Tassare i “ricchi improduttivi” è la via migliore per la decrescita

GIOVANNI BIRINDELLI, 12.6.2013

(Original publication: L’Indipendenza)

In un articolo apparso di recente su questo giornale Fabrizio Dal Col ha aderito alle tesi di coloro (Engel, Krugman, Stiglitz) che sostengono che per tornare a crescere occorra tassare maggiormente i “ricchi improduttivi … [quelli] che cercano la rendita”. Nei limiti in cui l’economia è lo studio dell’azione umana, questa tesi non solo non ha nessun fondamento economico ma è il modo migliore per proseguire lungo la via più diretta e sicura verso la catastrofe economica.

1. Relazioni opposte

L’argomento collettivista a sostegno di questa tesi ‘economica’ a cui Dal Col aderisce con così tanta convinzione è racchiuso in questa frase: “i problemi delle economie avanzate hanno alla propria base la debolezza della domanda aggregata e dunque è necessario colpire chi non investe e chi non consuma ovvero i ricchi che cercano la rendita“. Questa frase implica le due seguenti relazioni:

1) maggiori consumi (cioè minori risparmi) = maggiore crescita;

2) risparmi = capitale improduttivo

Il ragionamento è il seguente: i “ricchi” risparmiano più dei “non ricchi”, quindi una redistribuzione delle risorse economiche dai primi ai secondi aumenterebbe i consumi e ridurrebbe i risparmi. Dunque, date le relazioni  di cui sopra, ci sarebbe una maggiore crescita.

Quelle relazioni e questo ragionamento a prima vista appaiono plausibili perché riflettono il punto di vista dell’imprenditore più vicino al consumo (per esempio il proprietario di un negozio di vestiti) per il quale l’aumento del consumo di vestiti (cioè minore risparmio) significa, nel breve periodo, maggiore reddito. Viceversa, per lui una diminuzione del consumo di vestiti (cioè maggior risparmio) significa minor reddito. Tuttavia, questa è una tesi che con la scienza economica non ha nulla a che vedere: l’economista infatti è tale se vede la struttura produttiva nel suo complesso, non solo il settore produttivo più vicino al consumo.

E se si vede la struttura produttiva nel suo complesso, e quindi se si tiene conto anche del fattore tempo, si scopre che è ‘vero’ l’esatto opposto, nel senso che solo l’esatto opposto può essere coerentemente sostenuto su un piano economico, e cioè:

a) minori consumi (cioè maggiori risparmi) = maggiore crescita;

b) risparmi = investimenti.

Quindi è vero che, se si assume che i “ricchi” risparmino più dei “non ricchi”, una redistribuzione delle risorse economiche dai primi ai secondi aumenterebbe (temporaneamente) i consumi e ridurrebbe i risparmi. Ma, date le relazioni di cui sopra, questo comporterebbe (comporta) minore crescita (non maggiore), e di conseguenza anche un deterioramento della posizione economica e delle prospettive degli “ultimi”.

Per capire chi ha ragione, occorre capire quali relazioni abbiano validità economica: le relazioni [1,2] o le relazioni [a,b]?

2. La storiella

Per cercare di capirlo, partiamo da una storiella: un esempio ultra semplificato ma che, mettendo in chiaro cosa sono i risparmi e la relazione fra consumi, risparmi e crescita, può essere esteso a situazioni di qualunque complessità.

Immaginiamo che, nostro malgrado, Dal Col e io siamo naufragati su due isole simili, piatte e quasi deserte; che sia tardo autunno; che l’inverno su entrambe quelle isole sia talmente rigido da essere sicuramente letale in assenza di un riparo; che per qualche ragione sappiamo che a primavera arriveranno i soccorsi; e che l’unica forma di sostentamento presente siano dei frutti che si trovano su alberi che crescono su entrambe le isole.

