La velocità di circolazione della moneta

di HENRY HAZLITT, 21.6.2013

(Original publication in English: Ludwig von Mises Institute; Original publication in Italian: Ludwig von Mises Italia, traduzione: Walter Paiano)

La teoria quantitativa della moneta ha radici antiche. Ma ha iniziato ad essere veramente influente nell ultimo mezzo secolo nella forma ad essa data da Irving Fisher in “Il potere d’acquisto della moneta” (1911). Mi riferirò a questa versione definendola versione di Fisher o versione meccanica della teoria quantitativa della moneta.

Ci risparmieremmo molte discussioni se ci riferissimo ad essa, e solo ad essa, come a la teoria quantitativa della moneta. Una teoria quantitativa della moneta (nel senso di una teoria che semplicemente riconosce che la quantità di moneta è un fattore importante nella determinazione del valore della singola unità monetaria) è però una cosa leggermente diversa.

La teoria di Fisher è meccanica e matematica. Non tiene conto delle valutazioni psicologiche ed individuali. Secondo questa versione, la quantità di moneta esistente è la sola determinante del valore del denaro. Il valore di ogni singola unità monetaria si suppone vari inversamente alla quantità di moneta esistente. Questo significa che “il livello dei prezzi” di beni e servizi si suppone vari direttamente e proporzionalmente all’offerta di moneta.

E’ da questo che proviene la famosa equazione di Fisher: MV = PT. Questa equazione è più frequentemente scritta come MV + M1V1= PT. Questa seconda equazione, più complessa, semplicemente formalizza il fatto che i depositi bancari vengano conteggiati alla stregua di denaro contante. Ma noi daremo per scontato questa precisazione, riferendo la nostra discussione alla simbologia più semplice.

La mia preoccupazione principale non è confutare la versione di Fisher della teoria quantitativa della moneta. Questo è stato fatto magnificamente da Benjamin M. Anderson in “Il valore della moneta” nel 1917. Ma l’equazione di Fisher, che una volta dominava il campo, si può ancora rinvenire in alcune descrizioni contemporanee delle forze che determinano il potere d’acquisto della moneta. Sembra avere una fantastica longevità in conseguenza della sua apparente semplicità, della sua apparente precisione matematica – e perché è più facile da insegnare delle altre teorie.

In questo frangente mi limito ad uno specifico esame del fattore V che compare nell’equazione.

Nell’equazione di Fisher, M rappresenta la quantità di moneta (e la domanda di depositi bancari) attualmente esistente; V rappresenta la “velocità di circolazione” della moneta; P rappresenta il “livello medio dei prezzi” di beni e servizi; e T sta per il “volume delle transazioni”, o la quantità di beni e servizi contro i quali la moneta è scambiata.

Ora, come ha notato Anderson nella sua acuta analisi, le due parti dell’equazione sono uguali perché sono identiche.

L’equazione asserisce semplicemente che quello che si è pagato è uguale a quello che è ricevuto. Questa proposizione può richiedere una formulazione algebrica, ma a chi scrive non sembra in fin dei conti richiedere nessuna formulazione. Il contrasto tra “il lato della moneta” e quello “dei beni reali” dell’equazione è inesatto. Non esiste un lato inerente i beni reali. Entrambi i lati dell’equazione riguardano i fattori monetari.

Ma io mi sto concentrando sul significato di V, vale a dire la “velocità di circolazione”. Anderson, discutendo di questo, ci dice,

l’idea che la velocità di circolazione sia una entità unitaria, reale e una causa nel processo di determinazione e, suppongo, vecchio almeno quanto la stessa teoria quantitativa. E’ in effetti parte essenziale della teoria quantitativa.

Nella discussione di Fisher che si trova in The Purchasing Power of Money, V è trattata come qualcosa che è abbastanza costante, così che quando M viene raddoppiato anche MV raddoppia, e di conseguenza il “livello dei prezzi” deve raddoppiare. La teoria quantitativa di Fisher presentata suppone che “normalmente” il “livello dei prezzi” vari direttamente e proporzionalmente all’offerta di moneta.

