Nozze gay e la difesa arbitraria dei diritti individuali

GIOVANNI BIRINDELLI (25.4.2013)

(Original publication: Movimento Libertario)

Il parlamento francese a maggioranza socialista ha approvato i matrimoni per le coppie omosessuali. La Francia a breve diventerà così il quattordicesimo paese al mondo, il nono in Europa, in cui lo Stato permette agli omosessuali di sposarsi.

Il fatto che spesso, come è avvenuto in Francia e come per esempio avviene in Italia, le forze politiche promotrici dei matrimoni fra persone dello stesso sesso siano quelle cosiddette di “sinistra” (cioè quelle che, se possibile, ancora più di quelle cosiddette di “destra” sono a favore di una maggiore “equità” nella distribuzione della ricchezza) può facilmente indurre all’errore di considerare queste forze politiche come “progressiste” e schierate a difesa dei “pari diritti”, cioè dell’uguaglianza davanti alla legge. L’esatto opposto è vero.

In se, l’approvazione dei matrimoni gay è una buona cosa: essa costituisce una difesa dell’uguaglianza davanti alla legge intesa come principio generale, e quindi della legge così intesa. La legge intesa come principio è quella che si limita a porre un limite di carattere generale alle azioni delle persone: un limite che è indipendente dal loro modo di essere, dai loro gusti, dalla loro situazione materiale; e che vale sempre, per tutti (Stato incluso), allo stesso modo. Tuttavia, non è possibile ricordare troppo spesso che quando questa difesa della legge avviene solo nei casi particolari scelti arbitrariamente dall’autorità, essa è, oltre che una contraddizione in termini, il miglior modo per distruggere la legge, non per difenderla.

Per questa ragione, chi (chiamiamolo per semplicità Tizio) è a favore dei matrimoni fra omosessuali per motivi di uguaglianza ma allo stesso tempo è a favore di una maggiore “equità” nella distribuzione della ricchezza, è un ipocrita.

Infatti, quando si tratta di difendere libertà individuali che gli sono culturalmente affini (quindi per esempio di combattere la discriminazione razziale, quella femminile, quella appunto relativa alle preferenze sessuali), Tizio fa appello alla legge intesa come principio generale e astratto e all’idea di uguaglianza davanti alla legge che è a essa esclusivamente relativa. Quest’ultima è l’idea di uguaglianza davanti alla legge che è incompatibile con la disuguaglianza legale, la quale consiste:

  1. Nel fissare un criterio arbitrario (per esempio la preferenza sessuale);
  2. Nel dividere le persone in categorie sulla base di questo criterio (eterosessuali, omosessuali); e infine:
  3. Nel trattarle diversamente ma uniformemente all’interno di ciascuna categoria (matrimonio permesso a tutte le coppie eterosessuali e non permesso a tutte quelle omosessuali).

Tuttavia, quando si tratta di promuovere i propri interessi economici, oppure quelli di coloro che gli sono culturalmente affini, oppure quando si tratta di soddisfare (con i soldi e/o la libertà degli altri) il proprio istinto di generosità, Tizio adotta quasi d’incanto un’idea di legge opposta: la “legge” intesa come provvedimento particolare e quindi l’idea di “uguaglianza” che è a essa esclusivamente relativa. Quest’ultima è l’idea di uguaglianza davanti alla legge che è compatibile con la disuguaglianza legale, la quale, di nuovo, consiste:

  1. Nel fissare un criterio arbitrario (per esempio il livello di reddito);
  2. Nel dividere le persone in categorie sulla base di questo criterio (“ricchi”, “non ricchi”); e infine:
  3. Nel trattarle diversamente ma uniformemente all’interno di ciascuna categoria (per esempio prelievo fiscale maggiore, o addirittura percentualmente maggiore, per tutti i “ricchi” e minore per tutti i “non ricchi”).

In questi casi, la giustizia smette improvvisamente di essere uno standard di comportamento individuale ma diventa un particolare stato di cose (end state) corrispondente alla visione del mondo di Tizio: per esempio una particolare distribuzione del reddito. A questa sua particolare visione del mondo egli dà solitamente (e modestamente) il nome di “giustizia sociale”, senza curarsi del fatto che non può esistere una giustizia “macro” che sia separata da quella “micro” e cioè che un’azione che è illegittima se a compierla è un individuo non può diventare legittima se a compierla è lo Stato e/o una maggioranza.

In un batter di ciglia Tizio così passa dall’idea di legge come limite alla coercizione arbitraria a quella come strumento di coercizione arbitraria per la realizzazione di questo suo obiettivo particolare al quale sacrifica senza esitazione ogni principio e, primo fra tutti, il principio di uguaglianza davanti alla legge. Visto che siamo tutti diversi sono infiniti aspetti, infatti, se viene rispettata l’uguaglianza davanti alla legge finiremo sicuramente in posizioni materiali diverse: l’unico modo per avere maggiore “equità” nella redistribuzione della ricchezza è essere trattati in modo diverso, cioè in violazione dell’uguaglianza davanti alla legge. Uguaglianza davanti alla legge e “equità sociale” sono incompatibili l’una con l’altra. Detta in altro modo, la cosiddetta “equità sociale” non è altro che un nome altisonante per camuffare la discriminazione fiscale e per mettere arbitrariamente questo tipo di discriminazione su un piano diverso da quello sul quale vengono giudicate le altre.

Per Tizio, la discriminazione delle minoranze è un male se queste minoranze sono tali in relazione a un criterio neutro (come i gusti sessuali oppure il colore della pelle) oppure negativo (come un handicap) ma diventa invece immediatamente una cosa positiva se queste minoranze sono tali in relazione a un criterio positivo (come la ricchezza, la fortuna, il talento): se fosse possibile redistribuire la bellezza, Tizio sarebbe a favore. Alla base di questa incoerenza non c’è dunque solo l’ipocrisia ma anche l’invidia, la profonda invidia che così spesso affligge chi è favorevole, su presunte basi di principio, a una qualunque forma, per quanto minima, di redistribuzione della ricchezza.

Questa adozione di idee di legge (e quindi di uguaglianza davanti alla legge) diverse a seconda di quali sono le affinità culturali e gli interessi in gioco ha più di un aspetto in comune con la separazione fra libertà politica e libertà economica introdotta da Benedetto Croce. Se da un lato questa separazione ha, come abbiamo visto, molto a che fare con l’ipocrisia e l’invidia, dall’altro essa non ha nulla a che vedere con la legge, con l’uguaglianza davanti alla legge e con la libertà. Dove le idee di legge, di uguaglianza davanti alla legge e di libertà sono più di una, sono incoerenti e il potere politico ha facoltà di scegliere arbitrariamente quale adottare nei diversi casi particolari, non sia ha né legge, né uguaglianza davanti alla legge, né libertà.

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