Dal film “The Butler” al dibattito fra stato minimo e anarco-capitalismo

GIOVANNI BIRINDELLI, 6.1.2014

(Original publication: Movimento Libertario – qui con alcune modifiche)

Sono andato a vedere “The Butler” al cinema. Si continua a condannare la discriminazione razziale e non l’idea astratta di legge che la ha consentita. Si continua a condannare una particolare forma di disuguaglianza davanti alla legge intesa come principio e non la disuguaglianza davanti essa in quanto tale.

Chissà perché… Forse perché in questo secondo caso si dovrebbe rinunciare alla progressività fiscale, alla manipolazione monetaria e del credito da parte del sistema bancario e a tutta quella rete di privilegi che consente la continua espansione dello stato? Cioè perché in questo secondo caso si dovrebbe rinunciare allo stato per come lo conosciamo da generazioni?

Questo film finisce con una deificazione di Barack Obama. Sul piano dell’uguaglianza davanti alla legge (intesa come principio, naturalmente: non come provvedimento particolare) non vedo nessuna differenza fra la progressività fiscale e le leggi razziali*. Per questo, quando assisto a una condanna delle leggi razziali mischiata all’esaltazione di personaggi e/o istituzioni che usano il potere dello stato per opprimere altre minoranze (come per esempio coloro che percepiscono un reddito “alto”) o maggioranze (come coloro che, nella quasi totalità dei casi senza saperlo, subiscono gli effetti diretti e indiretti dell’inflazione monetaria), leggo quella condanna come un’ipocrita celebrazione.

NOTA

(*) In entrambi i casi chi detiene il potere politico fissa un criterio (il livello di reddito, il colore della pelle), quindi forma catagorie arbitrarie di cittadini (chia ha un reddito “alto” e chi uno “basso”, chi ha una particolare origine etnica e chi un’altra), e infine emette “leggi” che prevedono lo stesso trattamento per coloro che appartengono a ciascuna categoria ma un trattamento diverso fra persone che sono state raggruppate in categorie diverse.

COMMENTI:

Domanda (Luca): Fammi capire Giovanni, tu sei a favore della proporzionalità della tassazione (come volevano i liberali classici da Smith in poi) intesa come una quantità di tasse precisa da pagare (es. 50 euro al mese) oppure intesa come una percentuale fissa sul reddito (es. 20% come in molti Paesi dell’est europa)?

Risposta (Giovanni Birindelli):

Io ritengo che la tassazione sia un furto, una violazione della Legge intesa come principio e che quindi dove c’è tassazione non ci sia libertà perfetta.

Ritengo tuttavia che ci siano tre condizioni che devono essere contemporaneamente soddisfatte dalla tassazione perché si possa parlare di società imperfettamente libera:

1) la prima è che le tasse siano usate solo e soltanto per finanziare la difesa della Legge intesa come principio, cioè come regola generale di comportamento individuale valida per tutti allo stesso modo (in altre parole, ritengo che perché una società sia imperfettamente libera la Legge possa essere violata solo per la sua difesa);

2) la seconda è che, anche le tasse a cui si ricorra per finanziare la difesa della Legge, siano ridotte allo stretto necessario, lasciando per esempio che, come avveniva in parte nell’Inghilterra della rivoluzione industriale (http://www.lindipendenza.com/dal-gentiluomo-al-parassita-passando-per-il-delatore-e-per-il-ladro/?utm_source=hp&utm_medium=link&utm_content=principaletitolo&utm_campaign=click_test), anche nella difesa della Legge lo stato ricopra un ruolo solo residuale (cioè intervenga solo a coprire i buchi lasciati aperti dalla società civile e dal mercato);

3) la terza (e qui vengo al punto che sollevi tu) è che il prelievo fiscale non violi l’uguaglianza davanti alla Legge: il che, oltre a escludere naturalmente la progressività fiscale (percentuale crescente al crescere del reddito), esclude la proporzionalità fiscale (percentuale fissa sul reddito) in quanto in questo caso chi ha di più si troverebbe a pagare di più (cosa che non avviene quando per esempio Bill Gates e io compriamo un libro su Amazon, per il quale paghiamo lo stesso prezzo). In altre parole, la modalità di prelievo fiscale meno lontana dall’uguaglianza davanti alla Legge (dico “meno lontana” in quanto la tassazione neutrale non esiste) è a mio parere quella in cui a ciascuno venga tolta la stessa cifra.

