Lo Stato che finanzia la cultura è per forza totalitario

GIOVANNI BIRINDELLI, 8.5.2013

(Original publication: L’Indipendenza)

«Lei ce la fa a promettere che questa volta scuola, ricerca e cultura, cioè futuro e felicità non si toccano?». Scrosci di applausi da parte del pubblico. «Mi prendo l’impegno. Io mi dimetto se dovremo fare dei tagli alla cultura, alla ricerca e all’università». Le tesi implicite nella domanda di Fabio Fazio sono peggiori di quelle implicite nella risposta del neopremier Enrico Letta. Ma quello che è ancora peggiore, se possibile, è quell’aria soave e angelicamente sorridente con la quale entrambi, confortati dagli applausi di quel campione rappresentativo della massa che è il pubblico presente, promuovono idee totalitarie il cui effetto è la soppressione della cultura.

Prima di vedere perché uno Stato che promuove la cultura è necessariamente totalitario,vediamo perché quello Stato necessariamente la sopprime. Questo avviene per due ragioni, la prima delle quali è strettamente economica. Nel momento in cui lo Stato finanzia la cultura, questa diventa economicamente dipendente da finanziamenti pubblici invece che dalla disponibilità a spendere (cioè a scambiare liberamente) delle persone. Quando questi finanziamenti pubblici finiscono, la “cultura” crolla. Prendiamo per esempio i finanziamenti pubblici previsti dalla “legge” sull’editoria: molti giornali esistono solo perché ricevono questi finanziamenti senza i quali essi crollerebbero (e questa concorrenza sleale è una barriera all’entrata molto efficace, anche se per fortuna non sempre sufficiente, per sbarrare la strada a competitors che vogliano reggersi sulle loro gambe). È bastato che il governo Monti limasse leggermente questi finanziamenti perché gran parte di questi giornali andasse in “solidarietà”, cioè in crisi.

Il punto è che prima o poi questi finanziamenti pubblici devono necessariamente finire. Infatti, se lo Stato può finanziare la cultura questo vuol dire che l’idea di legge lo consente. E c’è un’unica idea di “legge” che consente allo Stato di finanziare la cultura: il positivismo giuridico, cioè la “legge” intesa come provvedimento particolare, come strumento di potere. Dove c’è questa idea di “legge”, e ancora di più dove questa idea di “legge” è combinata a un assetto istituzionale cosiddetto “democratico”, lo Stato tende necessariamente a espandersi. Ma questa espansione dello Stato, e quindi della spesa pubblica, può essere finanziata solo da tre cose: maggiori tasse, maggiore debito pubblico e maggiore stampa di moneta (inflazione), nessuna delle quali può crescere all’infinito. Quando si raggiunge il limite, i finanziamenti pubblici finiscono e la struttura produttiva della cultura, che si reggeva su questi finanziamenti invece che sulla disponibilità delle persone a scambiare liberamente, si scioglie come neve al sole. Ecco perché la prima ragione per cui il finanziamento dello Stato della cultura è il modo più sicuro per distruggerla.

La seconda ragione è molto semplice: la cultura è tale se non è asservita. Una cultura finanziata dallo Stato è necessariamente asservita, e quindi non è cultura. Basti pensare alla cura con la quale il liberalismo classico in generale e la Scuola Austriaca di economia in particolare (cioè le uniche teorie che in modo coerente dimostrano come la radice dei problemi economici e sociali sia da ricercarsi nell’arbitrarietà del potere politico) sono stati eliminati da ogni corso universitario. La cultura (quella senza virgolette) per esistere non ha bisogno dell’impegno che un parassita prende di fronte a un presentatore televisivo (per di più di una televisione pubblica): essa dipende dalle capacità creative individuali di coloro che producono cultura in qualunque forma, dal loro coraggio, dalla loro imprenditorialità e dalla loro integrità morale, una misura della quale è data dalla loro disponibilità o meno ad accettare denaro che è stato estorto con la forza e con la violenza ai cittadini (in altri termini, dal loro essere parassiti o meno).

