabilità è falso e che rappresentatività e governabilità possono esserci solo con la separazione dei poteri, cioè che sono prese in giro. Prima di capire perché, è necessario fare due premesse.

La prima (che purtroppo non si può mai evitare di ripetere, altrimenti il rischio è quello della confusione) riguarda il concetto stesso di separazione dei poteri. Oggi generalmente si ritiene che, essendoci separazione fra potere esecutivo, legislativo e giudiziario, ci sia separazione dei poteri. Niente di più falso: se non c’è separazione fra potere legislativo e potere politico (due poteri che oggi sono sommati e confusi l’uno con l’altro) non ci può essere separazione dei poteri. Il potere legislativo è il potere di scoprire, custodire e difendere la legge intesa come principio generale e astratto (e cioè come regola di comportamento individuale che è il risultato, come le regole della lingua, di un processo spontaneo e antico di selezione di usi e convenzioni di successo). Il potere politico, viceversa, è il potere di approvare misure particolari, le quali, pur essendo oggi chiamate ‘leggi’ perché a esse sia trasferita la stessa autorevolezza e lo stesso rispetto che le persone perbene hanno per la legge, al contrario della legge esistono solo come espressione della volontà di chi detiene questo potere. In altre parole, l’attuale non separazione fra potere legislativo e potere politico deriva dalla sostituzione della legge (il principio generale e astratto, il limite al potere) con la ‘legge’ (il provvedimento particolare, lo strumento di potere). La separazione del potere politico da quello legislativo implica la sottomissione del primo al secondo, e cioè che ogni provvedimento particolare debba rispettare la legge intesa come principio. In assenza di separazione del potere politico da quello legislativo (e quindi di sottomissione del primo al secondo) la ‘separazione’ fra potere esecutivo, legislativo e giudiziario è del tutto inutile se non inesistente (si veda per esempio la depenalizzazione parziale e ad hoc del reato di falso in bilancio da parte della maggioranza Berlusconi).

La seconda premessa riguarda l’importanza della rappresentatività, e quindi il concetto di democrazia. Ci sono, a grandi linee, due idee opposte di democrazia: come dice J. L. Talmon in The Origins of Totalitarian Democracy “Insieme alla democrazia liberale emerse dalle stesse premesse nel diciottesimo secolo un movimento verso quella che propongo di chiamare la democrazia totalitaria. Queste due correnti sono esistite fianco a fianco a partire dal diciottesimo secolo. La tensione fra di esse è stata un capitolo importante della storia moderna, ed è adesso diventata la questione più vitale del nostro tempo“.  La prima idea di democrazia corrisponde alla legge intesa come principio e alla separazione dei poteri (e quindi allo Stato minimo); la seconda (la dittatura della maggioranza), corrisponde alla ‘legge’ intesa come provvedimento particolare e alla non separazione dei poteri (e quindi al potere politico illimitato e allo Stato totalitario). Per la prima idea di democrazia, le decisioni prese a maggioranza sono un male in quanto implicano coercizione di alcuni da parte di altri, non un bene: quindi meno ce ne sono e meglio è. Secondo questa idea una decisione presa a maggioranza è democratica solo se è indispensabile per la difesa della sovranità della legge intesa come principio e se è da questa limitata: una decisione mediante la quale la maggioranza sceglie il colore dei miei abiti non sarebbe quindi democratica. Viceversa, per la seconda idea di ‘democrazia’ (quella che purtroppo viviamo oggi) le decisioni prese a maggioranza sono un bene in quanto la ‘democrazia’ (quella fra virgolette) si identifica proprio con la regola della maggioranza: quindi più ce ne sono e meglio è. In base a questa seconda idea di ‘democrazia’ una decisione è ‘democratica’ se è presa a maggioranza, quindi una decisione mediante la quale la maggioranza sceglie il colore dei miei abiti sarebbe ‘democratica’. La prima idea di democrazia non è un fine: è un mezzo (uno dei tanti possibili); il fine è quello della sovranità della legge intesa come principio. La seconda idea di ‘democrazia’ è un fine, non un mezzo: il mezzo è la ‘legge’ intesa come provvedimento particolare, come strumento di potere. Detta in altro modo (e parafrasando Bastiat) la seconda idea di ‘democrazia’ è il mezzo attraverso il quale tutti, e in particolare la casta politica e i parassiti, possono vivere alle spalle di tutti gli altri.

