La rivolta degli imbecilli contro il lusso

GIOVANNI BIRINDELLI, 23.12.2013

(Original publication: Movimento Libertario)

Sabato scorso a Firenze c’è stato un “assedio al lusso” da parte di sedicenti “movimenti antagonisti”. Questi sono stati contrastati dalle forze dell’ordine al servizio dello stato e qualcuno potrebbe chiedersi perché. Infatti, se c’è un aspetto in cui la natura collettivista e totalitaria dello stato italiano si manifesta in modo lampante è proprio la persecuzione del “lusso”, la quale è implicita, tanto per fare un esempio, nella progressività fiscale prevista all’articolo 53 della costituzione.

Il fatto che l’aggressione del “lusso” abbia conseguenze economiche di lungo periodo devastanti proprio su coloro che sono economicamente più deboli (fatto che da un lato qualifica come imbecilli coloro fra questi che manifestano contro il “lusso” e, dall’altro, trova ampio riscontro empirico nell’evoluzione economica di questo paese), lo discuterò brevemente alla fine di questo articolo.

Qui mi interessa sottolineare che chi aggredisce il “lusso” (sia questi lo stato o un gruppo di teppisti) aggredisce la libertà: in altre parole è un totalitario. Questo non solo perché aggredisce la proprietà altrui ma anche perché aggredisce i gusti degli altri, e di conseguenza l’individualità. Quindi lo stato totalitario dovrebbe trovare in questi imbecilli che sabato hanno manifestato a Firenze un alleato. Ma allora perché li contrasta? Per lo stesso motivo per cui lo stato contrasta i contraffattori, i ladri, i truffatori e coloro che commettono il crimine dell’appropriazione indebita: perché lo stato totalitario odia la concorrenza. Solo lui, o i soggetti (come la banca centrale o le banche commerciali) a cui esso ha concesso determinati privilegi in cambio di maggiori mezzi per espandersi, può commettere legalmente determinati crimini, non altri. Quindi solo lo stato, per esempio attraverso la “redistribuzione”/confisca delle risorse, può aggredire il “lusso”, non teppisti qualunque. Lo stato ha contrastato quegli imbecilli che hanno “assediato il lusso” a Firenze non perché hanno aggredito il “lusso” ma perché non lo hanno fatto “democraticamente” attraverso lo stato.

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Il fatto che l’aggressione del “lusso” implichi un’aggressione della proprietà privata è una cosa ovvia sulla quale non credo sia necessario soffermarsi. Meno ovvio è il fatto che l’aggressione del “lusso” implichi un’aggressione dell’individualità, cosa che quegli imbecilli che hanno manifestato a Firenze saranno meno inclini ad accettare in quanto, se di proprietà evidentemente non ne hanno a sufficienza per soddisfare i loro desideri (di qui la loro invidia), di individualità non possono non averne.

Per capire il nesso fra “lusso” e individualità, partiamo dalla seguente esemplificazione. Supponiamo che a Rebecca sia offerta una promozione che, a fronte di un aumento di stipendio molto alto (tale da consentirle l’acquisto di “beni di lusso”), le richieda di viaggiare di continuo, di vivere per lunghi periodi all’estero e di rinunciare a gran parte del suo tempo libero. Supponiamo che Rebecca abbia un compagno che ama e che per lei il tempo passato con lui abbia più importanza dei “beni di lusso” che potrebbe comprarsi col nuovo stipendio (per semplicità, supponiamo anche che lei non voglia avere dei figli). In questa situazione, Rebecca rifiuterà la promozione. L’azienda offre allora quella posizione a Marco, che fa lo stesso lavoro di Rebecca e che riceve lo stesso stipendio. Da quando è piccolo Marco sogna di possedere una Ferrari e per lui la soddisfazione di questo desiderio è più importante di quello che potrebbe fare col tempo libero a cui dovrebbe rinunciare col nuovo lavoro. Quindi Marco accetta la promozione e decide di comprarsi una Ferrari, cosa che il nuovo stipendio gli consente di fare.

Ora, poiché Rebecca non ha accettato la promozione, questo vuol dire necessariamente che riteneva che se la avesse accettata sarebbe stata peggio (in termini economici, che la sua utilità sarebbe diminuita), altrimenti l’avrebbe accettata. Viceversa, poiché Marco ha accettato la promozione, questo vuol dire necessariamente che riteneva che accettandola sarebbe stato meglio (cioè che la sua utilità sarebbe aumentata). Quindi, nella vecchia posizione, Marco aveva un livello di utilità inferiore a quello di Rebecca e, accettando la nuova posizione, ha aumentato il suo livello di utilità (si è mosso nella direzione di Rebecca). Per semplicità possiamo assumere che, nella nuova posizione (cioè dopo la promozione di Marco), Rebecca e Marco abbiano la stessa utilità: l’unica differenza sarebbe che nel caso di Rebecca questa utilità deriva da cose che non si possono comprare in misura maggiore di quanto avviene nel caso di Marco. In altre parole, nella nuova posizione la differenza fra le loro situazioni non sta nel loro livello di godimento, ma in ciò da cui deriva il loro godimento: cioè nei loro gusti. Ora, nel momento in cui lo stato mette una tassa sulle “auto di lusso” o degli imbecilli “assediano” il concessionario della Ferrari, essi stanno aggredendo i gusti e le priorità di Marco, quindi la sua individualità. Essi stanno affermando che i gusti di Rebecca vanno bene mentre quelli di Marco no; e stanno ricorrendo alla violenza contro i secondi.