A mio parere, queste tre condizioni, se soddisfatte pienamente e contemporaneamente, sono solo necessarie perché si possa parlare di società imperfettamente libera (o di non totalitarismo) ma non sufficienti. Altre condizioni, non relative alla tassazione, devono essere contemporaneamente soddisfatte.

Domanda (Fabrizio De Paoli): Giovanni Birindelli, perché mai dovrei volere una società imperfettamente libera?
La tassazione non va applicata mai, nemmeno per per finanziare un “qualcosa” che abbia il cómpito di difendere la legge.
Se io condivido un principio, come ad esempio la proprietà privata, allora si rende necessario un “qualcosa” che lo garantisca, e quel “qualcosa” per funzionare deve essere finanziato, ma è il diretto interessato che lo finanzierebbe volontariamente nel suo interesse. Io pago VOLONTARIAMENTE una quota per la difesa di quel principio.
Non è necessaria alcuna tassazione.
Nel momento in cui il finanziamento avviene su base volontaria, tutti i problemi di “equità”, “progressività”, ecc. decadono.
Un saluto .

Risposta (Giovanni Birindelli):

Rispondo qui, nel modo più sintetico che riesco, a questa sua sacrosanta domanda (che credo possa essere riformulata: “perché mai dovrei volere lo stato minimo invece che l’anarco-capitalismo?”). Dico “provo” perché il tema richiederebbe un articolo molto lungo e forse un libro.

Premessa: per “stato minimo” intendo, come ho scritto nel commento a cui lei si riferisce, quello in cui la Legge (intesa come principio) viene violata solo per la sua difesa. In altri termini, lo stato minimo è quello in cui i giudici che devono giudicare il ladro, per esempio, sono in ultima istanza (seconda condizione) pagati dallo stato mediante tassazione.

Ora, il limite più grosso di questo sistema, la sua contraddizione più evidente, è che il giudice che in ultima istanza deve giudicare il ladro riceve egli stesso denaro che è stato rubato ad altri mediante la tassazione. Dato questo limite, viene spontanea la sua domanda: perché non affidarsi interamente al mercato e liberarsi dello stato, anche per la difesa in ultima istanza della Legge? Non sarebbe questa una soluzione più coerente?

Se ragioniamo in termini di punti di arrivo (il come arrivarci è un’altro discorso), personalmente sarei totalmente a favore dell’anarco-capitalismo (e cioè dell’assenza di stato) se non fosse per il fatto che in una tale situazione la difesa dei propri diritti dipenderebbe dalla capacità (p. es. finanziaria) delle persone di esercitare questa difesa. In For a New Liberty e anche in The Ethics of Liberty, Murray Rothbard presenta la sua argomentazione a favore di un sistema anarco-capitalista in cui la difesa della Legge (pensiamo ai casi più difficili: come i tribunali e i giudici) sarebbe affidata a società di assicurazione private in competizione fra loro.

Ora, cosa succederebbe se, tanto per fare un esempio, Mario Rossi non avesse risorse finanziarie sufficienti per pagarsi un’assicurazione privata? Succederebbe che egli non potrebbe difendere i propri diritti. Quest’ultima frase viene spesso male interpretata perché viene altrettanto spesso male interpretata la parola “diritto” (e quindi la parola “legge”): pensiamo al presunto e tanto decantato “diritto alla salute”. Nei limiti in cui col termine “legge” si intende il limite al potere e non il suo strumento, non esiste nessun diritto alla salute, così come non esiste nessun diritto alla vita, ma tutti hanno diritto a non essere aggrediti o uccisi per esempio, indipendentemente dalla loro capacità di difendersi. Una vecchietta in sedia a rotelle ha lo stesso diritto di Mike Tyson a non essere aggredita.

È vero che, poiché il libero mercato produce le condizioni migliori possibili per la prosperità e per la sua diffusione, è estremamente improbabile che, in una situazione di libero mercato, Mario Rossi possa venire a trovarsi nella condizione di non potersi permettere la difesa dei propri diritti (correttamente e coerentemente intesi). Tuttavia non è impossibile. Quindi supponiamo che egli si trovi in questa situazione.