Sulla base di queste premesse, devo quindi francamente confessare che considero la rappresentatività e la governabilità delle cose positive solo nei limiti in cui per democrazia si intende uno dei possibili sistemi politici compatibili con la sovranità della legge intesa come principio e non, come si intende generalmente oggi, la tirannia della maggioranza. Premesso questo, vediamo perché la separazione dei poteri garantirebbe il massimo possibile di rappresentatività, il massimo possibile di governabilità e, last but not least, una drastica riduzione dei parassiti.

La ragione è molto semplice ed è stata illustrata da Friedrich von Hayek nel suo capolavoro Law, Legislation and Liberty e in particolare nella sua proposta costituzionale (terzo volume, capitolo 17). La separazione dei poteri (cioè del potere politico da quello legislativo) implicherebbe infatti la presenza di due assemblee diverse (non due camere diverse, ma due parlamenti diversi):

  1. un’assemblea legislativa che avrebbe la funzione esclusiva di scoprire, custodire e difendere la legge (questa assemblea, che naturalmente non potrebbe avere nessun potere di spesa, sarebbe costituita da studiosi e ad essa non potrebbero avere accesso i partiti) e
  2. un’assemblea governativa che, nel rispetto della legge, cioè dei principi generali e astratti, difesi dalla prima assemblea, avrebbe la funzione esclusiva di interfacciarsi col governo per l’amministrazione dello Stato (minimo) e di approvare le misure (i provvedimenti particolari) necessari a questo scopo (quest’assemblea, che naturalmente non avrebbe nessuna voce in capitolo sulla legge, sarebbe costituita da politici e ad essa potrebbero eventualmente avere accesso i partiti).

Ora, in primo luogo, dove c’è una sola assemblea (oggi il parlamento) in cui sono concentrati sia il potere legislativo che quello politico, effettivamente c’è un trade off  fra governabilità e rappresentatività (da cui sbarramenti, doppi turni, eccetera). Tuttavia, dove c’è separazione dei poteri, e cioè dove il potere politico appartiene a un’assemblea separata da (e sottoposta a) quella che detiene il potere legislativo, per quest’ultima si può avere un sistema estremamente proporzionale, così da garantire il massimo possibile della rappresentatività, mentre per la prima si può avere un sistema fortemente maggioritario, così da garantire il massimo possibile della governabilità. In ogni caso, essendo l’attività di governo limitata dalle leggi e cioè dai principi generali e astratti difesi dalla prima assemblea (estremamente rappresentativa), essa (l’attività di governo) non potrebbe essere discriminatoria.

In secondo luogo, la separazione dei poteri consentirebbe di far si che chiunque abbia mai ricevuto a qualsiasi titolo denaro pubblico (dal presidente della repubblica all’ultimo netturbino, dall’imprenditore che ha ricevuto sussidi al disoccupato in cassa integrazione) sia privato del diritto di voto per la sola assemblea governativa (mantenendolo intatto per la sola assemblea legislativa) per un certo numero di legislature o per sempre. La ragione è di principio: durante le elezioni dell’assemblea governativa, un impiegato della RAI, per esempio, sarebbe in una posizione oggettivamente diversa da quella di  un sarto, poniamo, che vive solo dei soldi guadagnati sul campo vendendo i suoi servizi a chi li acquista volontariamente. L’impiegato della RAI ha infatti un conflitto d’interessi (che vi soccomba oppure no) che il sarto non ha: al contrario del Sarto, egli ha infatti un interesse particolare nella non privatizzazione della RAI, cioè nella non riduzione dello Stato e quindi della coercizione. In altre parole, nel votare la proposta di una forza politica che proponesse di privatizzare o di non privatizzare la RAI egli potrebbe tener conto dei suoi interessi particolari, cosa che invece il sarto non potrebbe fare. Detta ancora in altro modo, rispetto sarto, l’impiegato della RAI può più facilmente essere comprato con politiche che portano a un’espansione dello Stato o anche solo al mantenimento delle sue attuali esorbitanti dimensioni. Quindi, in ragione di questo conflitto d’interessi, è doveroso privare l’impiegato RAI del diritto di voto per l’assemblea che ha il potere di approvare un’eventuale privatizzazione della RAI, cioè che detiene il potere politico. Tuttavia, dove c’è una sola assemblea (il parlamento attuale) in cui sono concentrati sia il potere legislativo che quello politico, privare l’impiegato RAI del diritto di voto per eleggere chi deterrà il potere politico lo priverebbe anche del diritto di voto per eleggere chi deterrà il potere di difendere la legge, rispetto alla quale (essendo essa un principio generale e astratto) egli non ha nessun conflitto d’interessi. Quindi in questo caso la risoluzione del suo conflitto d’interessi avrebbe un prezzo troppo alto. Ma, dove il potere politico è separato da quello legislativo, si può ottenere il beneficio (la risoluzione del conflitto d’interessi dei parassiti che vivono di Stato) senza questo costo: infatti l’impiegato RAI potrebbe perdere il diritto di voto per l’assemblea governativa ma non per l’assemblea legislativa.

