“Democrazia” e Legge sono antitetiche

GIOVANNI BIRINDELLI, 30.11.2013

Intervento alla conferenza Interlibertarians 2013, Lugano (CH) sul tema “Quale democrazia?” – Pubblicato da Interlibertarians, Movimento Libertario

2. Birindelli - Slides PDF

Buonasera. Vorrei ringraziare tutti coloro che hanno dato il loro contributo all’organizzazione di questa conferenza, e in particolare Rivo Cortonesi, Leonardo Facco, Luca Fusari.

Come noto, il termine “democrazia” indica un sistema sociale in cui esiste il potere politico e in cui questo è detenuto dal “popolo” (qualunque cosa si voglia intendere con questa parola). Di conseguenza, la domanda “quale democrazia?” presuppone che si sia preliminarmente risposto in senso affermativo alla domanda: “il potere politico ha ragione di esistere?”

La risposta a questa domanda tuttavia non può essere data per scontata. Infatti, all’interno della variata compagine di coloro che cercano la coerenza nella difesa della libertà, questa risposta non è né univoca né semplice. Essa si lega al dibattito fra stato minimo e anarco-capitalismo.

Per non allontanarmi dal tema di questa conferenza, supporrò una risposta affermativa alla domanda di cui sopra e quindi farò riferimento a una situazione in cui esiste il potere politico, e di conseguenza esistono lo stato e le tasse.

Una volta ammesso, e non concesso, che il potere politico abbia ragione di esistere, viene spontaneo chiedersi “chi lo deve detenere?”. Il termine “democrazia” dà una risposta a questa domanda, risposta che cambia arbitrariamente a seconda di cosa si intende col termine “popolo”.

Il problema è che questa domanda è irrilevante, e quindi lo è la risposta.

*   *   *

Il punto non è chi detiene il potere politico, ma da che cosa questo potere politico, chiunque sia a detenerlo, è limitato. Ciò che infatti costituisce il totalitarismo non è il fatto che il potere politico non sia detenuto dal “popolo”, ma il fatto che questo potere politico, chiunque sia a detenerlo, è illimitato (o, il che è lo stesso, è limitato in modo arbitrario).

Lasciamo perdere dunque le domande irrilevanti e concentriamoci su quelle a cui dobbiamo per forza rispondere se il nostro obiettivo è invertire il senso di marcia e tendere verso una forma, seppur imperfetta, di libertà, ovvero:

1) ammesso e non concesso che il potere politico abbia ragione di esistere, da che cosa deve eventualmente essere limitato? e
2) come limitarlo?”

La prima domanda è teorica, la seconda strategica.

Su un piano generale, esistono due sole possibili risposte alla prima domanda. Da un lato, infatti, il potere politico può essere limitato dalla volontà arbitraria di chi lo detiene: sia questi Hitler, Stalin, quel folto gruppo di parassiti che scaldano le poltrone dei nostri parlamenti oppure i cittadini stessi. Dall’altro lato, il potere politico può essere limitato dalla Legge, la quale è indipendente dalla volontà di chiunque, e in particolare del “popolo”.

La Legge infatti è il principio astratto; la regola generale di condotta individuale valida per tutti (stato per primo) allo stesso modo. Come le regole della lingua, quelle della Legge sono un ordine spontaneo. In particolare, esse sono il risultato di uno spontaneo processo evolutivo di selezione culturale di usi e convenzioni di successo: nessuno ha arbitrariamente deciso che l’azione del furto o quella della contraffazione sono illegittime e per questo nessuno può decidere che siano legittime, anche se un potere violento può renderle legali. In questo senso, come dice Hayek, non è la Legge a derivare dall’autorità ma, al contrario, è l’autorità a derivare dalla Legge “non nel senso che l’autorità viene costituita secondo la Legge, ma nel senso che l’autorità deve essere rispettata perché (e fino a quando) difende una Legge che si presume esistere indipendentemente da essa”.