Ma quando vengono effettuate delle statistiche più accurate, si riscontra che le cose non stanno così. E qui la V ritorna. Quando il livello dei prezzi non cambia in modo direttamente proporzionale alle variazioni dell’offerta di moneta, i teorici Fisheriani suppongono che ci sia stato di converso qualche cambiamento nella “velocità di circolazione” dell’ammontare esatto a spiegare la discrepanza. Se per esempio si scopre statisticamente che la quantità di moneta si è incrementata del 10% in un certo anno, mentre il “livello dei prezzi”, così come misurato dagli indici dei prezzi al consumo, è rimasto invariato, essi suppongono che ci debba essere stato un rallentamento di circa il 10% nella velocità di circolazione della moneta. Se la quantità di moneta rimane costante, ma c’è stato un incremento del 10% del “livello dei prezzi” in un certo periodo, suppongono che ci sia stato un innalzamento della “velocità di circolazione” della moneta del 10% nello stesso arco temporale. E così via.

Forse possiamo comprendere più chiaramente cosa c’è di sbagliato in questa affermazione se vediamo cosa comunemente accade durante un processo inflazionistico e qual è la vera spiegazione.

Quello che comunemente vediamo, ripercorrendo la storia di sostanziali o prolungate inflazioni avvenute in vari paesi, è che, nei primi stadi, i prezzi salgono meno dell’incremento nell’offerta di moneta (tenendo opportunamente in considerazione i cambiamenti che hanno effetti sull’offerta di beni reali); ma, quando l’inflazione si prolunga oltre un certo punto, o mostra segni di accelerazione, i prezzi iniziano a salire più di quanto faccia l’offerta di moneta. Mettendola in un altro modo, il valore della singola unità monetaria, all inizio dell’inflazione, in genere non decade proporzionalmente all aumento della quantità di moneta, mentre, negli ultimi stadi dell’inflazione, il valore della singola unità monetaria decade molto più velocemente di quanto l’offerta di moneta sta aumentando.

Di conseguenza, una quantità di moneta più grande di quella di prima ha in effetti un potere d’acquisto minore di quanto aveva la precedente quantità di moneta, che pure era minore. Ci sono quindi, paradossalmente, lamentele riguardanti una “carenza di moneta”.

Qual è la reale spiegazione di questo fatto? E’ perfettamente vero, tanto per iniziare, che la quantità di moneta influenza il valore della singola unità monetaria, proprio come la quantità di grano, per esempio, influenza il valore di ogni chilo di grano. In entrambi i casi un incremento nell’offerta  a parità di condizione, riduce il valore di ogni singola unità, mentre una riduzione dell’offerta lo riduce. Ma nessuno afferma, nel caso del grano come di un qualunque altro bene materiale, che la riduzione di valore di ogni unità di grano è esattamente proporzionale all’incremento avvenuto rispetto l’intera offerta (o che l’aumento di valore sia esattamente proporzionale ad una riduzione dell’offerta totale). E nemmeno dovremmo supporre che ci sarà una variazione proporzionalmente inversa tra il valore dell’unità monetaria e l’offerta di moneta.

Il valore di ogni unità monetaria è determinato, come il valore di ogni unità di un bene materiale, primariamente da fattori psicologici e non semplicemente da fattori meccanici o matematici. Come per i beni materiali, il valore di ogni unità monetaria è influenzata non solo dalla quantità attuale, ma anche dalle aspettative riguardo la quantità e la qualità attesa in futuro. All’inizio del processo inflazionistico, molti prezzi e salari rimangono invariati a causa dell’abitudine e del costume e anche perché, se un aumento dell’offerta di moneta viene notato, si suppone sia semplicemente un evento passato che ora ha esaurito i propri effetti. La fiducia nella stabilità del potere d’acquisto della moneta rimane alta. Naturalmente un incremento nell’offerta di moneta farà alzare alcuni prezzi, sebbene la media dei prezzi non si alzerà necessariamente così tanto come la quantità di moneta.

Nello stadio centrale del processo inflazionistico, i prezzi possono rispondere piuttosto proporzionalmente ad un incremento dell’offerta di moneta. Ma più l’inflazione procede, o forse appena si ha una sua accelerazione, inizia a diffondersi la paura che l’inflazione continuerà in futuro e che il valore di ogni unità monetaria cadrà ulteriormente. Queste paure riguardo il futuro si riflettono nel presente. C’è una fuga dalla moneta che si riversa sui beni materiali. Le persone temono che i prezzi saliranno perfino più velocemente, e che il valore della moneta scenderà ulteriormente. I loro stessi comportamenti e le loro paure contribuiscono a far avverare quelle conseguenze che temono.