Tuttavia, se davvero uno avesse il diritto di esercitare violenza su qualcun altro semplicemente perché questo ha gusti diversi dai propri, allora chiunque avrebbe il diritto di aggredire quegli imbecilli che hanno “assediato il lusso” a Firenze perché, poniamo, si vestono in un modo che non rispecchia i propri gusti (e da qui alle “leggi” razziali il passo è breve, anzi su un piano di principio non c’è). Nel fatto che quegli imbecilli non riconoscerebbero mai a nessuno questo diritto, sta la loro contraddizione, il loro essere dei buffoni che in nulla di sostanziale si differenziano dallo stato totalitario.

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Dicevo all’inizio dell’articolo che l’aggressione del “lusso” ha conseguenze economiche di lungo periodo devastanti proprio su coloro che sono economicamente più deboli. Praticamente ogni oggetto e servizio che quegli imbecilli hanno usato nella loro vita lo hanno potuto usare solo perché inizialmente era un “lusso” destinato ai pochi che potevano permetterselo. Se quegli imbecilli oggi possono volare a Parigi per un euro o comprare un computer a un prezzo che è irrisorio rispetto a quello che costava un computer infinitamente meno potente e più ingombrante negli anni novanta, lo devono al fatto che in passato qualcuno, spendendo risorse per “beni di lusso”, ne ha consentito l’introduzione nel mercato e la loro progressiva diffusione con livelli qualitativi sempre migliori a prezzi sempre inferiori. Come dice Hayek, “la nuova conoscenza e i suoi benefici possono disseminarsi solo gradualmente, e le ambizioni dei molti saranno sempre determinate da ciò che per il momento è accessibile solo ai pochi. … All’inizio, un nuovo bene è di solito ‘il capriccio dei pochi prima di diventare un bisogno di tutti e costituire parte delle necessità della vita. In quanto i lussi di oggi sono le necessità di domani’ (H.C. Warren). Inoltre, le nuove cose diventeranno disponibili alla maggior parte delle persone solo perché per un certo tempo sono state il lusso dei pochi … Perfino i più poveri oggi devono il loro relativo benessere materiale ai risultati della passata disuguaglianza”[1].

Insieme al risparmio (e finché non lo intacca troppo) il “lusso” è un potente motore della crescita economica e dell’innovazione: chi compra “beni di lusso” sta in realtà “distribuendo” parte della sua ricchezza a coloro che oggi non possono permettersi l’acquisto di quei beni e che domani, grazie ai capricci di chi oggi può permetterseli, saranno nella posizione di acquistarli. Solo che questa “distribuzione”, non avvenendo in forma coercitiva, immediata e visibile, ma avvenendo liberamente, a un tempo differito e in modo difficilmente visibile, non viene compresa dagli imbecilli che, aggredendo il “lusso”, senza rendersene conto stanno segando il ramo su cui sono seduti.

Come sa chi ha studiato la Scuola Austriaca, un’economia crescerà tanto di più quanto maggiori saranno i risparmi delle persone, cioè quanto minori saranno i consumi (che comunque sotto un certo livello non possono scendere per ovvi motivi).  Essendo il “lusso” parte del consumo, l’affermazione che il “lusso”, insieme al risparmio, sia un potente motore della crescita può quindi sembrare una contraddizione. In realtà non lo è: infatti la relazione fra risparmi e crescita è una relazione quantitativa: quanto maggiori saranno i risparmi, cioè quanto minori saranno i consumi (in altre parole quanto più bassa sarà la preferenza temporale delle persone[2]) tanto maggiori saranno la crescita e l’innovazione. Invece la relazione fra “beni di lusso” e crescita/innovazione è qui intesa in senso qualitativo: ciò che distingue un’economia in crescita sostenibile da una in declino è che nella prima, rispetto alla seconda, non solo i risparmi sono maggiori (prima relazione quantitativa) ma anche che i consumi relativamente minori sono costituiti in proporzione maggiore da beni che hanno richiesto una lunga e complessa struttura produttiva per essere prodotti, e quindi maggiori investimenti e cioè risparmi (seconda relazione qualitativa)[3]. Nel Ghana le persone tendono a consumare tutto il loro reddito e a spenderlo in beni che non richiedono una complessa struttura produttiva. In Germania tendono a risparmiare e ad acquistare Audi, la cui produzione richiede investimenti e una struttura produttiva che, in un sistema economico sostenibile, possono derivare solo da un lungo periodo di risparmi.

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In conclusione, lo stato e gli imbecilli che sabato a Firenze hanno “assediato il lusso” hanno gli stessi obiettivi: il saccheggio della proprietà, l’imposizione ad altri dei propri gusti, la decrescita, il progressivo impoverimento, della società in generale e di coloro che sono già economicamente più deboli in particolare. L’unica differenza fra di essi è che lo stato vuole essere l’unico a perseguire questi obiettivi: per questo ha contrastato coloro che hanno provato a fargli concorrenza.


[1] Hayek F.A., 1999 [1960] The Constitution of Liberty (Routledge, London & New York), pp. 42-44, corsivo nel testo originale, traduzione mia. In italiano il titolo di questo libro è tradotto in “La società libera”.

[2] Cioè quanto di più le persone valorizzeranno il tempo futuro (risparmio) rispetto al tempo presente (consumo).

[3] Come accennato all’inizio di questa stessa frase, qui mi riferisco alla crescita economicamente sostenibile, non a quella insostenibile. Nel breve periodo, l’inflazione monetaria (cioè l’aumento della quantità di denaro, p. es. attraverso la stampa di denaro fiat da parte delle banche centrali e/o l’espansione del credito da parte delle banche commerciali mediante la riserva frazionaria) può creare dei periodi di crescita (boom economici) che tuttavia saranno necessariamente insostenibili: a essi infatti seguiranno necessariamente, a causa del fatto che gli investimenti non hanno alle spalle risparmio ma denaro creato dal nulla, crisi economiche che oltre un certo limite diventano sempre peggiori e addirittura catastrofiche.

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