Per sopravvivere sia Dal Col che il sottoscritto dobbiamo cibarci di quei frutti, ma dobbiamo anche costruire una capanna prima che arrivi l’inverno, il che richiede tempo (poniamo, in entrambi i casi, dieci giorni di lavoro). Se passiamo tutto il giorno a raccogliere i frutti dagli alberi, riusciremo a saziarci ma, in questo modo, non riusciremo a costruire la capanna e quindi moriremo assiderati.

Per capire la validità economica delle relazioni generali [1,2] e [a,b], vediamo la loro applicazione alla nostra situazione particolare.

Partiamo da me. Visto che io ritengo che i risparmi siano investimenti [b] e che per avere crescita io debba aumentare i risparmi, e quindi diminuire i consumi [a], io metto da parte (cioè risparmio, non consumo) frutti sufficienti per dieci giorni di lavoro. Nel fare questo io rinuncio a beni presenti per maggiori beni futuri. Questo mi dà la possibilità di costruire la capanna. Dopo dieci giorni torno a consumare gli stessi frutti di prima ma adesso, con l’inverno alle porte, ho la mia capanna.

Vediamo adesso Dal Col. Visto che lui ritiene che i risparmi (cioè la rinuncia al consumo) siano “improduttivi” [2] e che per avere crescita sia necessario aumentare i consumi (aumentare la “domanda aggregata”), e quindi diminuire i risparmi [1], lui non solo consuma tutti i frutti che raccoglie durante il giorno e che sono sufficienti a saziarlo, ma, togliendo ore al sonno, anche di più. Egli quindi non rinuncia a beni presenti per beni futuri, anzi aumenta i primi. Dopo dieci giorni lui sarà più sazio di me, ma, con l’inverno alle porte, sarà senza capanna.

Domanda: in primavera, in quale situazione è preferibile trovarsi? La mia o quella di Dal Col? La risposta a questa domanda aiuta a capire quale delle due coppie di relazioni ([1,2], [a,b]) sia economicamente valida.

3. La “rendita improduttiva”

Quando Dal Col parla di “rendita finanziaria piuttosto che produttiva” dice una cosa che dal punto di vista economico è priva di senso: la rendita finanziaria è il compenso che chi rinuncia al consumo immediato riceve per questa rinuncia e quindi per rendere possibile, mediante il capitale finanziario che mette a disposizione attraverso il risparmio, la produzione da parte dell’imprenditore. Nelle parole di Murray Rothbard, per esempio, “[i capitalisti, cioè coloro che risparmiano] hanno rinunciato a denaro nel presente per una maggiore somma di denaro nel futuro, e il tasso d’interesse che hanno guadagnato è l’agio, o sconto sui beni futuri rispetto ai beni presenti: il compenso per la rinuncia a beni presenti per beni futuri[1]. Non c’è niente di più produttivo del risparmio: gli unici investimenti sostenibili sono quelli che derivano dal risparmio. Non è necessario che a risparmiare sia chi investe: il denaro e l’intermediazione bancaria (dalla quale siano escluse attività criminali ed economicamente disastrose come la riserva frazionaria, naturalmente) consentono che chi investe e chi risparmia siano soggetti diversi e, grazie a questo, espandono enormemente le possibilità di investimento, di produzione e di crescita; ma la natura e la funzione del risparmio e del suo compenso non cambiano minimamente. Nel parlare di “rendita finanziaria piuttosto che produttiva” a me sembra che Dal Col dia voce a quel senso di avversione (per non usare altre parole più precise) nei confronti della rendita finanziaria che è comune fra coloro (purtroppo la stragrande maggioranza) che associano la rendita all’immagine del cocktail sulla sdraio in piscina e che evidentemente hanno le idee un po’ confuse sulla natura e la funzione del risparmio, sulla rendita finanziaria e sull’economia in generale. Essi non hanno capito che colpire i risparmi (e quindi per esempio attuare misure redistributive come la progressività fiscale) significa colpire gli investimenti e quindi affondare la crescita, come l’evoluzione dell’economia italiana conferma ampiamente.

