La cultura del privilegio non è altro che la cultura della legalità

GIOVANNI BIRINDELLI, 11.7.2013

(Original publication: L’Indipendenza, Movimento Libertario)

Dopo la sua elezione a sindaco di Roma, Ignazio Marino ha enfaticamente affermato: «A partire da questo palazzo dobbiamo cancellare la cultura del privilegio e degli amici degli amici. Già da questa sera sceglieremo le persone più competenti, motivate, capaci». Chi pensa che la cultura del privilegio possa essere cambiata scegliendo “le persone [arbitrariamente ritenute essere quelle] più competenti, motivate, capaci” semplicemente non ha capito cosa è la cultura del privilegio e dove affonda le sue radici.

Privilegio significa “Legge speciale fatta per uno o per pochi; indi vantaggio concesso a uno solo o a più, e di cui si gode a esclusione degli altri contro il diritto comune” ( vedi www.etimo.it). Il privilegio quindi è la legge speciale: il vantaggio per persone o gruppi particolari è la conseguenza. Ciò che rende possibile il privilegio, e cioè le leggi speciali, è una particolare idea filosofica di legge, chiamata positivismo giuridico. Secondo questa idea, la “legge” è il provvedimento particolare deciso dall’autorità legalmente costituita secondo le procedure burocratiche previste. Questo significa che se il potere politico vuole concedere un privilegio non deve fare altro che approvare una “legge” che lo istituisca. Nel caso (raro) in cui l’approvazione di questo privilegio trovasse un ostacolo nella costituzione, allora si tratterebbe di modificare la costituzione. Quando la Corte costituzionale bocciò il “Lodo Alfano” (sospensione del processo penale per le “quattro più alte cariche dello Stato”) perché violava l’articolo 3 della costituzione (uguaglianza davanti alla legge) non affermò che il “Lodo Alfano” non poteva essere approvato, ma che poteva esserlo, solo che lo doveva essere come “legge costituzionale”. Tradotto: violare l’uguaglianza davanti alla legge va bene, basta che a violarla sia la stessa costituzione che dovrebbe difenderla, come nel caso della progressività fiscale. In altre parole, la discriminazione va bene, basta che sia il più forte (la maggioranza qualificata) a discriminare: questa è l’essenza della “democrazia” per come essa è comunemente intesa oggi.

Il positivismo giuridico è oggi in vigore in ogni paese dell’Europa continentale e, come Bruno Leoni osservava già negli anni ’60, si sta affermando sempre di più anche nei paesi anglosassoni dove “la common law e le corti di giustizia ordinarie stanno costantemente perdendo terreno a favore della legge scritta e delle autorità amministrative”. Se chiamiamo legalità il rispetto della “legge” come intesa dal positivismo giuridico, la cultura del privilegio non è altro, quindi, che la cultura della legalità.

Il segno distintivo più evidente di coloro che non hanno capito cosa è la cultura del privilegio è lo scandalizzarsi solo per alcuni privilegi, generalmente quelli che riguardano la cosiddetta “casta” politica e “gli amici degli amici”. Queste sono briciole. I pesci grossi, quelli che consentono la continua espansione dello Stato, sono ben altri: la stampa di moneta a corso forzoso da parte delle banche centrali (contraffazione), la riserva frazionaria (appropriazione indebita), la progressività fiscale (furto e discriminazione) e così via.

Il tipico intellettuale che non ha capito cosa è la cultura del privilegio è Marco Travaglio il quale nel suo (peraltro bel) libro Ad personam elenca una serie di “leggi” ad personam ad personas, ma fra queste non menziona minimamente quelle sopra elencate o altre e anzi esalta la costituzione italiana che, adottando il positivismo giuridico, ha fondato la repubblica sulla cultura del privilegio. Come avviene comunemente egli si scandalizza del fatto che determinati privilegi (peraltro di impatto economico trascurabile rispetto ad altri di cui invece non si occupa) siano stati istituiti; ma non si scandalizza minimamente per il fatto che sia stato possibileistituirli legalmente.

I politici, e più in generale i parassiti (intesi come coloro che vivono di Stato, cioè che per il loro lavoro ricevono un compenso che proviene da un prelievo coatto e non da uno scambio volontario) che dicono di voler scardinare la cultura del privilegio, sono poi una contraddizione in termini. Durante il suo intervento a una recente conferenza organizzata a Firenze dall’Istituto Bruno Leoni (che ormai sta al libero mercato come la notte sta al giorno), Piero Giarda (ex ministro del governo Monti) ha difeso la “moralità” della progressività fiscale. Quando, nello spazio riservato alle domande, gli ho chiesto quale è la differenza, sul piano dell’uguaglianza davanti alla legge, fra la progressività fiscale e il “Lodo Alfano”, semplicemente non ha risposto. La cultura del privilegio è troppo profonda per essere affrontata con coerenza da coloro che ne sono pregni, meglio trovare capri espiatori nelle briciole.

Se chiamiamo legittimità il rispetto della Legge intesa nel suo senso originario, quello di principio generale e astratto valido per tutti (Stato per primo) allo stesso modo (frutto, non della decisione dell’autorità, ma di un processo spontaneo di selezione culturale di regole di comportamento individuale), allora combattere la cultura del privilegio significa combattere la cultura della legalità in favore della cultura della legittimità. Quindi combattere la cultura del privilegio significa combattere la costituzione italiana la quale, adottando il positivismo giuridico, ha confuso lo strumento di potere (il provvedimento particolare) col limite al potere (la Legge) e cioè il potere politico (quello di decidere il primo) col potere legislativo (quello di difendere la seconda) e li ha messi entrambi nelle mani della stessa assemblea (il parlamento), rendendo in questo modo il potere politico illimitato e il sistema politico totalitario. Il totalitarismo infatti non è altro che l’assenza di limiti non arbitrari, e quindi di Legge, al potere politico.

La cultura del privilegio è responsabile della crisi economica, di quella dell’Euro e più in generale del progressivo impoverimento e decadimento della società. Chi, non sapendo cosa sia (oppure essendo intriso di essa), pensa di poterla “cancellare” nominando le “persone più competenti, motivate, capaci” per svolgere dei lavori in un’amministrazione pubblica, la sta semplicemente consolidando. Per riconoscere chi, essendo pregno della cultura del privilegio, è il suo miglior alleato, il modo è semplice: basta chiedergli cosa pensa della progressività fiscale, della stampa di moneta a corso forzoso da parte delle banche centrali e della riserva frazionaria.

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