Quando tali sviluppi attirano l’attenzione, o sono notati, dagli aderenti ad una teoria quantitativa rigida, essi hanno una risposta pronta. La discrepanza, affermano, è dovuta ai cambiamenti di V, la “velocità di circolazione”. Ed essi affermano o suppongono che tali cambiamenti nella velocità di circolazione sono il complemento matematico necessario a spiegare la discrepanza tra aumento dell’offerta di moneta e incremento del livello dei prezzi.

Ma essi non forniscono alcuna prova matematica di questo. Come vedremo tali prove non possono esistere e non esistono. Vediamo perché.

Tanto per cominciare, la “velocità di circolazione” della moneta è un termine improprio. E’ semplicemente un modo di dire, una metafora – ed è fuorviante. In parole povere, il denaro non”circola”; il denaro è scambiato (o ceduto) in cambio di beni. Si dice che la moneta “circola” perché cambia di mano, o, più precisamente, cambia proprietario. Ma quando una casa, per esempio, cambia frequentemente proprietario non diciamo che essa “circola”. Se noi usiamo questa metafora per la circolazione della moneta, dovremmo logicamente applicarla per tutti gli altri beni. La moneta (a eccezione di quella prestata o ceduta a rimborso dei debiti) è sempre ceduta in cambio di beni (o servizi). Di conseguenza, “la velocità di circolazione” della moneta non può mai essere maggiore della “velocità di circolazione” dei beni.

Nell’equazione degli scambi di Fisher, V è normalmente trattata come una variabile indipendente. In altre parole, V è qualcosa che cambia indipendentemente dai cambiamenti di T, cioè del volume delle transazioni. L’ incremento nella velocità di circolazione viene visto in modo equivalente all’incremento della velocità del denaro. Il denaro è visto come qualcosa che ha un certo “ammontare di lavoro da fare”. Se la velocità di circolazione viene raddoppiata, allora ogni dollaro ora dovrà fare il lavoro che prima era svolto da due dollari. Secondo questa interpretazione, se semplicemente la velocità della moneta raddoppia, senza alcun cambiamento nell’offerta di moneta, il livello dei prezzi dovrebbe raddoppiare.

Un esempio di scuola suona più o meno così: A deve a B un dollaro, che lo deve a C, che lo deve a D, che lo deve ad E, il quale deve ad A un dollaro. Se si siedono attorno ad un tavolo, ed ognuno paga il dollaro che deve all’altro, il dollaro “circola” e un dollaro “fa il lavoro” di 5 dollari. Due cose vanno notate a proposito di questo esempio. Primo, nella situazione descritta, nessun dollaro deve in realtà cambiare di mano: i debiti possono essere cancellati attraverso delle semplici transazioni contabili. Questa mutua cancellazione dei debiti è effettuata nella pratica quotidiana ogni giorno e, su larga scala, nelle stanze di compensazione o nelle istituzioni che agiscono come stanze di compensazione. Secondariamente l’esempio in realtà è applicabile solo al campo dell’attività di prestito del denaro o per estinguere debiti precedentemente contratti.

Ma quello di cui stiamo discutendo, la cosiddetta circolazione della moneta, è lo scambio di moneta contro beni. Di conseguenza V e T non possono essere separate. Nella misura in cui vi è una relazione causale, il volume delle transazione determina la velocità di circolazione della moneta piuttosto che il contrario.

Quello che i teorici quantitativi della moneta sembrano dimenticare è che la moneta non è scambiata in cambio di niente, e neppure in cambio di altro denaro (tranne che nelle stanze di compensazione e nel mercato valutario), ma in cambio di beni. Quindi la velocità di circolazione della moneta è, per così dire, semplicemente la velocità di circolazione di beni e servizi guardata dall’altro lato. Se il volume degli scambi aumenta, la velocità di circolazione, a parità di condizioni, aumenta, e viceversa.