La “legge” fra virgolette (o fiat), al contrario, sono quei provvedimenti particolari, quelle decisioni arbitrarie dell’autorità che la Legge è cresciuta appunto per limitare.

Quindi, ricapitolando, ammesso e non concesso che il potere politico abbia ragione di esistere, è possibile avere solo due ordini politici: da un lato, quello in cui è l’autorità a derivare dalla Legge, cioè a “orbitare” attorno a essa come nel sistema eliocentrico è la Terra a orbitare attorno al Sole. Dall’altro lato, è possibile avere un ordine politico in cui è la “legge” fiat a derivare dall’autorità, cioè a “orbitare” attorno a essa come in un sistema geocentrico è il Sole a orbitare attorno alla Terra.

Nel primo sistema (la società imperfettamente libera), il potere politico è limitato dalla Legge nel senso che le funzioni dello stato sono limitate alla difesa di quest’ultima e da quest’ultima. Nel secondo caso (il totalitarismo), il potere politico, chiunque sia a detenerlo, è limitato dalla “legge” fiat e quindi dalle sue stesse decisioni: in altre parole, è illimitato.

*   *   *

Ho parlato di “ordini politici” ma, più in generale, avrei dovuto parlare di ordini ideologici. Molti concetti politici, infatti (pensiamo all’uguaglianza davanti alla legge o alla certezza della legge), assumono un significato opposto a seconda che con la parola legge si intenda la Legge nel suo senso originario (il principio che limita il potere dell’autorità) o la “legge” fiat (lo strumento del potere dall’autorità).

Uno di questi concetti politici che assumono significato opposto a seconda di ciò che si intende con la parola “legge” è proprio quello di democrazia.

È fin troppo comune, perfino da parte di non pochi difensori della libertà, usare il termine “democrazia” senza qualificazioni, come se esistesse un tipo solo di democrazia. In realtà esistono due tipi di democrazia, e non mi riferisco alla democrazia diretta e a quella indiretta: quelle sono declinazioni diverse dello stesso tipo di democrazia.

Da un lato, c’è infatti la “democrazia” che si basa sulla “legge” fiat: questa è la “democrazia totalitaria”, quella che abbiamo oggi in occidente. Dall’altro, c’è quella che chiamerò semplicemente democrazia e che si basa sulla Legge intesa come principio.

La “democrazia” totalitaria consiste nella regola di una maggioranza. Ora, poiché nella “democrazia” così intesa l’unico limite a una decisione di gruppo è l’esistenza di una maggioranza a suo favore (eventualmente qualificata), questo significa che non esiste nessun limite non arbitrario al potere politico detenuto da questa maggioranza e quindi che, per definizione, questo sistema politico è totalitario. In altre parole, il fatto che oggi noi possiamo scegliere il colore della nostra camicia è il segno di un disinteresse del potere politico per il colore delle nostre camicie: se domani una maggioranza ci imponesse legalmente di usare un determinato colore per le camicie, quella decisione sarebbe “democratica” e chi non riconoscesse alla maggioranza il potere di prendere questa decisione sarebbe un “antidemocratico”. Se la democrazia fosse questo, cioè se essa fosse quello che è oggi in occidente, allora essere “democratici” vorrebbe dire necessariamente essere nemici della libertà.

