Obama, le disuguaglianze e “l’idea stessa dell’America”

GIOVANNI BIRINDELLI, 9.8.2013

(Original publication: Movimento Libertario, L’Indipendenza)

In un recente comizio il presidente Barack Obama ha fatto l’ennesimo discorso di propaganda a favore del socialismo e dell’interventismo, sostenendo in modo più o meno esplicito:

  1. che le disuguaglianze nella posizione materiale sono moralmente sbagliate,
  2. che chi difende queste disuguaglianze tradisce «l’idea stessa dell’America»,
  3. che le disuguaglianze sono all’origine delle crisi cicliche e quindi dell’indebolimento della classe media,
  4. che egli (Obama) farà tutto ciò che è in suo potere per ridurre le disuguaglianze.

Il fatto che Obama, così come chiunque altro, possa affermare più o meno esplicitamente le stupidaggini che sono espresse nei primi tre punti, non è assolutamente un problema. Il problema nasce dal fatto che può fare esattamente ciò che annuncia nel quarto: cioè pressione a vari livelli per l’adozione di (ulteriori) misure redistributive.

Generalmente si ritiene che queste misure beneficino la posizione e le prospettive economiche di coloro a favore di cui si redistribuisce. Per quanto estremamente diffusa e perfino plausibile per chi non si sia mai avvicinato alla scienza economica dal lato dell’azione umana, questa percezione è del tutto falsa. Nel lungo periodo queste misure, così come qualunque altra forma di interventismo che distorca lo spontaneo processo di mercato, producono necessariamente ulteriore crisi e impoverimento, soprattutto per la “classe media” e per coloro che sono economicamente più deboli. L’argomentazione teorica di questa tesi esula dagli obiettivi di questo articolo[1] in cui mi concentrerò sui primi due punti di cui sopra. In ogni caso, questa tesi trova ampio riscontro empirico nell’attuale crisi economica e finanziaria, la quale è solo l’antipasto di ciò che sta per venire e che è visivamente ben rappresentato in questo articolo di Mark Steyn. Curioso, comunque, che Obama, parlando di redistribuzione del reddito, menzioni solo la “classe media” e non quella dei “poveri”: sarà per caso che la prima è ancora la categoria di elettori più numerosa e quindi quella dei cui voti coloro che aspirano al potere politico di fatto illimitato (di qualunque segno essi siano) hanno ancora bisogno per ottenerlo?

I motivi oggettivi per cui la tesi espressa nel primo punto è una stupidaggine sono diversi. Forse è per nascondere la forza di questi motivi che, in linea con quanto sosteneva il ministro della propaganda di Hitler, Goebbels («ripetete una bugia cento volte, mille volte, un milione di volte, ed essa diventa una verità»), quell’affermazione viene ripetuta in continuazione (chissà quante volte al giorno) dal potere politico in generale e dal presidente Obama in particolare. L’esigenza di ripetere ossessivamente, senza uno straccio di argomento e senza sosta da decenni (spesso in forme lessicali diverse) che “le disuguaglianze sono immorali” rappresenta forse il segno esteriore più evidente della consapevolezza, da parte del potere politico stesso, dell’insostenibilità logica di questa affermazione.

In primo luogo, solo un’azione può essere immorale e, se lo è, lo è ovunque, verso chiunque, da parte di chiunque, in ogni momento: l’azione del furto, per esempio, è immorale in ogni parte del mondo (e dell’universo), ai danni di qualunque persona, indipendentemente da chi sia a compierla o da quando la compie. Una situazioneparticolare, viceversa, qualunque essa sia (per esempio una situazione di disuguaglianza nella posizione materiale fra due persone, così come quella di disparità nella dotazione di petrolio o di acqua fra due diverse aree del pianeta), di per se non può mai essere immorale. Ed è Obama stesso, con le sue azioni (o non azioni), che conferma questo fatto e che quindi si contraddice, anche e soprattutto sul piano personale.