In questo modo, essendo progressivamente sempre più ridotta la capacità del potere politico di comprarsi i voti dei suoi elettori, lo Stato necessariamente arretrerebbe gradualmente e, con esso, i parassiti tutti.

Ora, è vero che oggi la separazione dei poteri è utopistica: chi oggi detiene sia il potere politico che quello legislativo (e perfino i più acerrimi nemici della ‘casta’ come Grillo) non accetterebbe mai una separazione dei poteri in quanto questo significherebbe dar via la metà del suo potere ed essere limitato dalla legge intesa come principio. Tuttavia è comunque importante capire che il trade off fra rappresentatività e governabilità che, in una salsa o in un’altra, ci somministreranno, è solo una presa in giro.

 

PS. Detto questo, io credo che, pragmaticamente, esista una via alternativa alla proposta di Hayek discussa sopra (via alternativa che, in forma estremamente sintetica e semplificata, illustro qui e in forma un po’ più estesa qui). Questa proposta alternativa consentirebbe il raggiungimento solo del primo dei due obiettivi (la separazione dei poteri) e non del secondo (la risoluzione del conflitto d’interessi dei parassiti) che invece la proposta di Hayek consentirebbe. Tuttavia, essa potrebbe essere il primo passo verso la proposta di Hayek e quindi verso il raggiungimento di entrambi gli obiettivi. Tra l’altro, sotto certi aspetti, questa proposta potrebbe avere dei vantaggi che la proposta di Hayek non ha: infatti, al contrario di quella di Hayek, questa proposta non richiede che le forze politiche si mettano d’accordo per una rivoluzione istituzionale che dimezzerebbe il loro potere (cosa impossibile). Essa infatti potrebbe essere applicata subito (a partire dall’attuale quadro istituzionale e normativo e senza la spesa di un solo centesimo di denaro pubblico); offre secondo me una risposta più efficace alla domanda “chi controlla i controllori?”; e, non ultimo, potrebbe consentire a una forza liberale che decidesse di proporsi alle prossime (a quanto pare imminenti) elezioni, di aumentare il suo consenso non solo attraverso il suo programma politico (che dovrebbe necessariamente proporre l’abbattimento di tutti quegli ostacoli che ostruiscono il passaggio a un’economia di mercato) ma anche attraverso il suo modo di fare politica. Se Grillo ha vinto, questo a mio avviso è più dovuto al suo modo di fare politica che al suo (in molti punti delirante) programma. Inoltre, questa proposta non solo non sarebbe alternativa a programmi autonomisti o indipendentisti, ma sarebbe assolutamente complementare con essi. Infine, nascendo da un’idea di legge e dalla conseguente idea di separazione dei poteri che, per quanto violate continuamente dallo Stato totalitario contemporaneo, ogni persona è in grado di riconoscere dentro di sé, essa forse ha un po’ di quella “poesia” che secondo me giustamente Carlo Lottieri in un recente articolo vede come un elemento necessario per costruire “un’avventura ideale in grado di entusiasmare”.

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