La democrazia, tuttavia, non è questo: non è la tirannia della maggioranza, non è assenza di limiti non arbitrari al potere politico. Al contrario, essa è semplicemente uno dei tanti possibili sistemi politici basati sulla Legge intesa come limite non arbitrario al potere politico (un sistema pieno di difetti e con qualche vantaggio). In una democrazia, infatti, le regole, le Leggi, non le fa la maggioranza, ma, come le regole della lingua italiana, queste esistono indipendentemente dalla volontà di qualunque maggioranza. Il compito della maggioranza è quello di organizzare l’unica funzione dello stato che è compatibile con la sovranità della Legge: cioè la difesa di quest’ultima. Tuttavia, nell’organizzare questa difesa, la maggioranza non può violare la Legge se non per quello stretto necessario per difenderla (le tasse sono un furto, una violazione della Legge: ecco perché, laddove c’è lo stato minimo non arbitrariamente definito, parlo di società imperfettamente libera). Quindi, in primo luogo, in una democrazia una maggioranza non può decidere il finanziamento di un museo mentre può decidere, eventualmente e a certe condizioni, il finanziamento di un tribunale. In secondo luogo, anche per il finanziamento di quel tribunale, in una democrazia la maggioranza per esempio non può ricorrere (e ancora meno può ricorrervi in modo sistematico) alla proporzionalità fiscale né, tantomeno, alla progressività fiscale. Queste costituiscono infatti una violazione dell’uguaglianza davanti alla Legge.

In altre parole, in una società imperfettamente libera (e quindi anche in una democrazia) il potere politico (cioè il potere di decidere il finanziamento di quel tribunale) deve essere separato da (e sottoposto a) quello legislativo (cioè il potere di scoprire, custodire e difendere, mediante una coerente attività di studio e di ricerca, la Legge intesa come principio e l’uguaglianza davanti a essa, che è una cosa, non diversa, ma opposta alla disuguaglianza legale: sul piano dell’uguaglianza davanti alla Legge, non c’è nessuna differenza fra la progressività fiscale e le leggi razziali). In tutti i regimi totalitari (e quindi anche e soprattutto nelle “democrazie” totalitarie in cui viviamo) questi due poteri (il potere politico e quello legislativo) sono confusi e sommati l’uno all’altro. Anzi, quello legislativo di solito è soppresso, creando, nelle parole di Hayek, una situazione di “stato senza legge”, situazione il cui segno esteriore più evidente e misurabile è l’iperinflazione di “leggi” fiat.

In estrema sintesi, in una “democrazia” totalitaria una decisione è “democratica” se è presa a maggioranza. In una democrazia, invece, una decisione presa a maggioranza è democratica se è limitata all’organizzazione della difesa della Legge intesa come principio e se è da questa limitata.

*   *   *

Ora, l’aver chiarito in teoria l’antitesi fra la “democrazia totalitaria” e la democrazia, aiuta, ma non risolve il problema pratico e strategico posto dalla seconda domanda: come limitare il potere politico? Come passare da un sistema in cui è la “legge” a derivare dall’autorità a uno in cui è l’autorità a derivare dalla Legge? Qual’è la migliore strategia per avviare la rivoluzione copernicana in ambito politico?

Nel 1983 Murray Rothbard scriveva che “L’elaborazione di una teoria sistematica della libertà è stata già di per se una cosa piuttosto rara. Ma l’esposizione di una strategia per la libertà è stata di fatto inesistente”. Non molto è cambiato da allora: il problema strategico di come passare da una società totalitaria a una libera ha ricevuto ancora meno attenzione di quello teorico di definizione dell’obiettivo.

L’anno scorso, alla seconda edizione di questa stessa conferenza, ho presentato le linee essenziali di una mia proposta strategica in questo senso. Ho chiamato questa proposta L’offerta privata della legislazione.

Prima di chiudere questo intervento, mi limito a mettere brevemente in evidenza una caratteristica strategica di questa proposta che l’accomuna a Bitcoin e che secondo me costituisce uno dei suoi punti di forza (non c’è bisogno di conoscere o di ricordarsi di quella proposta: il punto che voglio fare qui è generale).