È vero inoltre che la libertà intesa come assenza di coercizione di alcuni su altri produce le condizioni migliori per la solidarietà (allo stesso modo in cui la coercizione statale necessariamente le elimina), ma questo non significa che Mario Rossi, ammesso che si trovi nella situazione di non potersi permettere la difesa dei propri diritti, riceva necessariamente solidarietà da parte di altri. Quindi supponiamo che egli non riceva questa solidarietà.

Cosa succederebbe in questo caso? Succederebbe che la libertà (quella di Mario Rossi) verrebbe violata.

Quindi, riassumendo, il limite dello stato minimo consiste nel fatto che chi, in ultima istanza, deve difendere e far rispettare la Legge (lo stato) sarebbe il primo a violarla, anche se (e questo come vedremo in conclusione è un punto fondamentale) questa violazione non sarebbe illimitata come è oggi ma sarebbe limitata non solo in modo non arbitrario ma, inoltre, alla sola difesa della Legge e dell’uguaglianza davanti a essa. Viceversa, dal mio punto di vista il limite dell’anarco-capitalismo sta nel fatto che esso, rendendo la difesa dei diritti (correttamente e coerentemente intesi) dipendente dalle capacità finanziarie delle persone, renderebbe possibile che la Legge e quindi la libertà siano esplicitamente violate in casi particolari.

In un certo senso, dunque, in nessuno dei due casi sia ha la libertà perfetta, anche se l’imperfezione sta in posti diversi (ha caratteristiche qualitative differenti) nei due casi: come diceva Tocqueville (non cito ma riporto a memoria la sostanza), la libertà è un’arte: è possibile solo avvicinarsi a essa o allontanarsi da essa, mai raggiungerla perfettamente.

Gli anarco-capitalisti spesso sostengono, come ha fatto Hoppe in una recente intervista*, che “L’idea di uno Stato minimale [sia] una costruzione concettualmente sbagliata. Stati minimali non possono mai rimanere minimali”. Non sono d’accordo: a differenza della precedente, non credo che questa sia una critica valida allo stato minimo. Come ho scritto in un commento a quell’intervista, infatti, dipende dall’idea di legge. Se la “legge” è quello che è oggi (il provvedimento particolare, la decisione arbitraria dell’autorità: lo strumento di potere) allora sono d’accordo con Hoppe: sarebbe un controsenso pensare che lo stato possa rimanere minimale (che possa gradualmente imparare l’arte della libertà invece che disimpararla sempre di più) se è basato su un’idea di legge che non solo permette la sua continua espansione, ma la incentiva. Se invece la legge è la Legge (la regola generale di comportamento individuale valida per tutti allo stesso modo, il principio astratto: il limite al potere), allora non sono d’accordo con l’affermazione che lo stato minimo non potrebbe rimanere tale, o addirittura ridursi progressivamente sempre di più: la Legge così intesa rende infatti impossibile l’espansione dello stato e trasmette una cultura della libertà che crea condizioni sempre migliori per una continua contrazione delle dimensioni e delle funzioni dello stato. È proprio per questo che lo stato moderno si è liberato della Legge e la ha sostituita con la “legge”: perché la prima gli impediva di espandersi (per esempio gli impediva di stampare denaro a corso forzoso e di concedere alle banche il privilegio della riserva frazionaria, cioè di creare denaro dal nulla con cui comprare i titoli del suo debito pubblico).

Avendo dunque, a mio parere, entrambi i sistemi le loro imperfezioni, per capire quale è preferibile occorre comparare queste imperfezioni, metterle a confronto. Il che non è una cosa semplice da fare ed è una cosa che in parte dipende da giudizi di valore.

La ragione per cui, alle tre condizioni di cui sopra (più altre che non ho discusso), io sarei maggiormente a favore di uno stato minimo rispetto a una situazione di anarco-capitalismo è che, nel caso di Mario Rossi, non ci sarebbe alcun limite alla potenziale violazione della sua libertà. Nel caso della vittima del reato della tassazione, invece, alle condizioni dette questo limite ci sarebbe.

La ringrazio ancora della sua importante domanda.

Un saluto,

Giovanni Birindelli

(*) http://www.lindipendenza.com/hoppe-meglio-piccoli-stati-indipendenti-moneta-solida-e-meno-tasse/

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