I liberali e la televisione

GIOVANNI BIRINDELLI, 12.8.2013

(Original publication: Movimento Libertario)

La comunicazione verbale, e in particolare televisiva, del pensiero liberale/libertario[1] presenta un problema specifico e non facile da superare. In estrema sintesi, questo problema è dato dal fatto che, in un contesto intellettualmente avverso (che per il liberale è la regola), l’esposizione verbale del pensiero liberale richiede molto più tempo di quello che di solito si ha a disposizione. D’altro canto, l’esposizione del “pensiero” collettivista richiede un tempo praticamente nullo. Il risultato di questa asimmetria è che, nei casi più unici che rari in cui i liberali sono invitati in televisione, essi sono costretti a battersi con le mani legate dietro la schiena (forse è per questo che sono invitati): difendere le idee liberali in un “salotto televisivo” è quasi inevitabilmente una mission impossible; e se questa “mission” faccia necessariamente bene alla causa liberale dal mio punto di vista rimane una questione aperta.

Una delle ragioni principali di questa asimmetria, e quindi della quasi impossibilità della missione, è che i liberali, a differenza dei collettivisti, sono vincolati dalla coerenza.

Un collettivista, tanto per fare un esempio fra gli innumerevoli che potrebbero essere fatti, può sostenere (e inevitabilmente sostiene) che evadere le imposte sia moralmente sbagliato perché in questo modo si aumenta il carico fiscale su coloro che non possono/non vogliono evadere. Il liberale, che, a differenza del collettivista, non fa dipendere le proprie opinioni dai propri capricci, non potrebbe mai sostenere una bestialità simile. Le imposte, infatti, sono oggettivamente una forma di coercizione e quindi di violenza: perché l’affermazione del collettivista fosse valida sarebbe necessario sostenere che in generale è immorale evadere dalla coercizione quando questa evasione comporta una maggiore violenza su altre persone.

Per capire perché questo non è coerentemente sostenibile, consideriamo il caso di dieci ragazze sequestrate e regolarmente violentate da un mostro come quello di Cleveland (che, incidentalmente, credo sia una buona immagine visiva dello Stato moderno in rapporto ai cittadini “contribuenti”) e supponiamo che una di esse riesca a evadere e che sia perfettamente consapevole del fatto che la sua evasione aumenterà la violenza sulle altre nove ragazze rimaste prigioniere.

Ora, se, come afferma il collettivista, fosse immorale evadere da una forma di coercizione perché questa evasione comporterebbe una maggiore violenza su altre persone, allora secondo questa logica l’evasione della ragazza dovrebbe essere immorale, in altre parole un crimine. Chiaramente non è così: il crimine è la violenza del mostro sulle ragazze, non la fuga della ragazza evasa. Su questo è generalmente d’accordo anche il collettivista il quale tuttavia, a differenza del liberale, può concedersi il lusso dell’incoerenza e quindi di sostenere una cosa e il suo contrario a seconda dei suoi interessi particolari, delle sue passioni e dei suoi umori, senza che nessuno batta ciglio.

Il liberale non può concedersi questo lusso. In altre parole, nel giudicare moralmente l’evasione dalla coercizione egli non può basarsi sulle conseguenze particolari di quella evasione ma deve concentrarsi solamente sulla natura di quella coercizione. In ambito fiscale, questo significa che un liberale non può giudicare moralmente un evasore fiscale senza prima giudicare moralmente, e quindi in modo coerente e non arbitrario, il sistema fiscale a cui esso è sottoposto e in particolare il modo in cui le tasse sono prelevate e ciò per cui sono spese (con la conseguenza che, se in base a un’analisi coerente il sistema fiscale risultasse essere moralmente insostenibile, per esempio perché il modo in cui le tasse sono prelevate viola il principio di uguaglianza davanti alla legge e/o perché ciò che esse finanziano risulta essere superiore allo Stato minimo non arbitrariamente definito, allora il giudizio morale dell’evasore potrebbe essere positivo al punto che, eventualmente entro certi limiti, l’evasione fiscale potrebbe essere considerata perfino un dovere morale).

A differenza di quella del sequestro di persona e della violenza sessuale, tuttavia, un’analisi morale del sistema fiscale richiederebbe tempi lunghi, molto più lunghi di quelli che il liberale ha a disposizione in un “salotto televisivo”, e un rigore analitico che è incompatibile con la televisione in generale e con questo tipo di trasmissioni in particolare. Come dice Ludwig von Mises, «I problemi dell’organizzazione economica della società [e quindi della legge che limita l’azione umana, n.d.r.] non sono adatti per una discussione superficiale alle feste. Né possono essere affrontati adeguatamente dai demagoghi che parlano nelle assemblee delle masse. Quei problemi sono cose serie. Richiedono uno studio accurato. Non devono essere presi alla leggera»[2].

In un “salotto televisivo”, quindi, è di fatto impossibile esprimere anche solo frammenti del pensiero liberale. L’altro lato della medaglia è che la televisione dà notevole visibilità e che, nonostante queste difficoltà, qualche spettatore potrebbe intuire che c’è un “altro mondo” (le “cose serie” di cui parla Mises) e usare la televisione solo come porta d’ingresso per entrarci. Il mio sospetto (ma è davvero solo un sospetto: di strategia della comunicazione, e quindi del secondo lato della medaglia, ne so meno che zero) è che il primo lato della medaglia sia molto più grande del secondo. Allo stesso tempo però, quando leggo che Leonardo Facco va in televisione, sono contento: essendo un libertario autentico (uno dei pochi), e quindi coerente, avrà pure le mani legate dietro la schiena, ma qualche bella testata sul naso dei collettivisti che ha di fronte riesce comunque a darla.


[1] In questo articolo tratto i due termini come sinonimi e con essi mi riferisco a quella corrente di pensiero che è coerentemente schierata a difesa del libero mercato e della sovranità della legge intesa come principio astratto (e quindi contro la “democrazia” per come essa è comunemente intesa oggi, cioè come sovranità dei legislatori).

[2] Mises L., 2009 [1951], Socialism (Ludwig von Mises Institute, Auburn AL), p. 591.

2 thoughts on “I liberali e la televisione

  1. Luigi Valente August 13, 2013 / 11:55 pm

    Sono d’accordo, è un problema che si riscontra non solo in tv, ma anche nei blog e nella comunicazione verbale in generale.
    Un blogger “collettivista” può raccogliere consensi con poche righe di banalità e luoghi comuni, mentre un liberale dovrà faticare e dilungarsi, confidando che il lettore sia sufficientemente paziente da arrivare fino in fondo all’articolo.
    Allo stesso modo, davanti a una pizza e a una birra è difficile argomentare a lungo del pensiero liberale, e si finisce per essere bloccati.
    Purtroppo noi non ci esprimiamo per slogan e non godiamo di una base dataci dalla scuola pubblica, che insegna soltanto la mentalità collettivista e quindi predispone alla comprensione di quei concetti piuttosto che di quelli liberali.

    • Giovanni August 14, 2013 / 7:47 am

      Sottoscrivo ogni parola. Questa situazione crea una specie di “solitudine intellettuale” dei liberali: gli altri riescono a comunicare fra loro (di qualunque segno essi siano) perché condividono la stessa piattaforma (idea di legge) che non riuscirebbero a difendere. I liberali invece non riescono a comunicare politicamente con nessuno perché hanno una piattaforma diversa (che riescono a difendere). Per questo secondo me i luoghi di scambio di idee liberali (da una pizza fra liberali ai siti liberali) hanno un valore aggiunto: aiutano a ricordare che non si è soli. Grazie

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