La meritocrazia è l’essenza stessa dello statalismo

GIOVANNI BIRINDELLI, 7.10.2013

(Original publication: Movimento Libertario)

Per quanto sia molto comune contrapporre la meritocrazia allo statalismo, questa contrapposizione non esiste: la meritocrazia è l’essenza stessa dello statalismo. I due termini sono interscambiabili: vogliono dire la stessa cosa.

Questa errata contrapposizione fra meritocrazia e statalismo emerge a volte dall’indignazione prodotta da casi come quello della recente assunzione di Benedetta Cappon al Comune di Roma. Questa assunzione infatti è avvenuta per chiamata diretta su proposta di Flavia Barca, assessore alla cultura della giunta capitolina di Ignazio Marino, quindi senza bando pubblico (la Cappon, “occupante” di un importante teatro romano, il Teatro Valle, è figlia dell’ex direttore generale della RAI, Claudio Cappon).

Casi di questo tipo vengono spesso visti come il trionfo dello statalismo sulla meritocrazia. Se la Cappon fosse stata assunta mediante bando pubblico, il suo curriculum fosse stato anonimamente valutato insieme a quello di altri concorrenti e lei fosse stata selezionata fra molti sulla base di parametri oggettivi, allora, secondo questa visione, la meritocrazia avrebbe vinto sullo statalismo e non ci sarebbe stata la stessa indignazione.

Per capire perché questa contrapposizione fra meritocrazia e statalismo è errata, è necessario preliminarmente distinguere fra merito e valore.

La fondamentale differenza fra merito e valore sta nel fatto che, mentre il merito è espressione di un giudizio individuale (che non costa nulla), il valore è espressione di un’azione individuale (in particolare un’azione di rinuncia) della quale chi la compie subisce direttamente le conseguenze economiche. Per esempio, Giorgio può ritenere che Rebecca sia una persona fantastica e che meriti un determinato lavoro (e altre persone, naturalmente, possono ritenere l’opposto). Tuttavia, fino a quando lui o qualcun altro non rinuncerà a ciò che può acquistare con una determinata somma del proprio denaro per darla a Rebecca in cambio del suo lavoro, il valore economico del lavoro di Rebecca sarà zero (indipendentemente da quanto meritevole esso possa essere a seconda dei giudizi individuali). Il valore del lavoro di Rebecca è quindi soggettivo: per Giorgio può essere 10 mentre per Marco può essere 1.000.000, a seconda di quanto del proprio denaro ciascuno di essi è disposto a spendere per il lavoro di Rebecca, il che dipende, fra le altre cose, anche dalla situazione particolare di Giorgio e Marco e da infiniti altri fattori che solo loro conoscono[1]. Anche il merito è soggettivo ma è un concetto che non ha nessun significato economico in quanto, al contrario del valore, non implica nessuna scelta economica (definita come una rinuncia di un soggetto a un bene economico di sua proprietà per ottenerne un altro).

Ora, da quanto discusso fin qui deriva che non c’è un solo euro speso dallo Stato, per esempio nell’assunzione di un impiegato pubblico, che implichi una scelta economica: ogni euro speso dallo Stato è infatti stato estorto con la forza e con la violenza (cioè mediante tassazione, inflazione monetaria o debito pubblico) ai cittadini. Ne segue necessariamente che il valore economico di ciò che viene pagato con soldi “pubblici” è per definizione zero (quindi si: un impiegato pubblico riceve un compenso economico per un lavoro che ha sempre e comunque valore economico nullo).

Ma se il valore economico di una spesa pubblica (per esempio quello del lavoro della Cappon presso l’amministrazione capitolina) è necessariamente zero, allora perché viene fatta quella spesa? Nel meno peggio dei casi essa viene fatta perché, secondo coloro che hanno il potere di approvarla in modo irresponsabile (cioè senza doverne subire direttamente le conseguenze, senza dover rinunciare personalmente a qualcosa), “merita”: per esempio, secondo l’amministrazione capitolina il lavoro della Cappon merita in quanto essa è una persona che, «per esperienza, capacità personali e professionali, [è] in grado di coadiuvare il medesimo [l’assessore] nell’espletamento del proprio mandato».

Lo Stato moderno può quindi anche essere definito come quella macchina che, grazie alla coercizione arbitraria resa possibile dall’idea di “legge” sulla quale è basato (il positivismo giuridico), consente a chi lo controlla (i governanti, i burocrati e soprattutto la maggioranza che li elegge) di realizzare la propria personale visione del mondo (ciò che secondo loro “merita”) con le risorse e la libertà degli altri.