Un incremento di V può anche provenire da un maggiore desiderio di possedere beni. Ma la velocità di circolazione della moneta non può accelerare nella misura che comunemente suppone la teoria quantitativa della moneta. Questo è particolarmente vero nel caso della spesa per consumi. Esiste un livello standard (e perfino uno massimo) di consumo di cibo, per esempio, che non viene accelerato nemmeno durante una iperinflazione. Le persone che vengono pagate settimanalmente possono decidere di comprare l’intera riserva di cibo (o quella parte che terranno) il giorno stesso in cui vengono pagate invece di soddisfare giornalmente i propri bisogni. Ma questo non incrementa affatto la V settimanale . Durante una iperinflazione, le persone possono decidere di accumulare scorte di beni durevoli più velocemente del normale – case, automobili, elettrodomestici, vestiti, gioielli, opere d’arte, ecc. Ma nemmeno questo porta un incremento di V per un periodo di tempo prolungato, a meno che il tasso di produzione di questi beni non acceleri in modo corrispondente. Dopo ogni baldoria di acquisto di beni durevoli è probabile che vi sia, a parità di condizioni, un tasso più lento di V per questi beni – in parte perché quasi tutti hanno fatto man bassa, in parte perché i magazzini dei rivenditori saranno esauriti o quasi, a meno che la produzione non si sia accelerata in modo equivalente.

Questi stop e ripartenze (hurryings and waitings per usare le parole di L. Albert Hann) fanno parte del ciclo economico.

Poiché la moneta viene scambiata con i beni materiali, mentre il tasso di consumo può subire cambiamenti solo entro limiti stretti, dobbiamo guardare da qualche altra parte per trovare le ragioni del cambiamento di V a cui effettivamente si va incontro. Questa ragione si può trovare nella speculazione. Questo si può inoltre provare per induzione e per deduzione. Non ci sono statistiche affidabili, naturalmente, sulla “velocità di circolazione” del contante. Abbiamo però i dati del livello della domanda di depositi bancari, e poiché i depositi bancari negli Stati Uniti coprono circa nove decimi dei mezzi di pagamento, questi dati sono un indice molto importante. (Nell’Agosto del 1966 i depositi bancari, sia a scadenza che a vista, ammontavano in totale a 288 Miliardi di $ contro 38 Miliardi $ di valuta esistente al di fuori del circuito bancario).

Ciò che più colpisce, nell’esaminare questi dati, è prima di tutto la discrepanza tra i tassi di domanda di depositi nelle grandi città, specialmente a New York, e i tassi riportati in altri 218 centri minori. Nell’Agosto del 1966, il fatturato annuo dei depositi in queste 218 città più piccole era di 34,1. In 6 grandi centri di monitoraggio fuori da New York era di 52,2. Quando arriviamo a New York, diventa più di 3 volte quello riscontrabile nelle città e nelle contee minori.

Questo non vuol dire che i newyorkesi stessero spendendo furiosamente i loro soldi ad un tasso 3 volte maggiore di quanto non facessero il resto degli americani nelle altre città minori. (Dobbiamo tenere a mente che ogni individuo può spendere le proprie entrate in un certo arco temporale una sola volta). La differenza si deve al fatto che New York, con il New York Stock Exchange, l’American Stock Exchange, le compagnie di broker e i fondi d’investimento e la miriade di mercati speculativi sulle commodities, è il grande centro speculativo degli Stati Uniti. Questo fatto è ancora più evidente attraverso dei confronti tra periodi diversi. Per esempio, nel 1943, il fatturato dei depositi a New York era solo leggermente maggiore rispetto agli altri centri di monitoraggio. Ma ha continuato ad incrementarsi a partire da quell’anno, rispetto agli altri centri. E questo incremento è largamente dovuto all’incremento degli affari speculativi durante lo stesso periodo.

Anche se la velocità del denaro aumento con la speculazione, la speculazione non può incrementarsi per sempre. Affinchè essa aumenti, la disponibilità di materie prime deve aumentare di pari passo al desiderio di possederle. Questo cambia rapidamente il valore delle merci – non solo la differenza di opinioni tra venditori e compratori, ma fa fluttuare anche l’opinione degli stessi speculatori – che è necessario ad incrementare il volume della speculazione. Ma un aumento di V non significa necessariamente un aumento di prezzo delle materie prime, soprattutto non significa un aumento proporzionale del prezzo delle materie prime. Ci possono essere cadute di mercato repentine, come ci possono essere altrettanto repentine impennate dei prezzi.