Bitcoin non è nata sostituendosi al denaro fiat. Lo sostituirà, prima di quanto si pensi. O forse lo sostituiranno altre monete digitali, magari basate sull’oro fisico, al cui ritorno potrebbero quindi aprire la strada. Ma Bitcoin non è nata sostituendolo, bensì affiancandolo. Questo affiancamento (il mettere in atto un progetto privato senza chiedere il permesso a nessuno) ha prodotto l’avvelenamento del “denaro” fiat che è appena iniziato e che gradualmente porterà alla sua fine. Il veleno non è il fatto che Bitcoin sia una moneta moralmente superiore al denaro fiat: il veleno (o meglio, parte del veleno) è la convenienza che le persone hanno a usare e detenere Bitcoins (una moneta che non può essere arbitrariamente inflazionata dallo stato, cioè dalle banche centrali cosiddette “indipendenti”). Ecco, la mia proposta ha in comune con Bitcoin, o piuttosto con una moneta digitale basata sull’oro fisico, questo: non mira a sostituire dall’alto la “legge” fiat con la Legge (ciò sarebbe utopico). Al contrario, mira ad affiancare la Legge alla “legge” fiat (privatamente, senza chiedere il permesso a nessuno) così da iniziare ad avvelenarla. Il veleno è una struttura di incentivi, che costituisce l’anima della proposta. Grazie a questa struttura di incentivi, le persone potranno individualmente concorrere al restauro della Legge, ma non necessariamente per motivi morali, bensì in funzione del proprio interesse. Denaro non-fiat e Legge sono entrambi limiti non arbitrari al potere politico, sono entrambi due ordini spontanei: ciò che sta funzionando per il restauro del primo non è detto che non possa dare alcune indicazioni utili su cosa potrebbe funzionare per il restauro della seconda.

Il modo migliore e più sicuro per proseguire lungo la strada della schiavitù è far dipendere l’inversione di marcia dalla lungimiranza dei politici e, forse, anche da una diffusione preliminare della cultura della libertà fra le masse, cioè fra coloro (basti pensare alle odierne élites intellettuali) il cui pensiero non è capace di uscire dalla gabbia in cui è stato rinchiuso dallo stato moderno. Una struttura di incentivi, invece, non richiede a chi ne approfitta né lungimiranza né cultura della libertà; non richiede di essere fuori da quella gabbia mentale. Richiede semplicemente alle persone di fare ciò che sanno fare meglio: i propri interessi. E facendo liberamente i propri interessi esse potranno gradualmente acquisire la cultura della libertà senza nemmeno rendersene conto.

*   *   *

In conclusione, per i suoi fans la “democrazia” totalitaria è un fine in se stessa: la “legge” fiat è il mezzo per conseguire questo fine, il pilastro su cui esso si regge. La democrazia, all’inverso, non è un fine ma un mezzo, uno dei tanti possibili: il fine è la sovranità della Legge intesa come principio e quindi la libertà. Il problema più grande che oggi abbiamo davanti non è teorico, è strategico e consiste nel trovare un modo pacifico e concretamente percorribile per cambiare sistema di riferimento: cioè per passare da un sistema in cui è la “legge” fiat a orbitare attorno all’autorità a uno in cui è l’autorità a orbitare attorno alla Legge, cioè a derivare da essa. Io credo che, su un piano strategico, per una possibile soluzione a questo problema, Bitcoin abbia molto da insegnare alla teoria politica.

Nei limiti in cui il potere che essi detengono è limitato dalla volontà di una qualunque maggioranza, i politici sono il nemico da abbattere con le nostre idee. Essi tuttavia sono la manifestazione del problema, non la sua causa. La causa del problema è il positivismo giuridico, quella che ho chiamato la “legge” fiat: senza estirpare questo non ci può essere né Legge, né libertà, né capitalismo, né prosperità. Grazie.

7 thoughts on ““Democrazia” e Legge sono antitetiche

  1. Antonino Trunfio December 2, 2013 / 2:04 am

    Sottoscrivo, Giovanni. Il parallelo col bitcoin mi piace molto, e mi pare persino illuminante. Ma mentre per bitcoin ho già qualche cognizione, ne ho molto meno anzi per nulla, a riguardo di un sistema di leggi che in parallelo si affianchino alla legge fiat. Magari lo spiegherai in qualche prossimi post. Grazie.

    • Giovanni December 2, 2013 / 10:01 am

      Già spiegato in altri post: offerta privata legislazione 😉

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