Egli infatti riceve 400.000 dollari l’anno a cui vanno aggiunti 150.000 dollari in conto spese, 100.000 mila dollari di spese viaggio (esentasse), 19.000 dollari per lo svago. Trascuriamo in questa sede il fatto che questi soldi siano il risultato di un’azione coercitiva e violenta da parte dello Stato e non di un’azione di scambio volontario e legittimo, e quindi che il riceverli sia di per se un’azione immorale. È un fatto oggettivo che, anche considerando temporaneamente solo gli Stati Uniti, in quel paese vi siano persone che guadagnano meno di quanto riceve (e non guadagna) Obama; nella stragrande maggioranza dei casi, molto meno. Quindi se, come sostiene il presidente americano, le disuguaglianze nella posizione materiale fossero immorali, per non essere in una situazione immorale egli avrebbe già dovuto distribuire volontariamente (e dovrebbe continuare a distribuire volontariamente) il suo reddito fra la popolazione degli USA fino a quando la parte di esso rimasta a sua disposizione fosse stata quantomeno non superiore al reddito della persona più povera degli Stati Uniti. Anzi, se Obama davvero ritenesse che le disuguaglianze fossero immorali egli avrebbe dovuto distribuire il suo reddito fra la popolazione del mondo intero fino a che la parte di reddito rimasta a sua disposizione fosse stata quantomeno non superiore al reddito della persona più povera del mondo: infatti, se l’immoralità del furto, per esempio, rimane intatta al di là dei confini geografici, perché la pretesa “immoralità” di una disuguaglianza non dovrebbe rimanerlo? Inoltre, dato per scontato che Obama non commetterebbe mai un atto che ritiene immorale in un paese in cui fosse permesso (pensiamo alla violenza sulle donne), perché, essendo fino a oggi questa situazione di disuguaglianza permessa nel paese in cui vive, dovrebbe averla mantenuta (e continuare a mantenerla) se è da lui considerata immorale?

Le sue azioni (o piuttosto non azioni), dunque, ci dicono con assoluta certezza che, al contrario di quello che afferma, Obama non ritiene affatto che le disuguaglianze di situazione materiale (e quindi anche eventuali “crescenti” disuguaglianze di situazione materiale, incluse di conseguenza quelle di opportunità[2]) siano immorali: se lo ritenesse, rispetto a esse non si comporterebbe in modo diverso da quanto fa in relazione ad altri comportamenti da lui ritenuti immorali, come il furto e la violenza sulle donne appunto.

Questa conclusione vale in generale, non solo per Obama: tutti coloro che, non trovandosi volontariamente nella situazione materiale della persona più povera sul pianeta, affermano che la disuguaglianza di posizione materiale sia immorale (o anche solo che una “eccessiva” disuguaglianza di posizione materiale lo sia: su un piano di principio i termini del problema non muterebbero infatti di una virgola in questo caso), si sbagliano rispetto ai loro stessi standards: in altre parole essi dicono qualcosa che le loro azioni (o piuttosto non azioni) dimostrano che non pensano e quindi non meritano alcun rispetto intellettuale. Tanto per fare un esempio, non meritano il minimo rispetto intellettuale coloro che blaterano di “giustizia sociale” o di “moralità” della progressività fiscale avendo un telefonino in tasca, un tetto sotto cui andare a dormire o anche solo facendo due pasti al giorno.

Questo non vuol dire affatto che una persona che si trovasse volontariamente nella situazione materiale della persona più povera del pianeta sarebbe giustificata a sostenere che “le disuguaglianze sono immorali”: questa persona si sbaglierebbe comunque, anche se, in questo caso, i suoi comportamenti sarebbero coerenti con le sue (errate) convinzioni. Come abbiamo visto, infatti, solo un’azione può essere immorale (una situazione materiale non può mai esserlo) e inoltre un’azione coercitiva dello Stato che eliminasse o (più realisticamente) anche solo riducesse le disuguaglianze nella situazione materiale fra le persone sarebbe (è) necessariamenteimmorale in quanto violerebbe, oltre ai diritti di proprietà di coloro che saccheggia (e quindi la Legge intesa come principio generale e astratto), l’uguaglianza davanti alla Legge.

Infatti, per quanto si cerchi continuamente di confonderle l’una con l’altra, uguaglianza di situazione materiale e uguaglianza davanti alla Legge sono incompatibili l’una con l’altra e antitetiche: dal fatto che ogni persona ha caratteristiche, situazioni, capacità, inclinazioni, fragilità, forze, affetti, backgrounds e infiniti altri fattori individuali diversi, segue necessariamente che, se le persone vengono trattate allo stesso modo, esse finiranno in posizioni materiali diverse. L’unico modo per avere un’uguaglianza di posizione materiale (o anche solo, più realisticamente, una maggiore uguaglianza di posizione materiale e quindi anche di opportunità), è trattare le persone in modo diverso e cioè:

  1. fissare un criterio arbitrario (p. es. il livello del reddito), quindi
  2. raggruppare le persone in categorie formate altrettanto arbitrariamente sulla base di questo criterio (chi guadagna più di x, chi meno) e infine
  3. trattarle in modo diverso se appartengono a categorie diverse ma allo stesso modo se appartengono alla stessa categoria (tassazione maggiore per chi guadagna più di x e minore per chi guadagna meno di x).