Possiamo arrivare più vicini alla comprensione di cosa accade se utilizziamo quello che è divenuto famoso col nome di approccio delle giacenze di cassa. Questo è stato mirabilmente presentato nel lavoro di Ludwig Von Mises. Cito il suo punto di vista come mi venne fornito in un nostro scambio di lettere:

Il servizio che fornisce la moneta non è costituito dal suo rendimento. Consiste nel poter essere a disposizione in forma di giacenze di cassa per ogni uso futuro.

La moneta non è mai “inattiva”. Essa rende sempre a qualcuno il solo servizio che può rendere, vale a dire fa parte della composizione delle giacenze di cassa di ogni individuo.

Per lo stesso individuo, l’ammontare delle giacenze di cassa è a volte più alto e a volte più basso. Ma nessuno detiene più giacenze di cassa di quelle che desidera avere. Se pensa che queste giacenze siano eccessive, investe la parte eccedente o scambiandola sul mercato (ottenendo beni di produzione o di consumo) o investendola. (I depositi a scadenza sono un metodo per investire moneta). Definire “tesoreggiamento” le giacenze di cassa di qualcuno è semplicemente un giudizio di valore. L’individuo in questione semplicemente crede che dato un certo livello di affari, la cosa migliore (leggi: il male minore) è incrementare le proprie giacenze di cassa. Non importa che io approvi o meno questo comportamento. Il suo comportamento – non la mia valutazione soggettiva del suo espediente – è un fattore che influenza il prezzo di equilibrio.

E’ futile distinguere tra “circolazione” della moneta e moneta “inattiva”. La moneta che cambia di mano in nessun momento è priva di un possessore. La moneta può venire trasportata, con dei vagoni ferroviari o con altri mezzi di trasporto. Ma, da un punto di vista legale, è sempre di proprietà di un certo individuo.

In un mondo dinamico tutti hanno necessità di avere un certo ammontare di denaro a disposizione per le proprie necessità impellenti. Questo desiderio crea la domanda di moneta e spinge le persone a vendere beni e servizi in cambio di moneta. Una realistica teoria del valore e del potere d’acquisto della moneta deve iniziare dal riconoscimento di queste esigenze. I cambiamenti nel valore di scambio oggettivo della moneta sono provocati dai cambiamenti nelle relazione tra la domanda di moneta, cioè la domanda di giacenze di cassa, e l’offerta di moneta.

La carenza principale del concetto della velocità di circolazione è che non parte dalle azioni degli individui ma guarda ai problemi dal punto di vista dell’intero sistema economico. Il concetto in sé è un modo sbagliato di affrontare i problemi della determinazione dei prezzi e del potere d’acquisto. Suppone che, a parità di altre condizioni, i prezzi devono cambiare in proporzione ai cambiamenti avvenuti all’offerta di moneta. E questo non è vero.

E’ vero che in periodi di caduta del valore della moneta, quando ci si aspetta ulteriori cali di questo valore, gli individui proveranno a ridurre le proprie giacenze di cassa al minimo indispensabile. Ma sarà impossibile che questa cosa avvenga a livello universale. La quantità di moneta rimane la stessa, o perfino è incrementata, qualcuno dovrà detenerla, e il possesso medio pro capite non diminuirà. I consumatori più veloci cercano di sbarazzarsi dei soldi, i commercianti più veloci sono costretti ad accettarla. La giacenza media per individuo sarà per forza di cose sempre pari all’offerta totale di moneta divisa per la popolazione.

Ciò che causa salite e discese dei prezzi, comunque, non sono i cambiamenti nella giacenza media di cassa, ma cambiamenti nella valutazione che gli individui assegnano all’unità monetaria. V non è la causa ma la conseguenza, o perfino un mero effetto marginale. Le persone che sono più desiderose di comprare beni o di sbarazzarsi della moneta prima o poi effettueranno i loro acquisti sul mercato. Ma questo significa che V accelera, quando lo fa, perché il valore della moneta nei confronti dei beni economici sta cadendo o ci si aspetta che lo faccia. Quindi il valore della moneta non cade, o i prezzi si alzano, in conseguenza dell’innalzamento di V.

Quando gli individui valutano di meno la moneta e di più i beni, offriranno più moneta in cambio di beni e possono anche innalzare la “velocità di circolazione”. Ma non è l’incremento meccanico della velocità di circolazione a causare un incremento dei prezzi, men che meno un incremento proporzionale dei prezzi. E’ la mutata valutazione degli agenti economici riguardo i beni, il denaro o entrambi che causa un incremento della velocità di circolazione, così come un incremento dei prezzi. L’incrementata velocità di circolazione, in altre parole, è un fattore largamente passivo nella situazione da noi descritta.