4. Il tempo e la struttura produttiva

Sostenere le relazioni [1,2] significa ignorare il fattore tempo, e cioè, per esempio, che la struttura produttiva non è uniforme e immediata ma articolata in diversi stadi, alcuni più vicini al consumo (come i negozi di abbigliamento) e altri meno (come le industrie che fabbricano i telai e, allontanandosi sempre di più dal consumo, quelle che fabbricano le macchine che fabbricano i telai e così via fino alle miniere che estraggono il ferro). Benché sia quello più “visibile”, lo stadio più vicino al consumo è quello quantitativamente e qualitativamente meno importante, soprattutto in un’economia sana e sviluppata. Nella misura in cui aumentano i consumi, l’orizzonte temporale si accorcerà (il tasso d’interesse di mercato aumenterà: infatti i risparmi disponibili saranno di meno), la struttura produttiva si orienterà al consumo (ci saranno disinvestimenti nei settori più lontani dal consumo, quelli quantitativamente e qualitativamente più importanti) e quindi sarà sempre meno complessa, meno ricca, meno sviluppata, i processi produttivi saranno sempre più brevi e più elementari: le automobili e gli smart phones li faranno da un’altra parte. Una struttura produttiva orientata alla crescita, e quindi a una prosperità sempre maggiore (anche e soprattutto per gli “ultimi”) è una in cui i consumi occupano una parte sempre minore rispetto a quella occupata dai beni capitali, i quali diventano sempre più numerosi e articolati per la produzione di oggetti sempre più sofisticati e complessi. Per rendersi conto di questo basta mettere a confronto la struttura produttiva di un paese come il Ghana (verso cui noi Italiani ci stiamo muovendo velocemente grazie alle politiche ispirate alle idee di Dal Col che sono in atto da decenni) con quella di un paese come la Germania (lungi da me ritenere quest’ultimo un modello). La produzione di un’Audi richiede una struttura produttiva molto più “lunga” e complessa di quella che esiste nel Ghana: mettere su un concessionario è facile rispetto a mettere su la struttura produttiva che consente di produrre un’Audi.

Quindi l’aumento di consumi di per se, anche quando è spontaneo (cioè quando riflette un accorciamento delle preferenze temporali delle persone), implica necessariamente impoverimento, decrescita: basti pensare a qualcuno che sperpera un’eredità in pochi anni. Ma quando questo aumento dei consumi è prodotto artificialmente dalla manipolazione monetaria e del credito (cioè dalla riserva frazionaria, dalla stampa di moneta e dalla fissazione arbitraria del tasso d’interesse) nel lungo periodo si ha non solo decrescita ma anche, necessariamente, crisi ciclica e depressione. E la storia nella sostanza non cambia nel caso di altre forme di distorsione coercitiva della struttura produttiva, come ad esempio gli “investimenti pubblici” che Dal Col auspica nel suo articolo. Come efficacemente sostiene Vladimir Menshikov in un recente articolo, “non esiste proprio nulla che possa definirsi come un ‘investimento pubblico’: esiste solo ed esclusivamente il ‘consumo pubblico’ “.

5. “Beni normali” e “beni di lusso”

Fino ad ora abbiamo parlato di consumi in modo indifferenziato. Tuttavia, nel suo articolo, Dal Col a un certo punto, citando Ernst Engel, fa una distinzione qualitativa fra “beni normali” e “beni di lusso” e stabilisce la seguente relazione aggiuntiva:

3) maggiore consumo di “beni di lusso” (e quindi maggiore disuguaglianza nelle posizioni materiali) = minore crescita

la quale produce un ragionamento analogo a quello delle precedenti  relazioni [1,2]. Lasciamo perdere il fatto che questa distinzione fra “beni normali” e “di lusso” sia totalmente priva di senso in quanto arbitraria: per Tizio un bene di lusso potrebbe essere una Ferrari, alla quale, scegliendo un lavoro che gli permette di comprarsela, sacrifica il tempo con la sua famiglia; per Caio, viceversa, un bene di lusso potrebbe essere il tempo con la sua famiglia, al quale sacrifica un lavoro che gli consentirebbe di comprarsi la Ferrari.