Questa idea di “uguaglianza davanti alla legge” si chiama disuguaglianza legale ed è la stessa idea di “uguaglianza davanti alla legge” applicata dai nazisti e dai fascisti nei confronti degli ebrei, dallo Stato sudafricano nei confronti dei neri durante l’apartheid, e nel caso degli schiavi neri in America. Che sia Obama a invocare questa idea di “uguaglianza davanti alla legge” non è ironico, è tragico.

E sono proprio queste considerazioni sull’idea astratta di uguaglianza davanti alla legge che ci aiutano a capire che la seconda tesi di Obama è un’altra inqualificabile stupidaggine. Forse non c’è frase che più di altre esprime “l’idea stessa dell’America” di quella che Thomas Jefferson scrisse nella Dichiarazione di Indipendenza (1776): «tutti gli uomini sono creati uguali». Questa frase richiama un’idea di uguaglianza davanti alla Legge (uguale trattamento di tutti in base agli stessi principi astratti) che è opposta alla disuguaglianza legale, cioè a quell’idea di “uguaglianza davanti alla legge” di cui si serve lo Stato per “ridurre le disuguaglianze” nella posizione materiale (e quindi anche nelle opportunità) e, più in generale, per concedere a soggetti o gruppi particolari determinati privilegi. Per usare il titolo del capolavoro storico di Murray Rothbard, gli Stati Uniti d’America furono Conceived in Liberty (concepiti nella libertà). La cultura del privilegio ha iniziato ad attaccare l’organismo quasi subito dopo la sua nascita e gradualmente si è espansa sempre di più (basti vedere, per esempio, la storia del sistema monetario e bancario degli Stati Uniti[3]), ma l’organismo era stato concepito sulla base di un’ideale di uguaglianza davanti alla Legge che rendeva criminale ogni privilegio e quindi anche le politiche redistributive. Come scrive ancora Rothbard, «gli americani non sono sempre stati pragmatici e non-ideologici. Al contrario, gli storici adesso si rendono conto che la stessa Rivoluzione Americana fu non soltanto ideologica ma anche il risultato di una devozione ai principi e alle istituzioni del libertarismo. I rivoluzionari americani erano immersi nell’ideologia del libertarismo, un’ideologia che li ha portati a resistere con le loro vite, con i loro averi e col loro onore contro le invasioni dei loro diritti e delle loro libertà da parte del governo dell’impero britannico. … I rivoluzionari non vedevano nessun conflitto fra i diritti morali e politici da una parte e la libertà economica dall’altra»[4].

In conclusione, è Obama, fra gli altri e ancora più di altri, che, agendo da presidente sulla base del presupposto che “le disuguaglianze nella posizione materiale sono moralmente sbagliate”, ha tradito e continua a tradire sempre di più “l’idea stessa dell’America”. Inoltre, come ha implicitamente sostenuto Andrew P. Napoletano in un recente e bellissimo articolo ripreso da L’Indipendenza, ha tradito e continua a tradire questa idea anche in altri campi non strettamente economici (si pensi al casoDatagate-Snowden o a quello di Bradley Manning). Chissà se un giorno la “classe media” americana che lo ha votato se ne renderà conto. Forse l’inevitabile collasso economico prodotto dall’interventismo potrà esserle d’aiuto. O forse, per altri versi, la storia di eroi moderni come quelli citati potrà esserlo. Niente di tutto ciò potrà mai essere di aiuto a noi europei, purtroppo, in quanto l’Europa non è stata concepita nella libertà. Il DNA di quest’ultima noi europei non lo abbiamo. O meglio, la quasi totalità degli europei non lo ha.


[1] Per un’eccellente trattazione divulgativa di queste argomentazioni si veda Carbone F., Huerta de Soto J., 2012, A Scuola di Economia, (USEMLAB, Massa). Per una trattazione completa si veda Mises L., 2007, Human Action (Liberty Fund, Indianapolis) e Rothbard M. N., 2001, Man, Economy, and State (Mises Institute, Auburn AL).

[2] Si veda Hayek F. A., 1982, Law, Legislation and Liberty (Routledge, London and New York), pp. 84-85.

[3] Si veda Rothbard M. N., 2013, Il Mistero dell’Attività Bancaria (USEMLAB, Massa).

[4] Rothbard M. N., 1978, For a New Liberty (Collier Books, New York), pp. 1-2, traduzione mia.

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