Volendo andare oltre: Non è in ogni caso necessaria una relazione tra velocità di circolazione e il valore o il potere d’acquisto della moneta. Possiamo notarlo chiaramente se ritorniamo all’analogia tra la moneta e le materie prime (considerando la moneta, proprio come lo era in origine, semplicemente una materia prima che viene scambiata contro altri beni). Il valore relativo del grano, delle uova o delle patate (se diamo per assodata qualità e valore d’uso), dipende principalmente dalle quantità totali relative esistenti di ogni materia prima. Quando una di esse soffre di carenze d’offerta, il prezzo unitario del bene salirà; quando l’offerta sarà eccessiva, il prezzo unitario scenderà.

Queste salite e discese possono o no essere accompagnate da un inusuale volume di transazioni speculative. Ma questo volume di transazioni riflette semplicemente la portata delle differenze di opinioni o dei cambi di opinioni tra i traders del mercato; non ha una relazione funzionale né con le salite né con le discese di valore. In tal modo un mercato del grano o delle azioni discendente può essere più attivo di un mercato stazionario. Ma può valere lo stesso per un mercato del grano o delle azioni ascendente.

Similmente, nel caso del denaro, l’incremento degli scambi (ovvero, una V incrementata) può accompagnare un declino del valore o del potere d’acquisto della moneta. Ma non ci saranno necessariamente relazioni tra il cambio di V e la portata della perdita di potere d’acquisto della singola unità monetaria. In realtà (anche se questo accade meno spesso), una incrementata velocità di circolazione della moneta può avvenire durante una salita del potere d’acquisto della moneta, ovvero durante una discesa dei prezzi. Questo può avvenire durante un tracollo speculativo come alla fine del 1929.

Ciò mi porta a ripetere quanto già detto in un modo diverso. L’aumentata velocità della moneta non è, di per sé, una causa scatenante l’innalzamento dei prezzi delle materie prime. Non è nemmeno un collegamento nella catena degli effetti. L’incrementata velocità di circolazione i più alti prezzi delle commodities sono risultati congiunti dei cambi avvenuti al valore della moneta rispetto il valore degli altri beni. Quando le persone valutano il denaro meno rispetto gli altri beni, offrono denaro in cambio di beni; quando lo valutano più degli altri beni, offrono meno denaro per gli stessi beni. Ogni variazione ella velocità di circolazione della moneta è riconducibile ai cambiamenti avvenuti in queste valutazioni di valore: non è di per sé una causa dei cambiamenti di valore. Il valore della moneta non diminuisce perché la sua velocità di circolazione si incrementa, per quanto essa possa poi comunque innalzarsi quando ciò accade, ma perché è il suo valore rispetto gli altri beni ad essere diminuito.

In conclusione:

  1. La velocità di circolazione è un effetto, non una causa. E’ normalmente un risultato passivo dovuto ai cambiamenti nelle valutazioni degli individui relative al denaro e ai beni.
  2. La velocità di circolazione non può fluttuare molto oltre una certa soglia, perché è strettamente legata (ad eccezione degli episodi speculativi) al tasso di consumo e produzione.
  3. V effettivamente varia col volume di transazioni speculative, ma un incrementato volume di transazioni speculative può accompagnarsi a salite quanto a discese dei prezzi.
  4. V non è mai un fattore monetario indipendente, perché il trasferimento di beni deve innalzarsi, a parità di condizioni, di un ammontare uguale. E’ altrettanto corretto pensare che gli incrementi della velocità di circolazione della moneta siano causati da ciò che accade dal lato dei beni piuttosto che dal lato monetario
  5. In effetti sono i fattori psicologici – il desiderio di comprare e vendere, produrre e consumare – che determinano V.
  6. La teoria monetaria ne guadagnerebbe immensamente se l’idea di una velocità di circolazione indipendente o causale venisse completamente abbandonata. L’approccio valutativo e la teoria delle giacenze di cassa sono sufficienti a spiegare i problemi irrisolti.

[Da Money, the Market, and the State, Nicholas B. Beales, L. Aubrey Drewry, Jr., Athens: University of Georgia Press, 1968, pp. 35–44.]

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