Se si guarda all’intero processo produttivo (ma anche alla nostra esperienza quotidiana) si vede che questa relazione non ha alcuna validità e che l’unica relazione economicamente sostenibile è quella opposta:

c) maggiore consumo di “beni di lusso” (e quindi maggiore disuguaglianza nelle posizioni materiali) = maggiore crescita

Infatti probabilmente non c’è un solo oggetto fra quelli che sono diventati di uso comune e perfino beni “di prima necessità” (dal computer sul quale sto scrivendo, ai libri che leggo; dall’aereo col quale vado a Londra al costo di una cena, al telefono col quale chiamo la mia ragazza) che non sia stato in origine ristretto ai pochissimi che potevano permetterselo e che, pagando delle cifre enormi per una versione del prodotto infinitamente inferiore a quella di cui godo io per pochi soldi, ne hanno consentito l’ingresso nel mercato. Come dice Hayek, “Le nuove cose diventeranno spesso accessibili alla gran parte delle persone solo perché per qualche tempo sono state il lusso di pochi … Perfino i più poveri oggi devono il loro relativo benessere materiale ai risultati della passata disuguaglianza [di posizione materiale] [2].

In sintesi, la cosa migliore da fare per peggiorare nel lungo periodo la posizione degli “ultimi” e della “classe media” è distorcere lo spontaneo processo di mercato e quindi, per esempio, ricorrere a misure redistributive apparentemente (cioè nel breve periodo) a favore di quelle “classi”. Maggiori sono le disuguaglianze nelle posizioni materiali, meglio è per tutti.

6. Conclusioni: macro vs. micro

Sostenere coerentemente le relazioni [1,2,3] implica per esempio sostenere che in una situazione di difficoltà economica (poniamo a causa della perdita del lavoro) la cosa migliore che una persona possa fare per uscirne è aumentare i consumi, andare a fare shopping. Ma chi sostiene le relazioni [1,2,3] generalmente non è coerente: egli infatti tende a farle valere solo nelle analisi cosiddette “macro” ma non in quelle “micro”. Una cartina di tornasole per distinguere un economista da un non economista (categoria quest’ultima in cui includo molti cosiddetti “economisti”, compresi i due premi Nobel a cui si appella Dal Col: Stiglitz e Krugman) è la coerenza, in particolare quella fra i suoi ragionamenti microeconomici e quelli macroeconomici: se i secondi non derivano coerentemente dai primi, e cioè se questa persona non vede coerentemente l’economia nel suo complesso come lo studio dell’azione umana, se essa vede la macroeconomia e la microeconomia come due mondi diversi in cui valgono leggi opposte, allora quella persona non è un economista: quindi probabilmente oggi insegna economia in qualche università.

PS. Nel sostenere che occorre aumentare la pressione fiscale sui “ricchi” per avere la crescita, Dal Col evita qualunque considerazione di tipo morale, cosa che ho fatto anche io nel mio articolo per problemi di spazio. En passant ritengo comunque utile accennare brevemente al fatto che l’idea astratta di uguaglianza davanti alla legge a cui, consapevolmente o meno, è necessario aderire per giustificare una maggiore tassazione dei “ricchi improduttivi” rispetto ai “non ricchi” (la disuguaglianza legale) è la stessa idea astratta di “uguaglianza davanti alla legge” che è stata applicata ai neri dall’apartheid e agli ebrei dai nazisti. Per una discussione sulla differenza fra uguaglianza davanti alla legge e disuguaglianza legale rimando a un altro mio precedente articolo.


[1] Rothbard M.N., 2001 [1962], Man, Economy, and State (Mises Institute, AuburnAL), p. 301, traduzione mia.

[2] Hayek F.A., [1960], The Constitution of Liberty (Routledge, London and New York), pp. 43-44, traduzione mia.

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