Uno Stato che finanzia la cultura è necessariamente uno Stato totalitario. Lo Stato totalitario, infatti, è quello che promuove il “bene” (la “felicità” nelle parole del leggiadro presentatore televisivo). Infatti il “bene” ha due caratteristiche interdipendenti fra loro che rendono lo Stato che si occupa della sua promozione necessariamente totalitario. La prima è quella di essere necessariamente soggettivo. Ognuno ha la propria idea del “bello”, di ciò che è “importante”: in breve, di ciò che secondo lui è il “bene”. Quindi nel migliore dei casi quando lo Stato finanzia la “cultura” ricorre alla violenza (tasse, debito o inflazione) per finanziare ciò che chi detiene il potere politico ritiene arbitrariamente essere “cultura meritevole”, il che implica la discriminazione arbitraria di coloro per i quali “la cultura meritevole” è una cosa diversa. Viceversa, dove lo Stato si limita a difendere la legge intesa come principio generale e astratto questa discriminazione e questa imposizione ad altri di scelte arbitrarie non ci sono: Tizio e Caio possono facilmente avere idee diverse su cosa è “culturalmente meritevole” ma non sul fatto che il furto o la frode siano atti illegittimi. Il rispetto e la valorizzazione della diversità non si ottengono nominando una persona di colore come Ministro dell’Integrazione ma introducendo il libero mercato, cioè la sovranità della legge intesa come principio generale e astratto.

La seconda ragione per cui uno Stato che si occupa di finanziare il “bene”, e quindi anche la “cultura”, è necessariamente totalitario è che il “bene” è illimitato: al di là della quantità di risorse che chi detiene il potere politico può saccheggiare a questo scopo, non ci sono limiti non arbitrari alle cose soggettivamente ritenute essere importanti, belle o meritevoli che lo Stato può finanziare con la coercizione; e l’assenza di limite non arbitrario alla coercizione è la definizione stessa di totalitarismo. Una società libera, quella in cui fiorisce la cultura senza virgolette, è quella in cui il limite alla coercizione e alla violenza è costituito dalla legge intesa come principio generale e astratto. Questa, non essendo un provvedimento particolare risultato della decisione di un’autorità ma un principio generale risultato di un processo spontaneo di selezione di usi e convenzioni di successo, non è arbitraria. In una società libera, quindi, lo Stato non promuove il “bene” ma si limita ad arginare il male, un male che è necessariamente limitato e non arbitrariamente definito: più precisamente, in essa lo Stato (o chi per esso) può usare coercizione solo contro chi ha violato la legge intesa come principio e oltre quel punto la sua coercizione non può spingersi.

Nelle menti più deboli, lo Stato totalitario riesce facilmente a inculcare l’idea che il suo compito sia quello di promuovere e finanziare la “felicità”. Queste menti sono infatti incapaci di concepire un ordine spontaneo. Per esse, l’assenza di disegno da parte dello Stato significa caos; l’assenza di finanziamento pubblico significa impossibilità. Su queste menti, la deresponsabilizzazione implicita nelle ideologie collettiviste come quella su cui è fondata la repubblica italiana ha un fascino molto forte e non è difficile capire perché. Sono queste menti deboli che Frédéric Bastiat identificava non solo come gli avversari della libertà e della sovranità della legge ma anche della cultura. A proposito di esse affermava: «I nostri avversari ritengono che un’attività che non sia né aiutata da sussidi, né regolata dal governo, sia un’attività distrutta. Noi pensiamo il contrario. […]. Il Signor Lamartine disse: “in base a questo principio dovremmo abolire le mostre pubbliche, che sono l’onore e la ricchezza di questo paese”. Ma io risponderei al Signor Lamartine: “in base al suo modo di pensare, non sussidiare significa abolire; infatti, partendo dal presupposto che nulla esista indipendentemente dalla volontà dello Stato, Lei conclude che niente vive tranne ciò che lo Stato fa vivere. Ma io oppongo a questa asserzione lo stesso esempio che ha scelto Lei, e La prego di notare che la più grandiosa e nobile delle esposizioni, quella che è stata concepita nello spirito più liberale e universale (e potrei anche utilizzare il termine umanista, in quanto non sarebbe un’esagerazione) è l’esibizione che viene adesso preparata a Londra; l’unica in cui nessun governo ha parte alcuna, e che non è finanziata dalle tasse». Altro che Expo e commissario unico.

2 thoughts on “Lo Stato che finanzia la cultura è per forza totalitario

  1. Antonino Trunfio May 9, 2013 / 7:47 am

    Questo post piacerebbe molto a Enrico Montesano, il noto attore. Qualche anno fa ebbe a pronunziarsi lui stesso contro i finanziamenti al teatro e al cinema. Ora gli incollo il link del tuo post, caro Giovanni, sul suo blog. Buona giornata. Antonino

    • Giovanni May 9, 2013 / 8:46 am

      Grazie Antonino. Buona giornata a te!

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