Statalismo e meritocrazia sono dunque la stessa cosa. La scelta della Cappon per chiamata diretta è stata meritocratica e quindi statalista (secondo chi la ha assunta lei meritava quel lavoro; la sua assunzione non ha implicato una scelta economica: i soldi per pagarla verranno estorti con la forza ai cittadini). Se la Cappon fosse stata assunta mediante bando pubblico questa scelta sarebbe stata ugualmente meritocratica e quindi statalista (avrebbe rispettato i criteri di merito arbitrariamente stabiliti da coloro che avrebbero istituito il bando e, di nuovo, non avrebbe implicato nessuna scelta economica: i soldi per pagarla sarebbero comunque stati estorti con la forza ai cittadini).

Allo statalismo non si contrappone quindi la meritocrazia (che ne è l’essenza) ma il valore economico. Solo quando il trasferimento di risorse da un soggetto a un altro avviene volontariamente e in base al valore economico (cioè solo quando c’è scelta economica) si ha rispetto per la persona, per la sua individualità, per la sua umanità, per la sua libertà[2]. Solo in questo caso viene rispettata la Legge intesa come limite al potere (cioè come principio astratto, come regola generale di comportamento individuale) e non come strumento di potere (cioè come provvedimento particolare). Solo quando viene rispettata la Legge così intesa (senza eccezioni[3]) si ha il libero mercato. E, incidentalmente, solo col libero mercato si può avere prosperità e crescita sostenibile.

Fin quando le persone perbene e che si dichiarano non ostili al libero mercato (e che a volte hanno perfino il coraggio di definirsi “liberali”) continueranno a idolatrare la meritocrazia, stiamo pure tranquilli: il libero mercato sarà sempre più lontano, lo statalismo sempre più asfissiante e uscire dalla crisi in modo sostenibile sarà sempre più impossibile. La Legge e il libero mercato richiedono il rispetto di scelte e situazioni legittime che a nostro personale parere possono essere immeritevoli. Quando auspichiamo il ricorso alla coercizione statale per imporre scelte o situazioni che a noi sembrano meritevoli o, il che è lo stesso, per alterare il risultato degli spontanei processi di mercato (qualunque sia questo risultato), siamo passati dalla parte del male, siamo diventati totalitari, anche e soprattutto se siamo persone perbene. Il vero nemico della libertà non è lo Stato, sono le persone perbene che si servono di esso per realizzare ciò che secondo loro è “meritevole”.


[1] Il fatto che il valore del lavoro di Rebecca per Marco, ad esempio, sia 1.000.000 non vuol dire affatto che, in una situazione di libero mercato, egli pagherà necessariamente quella cifra. Infatti, in tale situazione il meccanismo delle coppie marginali farà si che normalmente Marco pagherà molto meno del valore che per egli ha il lavoro di Rebecca, e comunque mai di più.

[2] Robert Nozick non è d’accordo su questo punto: nel suo Anarchy, State and Utopia egli sostiene che si ha rispetto per la libertà di un individuo solo quando la distribuzione della ricchezza avviene in base a nessun criterio particolare (unpatterned principle of distributive justice) e specificamente critica Friedrich A. von Hayek per auspicare una distribuzione della ricchezza basata sul criterio del valore. Tuttavia, se si dà al termine “valore” il significato che gli viene dato dalla teoria soggettiva del valore della Scuola Austriaca, io ritengo che il valore, essendo soggettivo e espressione di una legittima azione individuale, sia a tutti gli effetti un unpatterned principle of distributive justice. In altre parole, per chi conoscesse il testo citato di Nozick, il criterio del valore (se si adotta la teoria soggettiva del valore della Scuola Austriaca) è perfettamente compatibile col suo esempio di Wilt Chamberlain. A me sembra che Nozick dica la stessa cosa di Hayek ma che, non avendo ben compreso il significato che quest’ultimo dà al termine “valore”, confonda il valore con gli altri criteri che, a differenza di questo, richiedono tutti un’azione coercitiva dello Stato.

[3] Tranne, a determinate condizioni che qui non possono essere discusse, quelle eventualmente necessarie per la difesa della legge stessa: le tasse sono una violazione della Legge, un furto.

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