L’obbrobrio del salario minimo

GIOVANNI BIRINDELLI, 14.4.2014

(Pubblicazione originale: L’Indipendenza)

Il viceministro dell’Economia, Enrico Morando, ha recentemente affermato che «“si potrebbe fare finalmente una legge sul salario minimo”, che preveda per i datori di lavoro il carcere “per chi non la rispetta”». Una “legge” fiat sul “salario minimo”, con tanto di sanzione penale per i trasgressori, sarebbe un obbrobrio giuridico ed economico, almeno quanto lo sono l’articolo 18 e tutta quella serie di privilegi che rendono il cosiddetto “mercato del lavoro” (per non parlare di quello della moneta e del credito) semplicemente un non-mercato.

Sul piano giuridico, questa “legge” sanzionerebbe coloro che non hanno fatto altro che concludere uno scambio volontario senza violare alcuna Legge, cioè alcuna regola generale e negativa di comportamento individuale valida per tutti allo stesso modo. L’obbrobrio giuridico è sempre lo stesso: quello della legalità che, grazie al positivismo giuridico, umilia la legittimità.

Su un piano economico, questa misura sarebbe semplicemente l’ennesima follia di una classe politica strutturalmente irresponsabile. Creando immediatamente sovrabbondanza di offerta di lavoro e scarsità di domanda, innalzando una vera e propria barriera all’entrata nel mercato del lavoro per i disoccupati, essa colpirebbe duramente questi ultimi e condannerebbe gran parte di essi alla disoccupazione perpetua. Inoltre produrrebbe ulteriori delocalizzazioni e chiusure di imprese: e quindi sempre più decrescita, disoccupazione e decivilizzazione.

Mises scriveva che «La scienza economica, in quanto tale, appare fin troppo di rado nelle seducenti immagini dipinte dagli Utopisti. Essi immancabilmente spiegano che, nello stato idilliaco delle loro fantasie, piccioni arrosto in qualche modo voleranno nelle bocche dei compagni, ma omettono di mostrare come questo miracolo possa avvenire»[1]. Questo miracolo accade quando viene creato valore, cioè quando le persone, all’interno di regole generali e negative di comportamento individuale valide per tutti allo stesso modo (e cioè della Legge), scambiano beni e servizi liberamente, cioè senza essere vincolati nelle loro scelte da nessuna coercizione o minaccia di coercizione.

Alla base del fatto che un sistema di scambi liberi crea necessariamente valore economico sta il fatto che il valore economico di un bene o di un servizio è puramente soggettivo ed è espresso da quanto della sua proprietà (in un particolare luogo e momento) un individuo è effettivamente disposto a cedere per ottenere in cambio altri beni e servizi. L’esistenza stessa di uno scambio libero fra due individui implica necessariamente che per entrambe le parti ciò che è stato ottenuto grazie allo scambio abbia un valore economico maggiore di ciò che è stato ceduto e quindi che entrambi (per ragioni che conoscono solo loro) hanno guadagnato da esso: altrimenti quello scambio non sarebbe avvenuto. L’esistenza di uno scambio libero implica quindi necessariamente la creazione di valore per entrambe le parti. Nel momento in cui, come nel caso del “salario minimo” (ma la stessa cosa avverrebbe nel caso di un “salario massimo”, di un “affitto minimo” o di un “affitto massimo” per esempio), si ricorre alla coercizione per limitare quello scambio (p. es. col fine di avvantaggiare nel breve periodo una delle due parti a scapito dell’altra) si distrugge il processo economico che porta alla prosperità diffusa e alla civilizzazione: quello basato sugli scambi liberi. Solo attraverso un processo basato sugli scambi liberi è possibile utilizzare e ottimizzare quella conoscenza individuale, anche di tempo e di luogo, che è dispersa capillarmente fra le persone e che nessun decisore o pianificatore centrale può possedere.

Perché i collettivisti distruggono sempre di più il processo che crea valore e diffonde prosperità? Perché essi si sforzano in ogni modo di creare miseria, soprattutto, nel lungo periodo, per coloro che sono già economicamente più fragili?

Lasciando da parte in questa sede la ragione più comune, e cioè l’azzardo morale (il fatto che così facendo essi riescono a depredare di sempre più risorse la parte produttiva della società), essenzialmente per due ragioni.

La prima è semplicemente la loro totale ignoranza della scienza economica. Questa profonda ignoranza, espressa in questo caso dalle parole del viceministro per l’economia, è generalmente prodotta in primo luogo dalle facoltà universitarie di economia (allo stesso modo in cui l’ignoranza di cosa sia la Legge è prodotta in primo luogo dalle facoltà universitarie di giurisprudenza), le quali generalmente evitano accuratamente anche solo di menzionare la Scuola Austriaca: l’unica scuola di economia che coerentemente vede la scienza economica nel suo complesso come lo studio dell’azione umana e che dimostra i benefici di un argine legittimo, coerente e non arbitrario alle dimensioni e alle funzioni dello stato.

La seconda ragione, in parte conseguenza della prima e in parte a mio parere espressione di un oggettivo limite intellettivo individuale («Coloro […] che non riescono a concepire nulla che serva gli scopi dell’uomo che non sia stato razionalmente disegnato sono quasi necessariamente nemici della libertà. Per loro libertà significa caos[2]»), è l’incapacità dei collettivisti di concepire un processo, e in particolare un processo sociale spontaneo. L’unica cosa che i collettivisti riescono a concepire sono le situazioni che corrispondono ai loro desideri: in questo caso il livello di salario che corrisponde alla loro idilliaca visione del mondo, la quale è totalmente avulsa sia dalla realtà dei processi produttivi che dalla teoria che in modo coerente ne studia le dinamiche. Ignari del fatto che ciò che tende a produrre situazioni simili (e invero superiori) a quelle desiderate è il processo spontaneo e anarchico degli scambi liberi (il quale ha i suoi tempi e le sue dinamiche che sfuggono a qualunque controllo centralizzato), essi vogliono ottenere quelle situazioni immediatamente in modo meccanicistico, cioè ricorrendo alla coercizione: e la ‘legge’ fiat è ciò che consente loro di farlo. Essi non si rendono conto che, così facendo, segano il ramo sul quale sono seduti coloro che essi vorrebbero avvantaggiare (mentre naturalmente si rendono conto benissimo che rinvigoriscono il ramo della pianta parassita sulla quale sono seduti loro).

Anche senza considerare il modo in cui già alle prossime elezioni verrebbe usato come strumento di politiche redistributive (cioè predatorie), il “salario minimo” avrebbe da subito degli effetti così disastrosi sul livello di occupazione (già ai minimi) che probabilmente perfino un governo dello spessore intellettuale del governo Renzi (o di quelli che lo hanno preceduto) riuscirebbe a evitare di farlo approvare. Il problema tuttavia è la “cultura” che ha partorito questa proposta: quella avversa al libero scambio, al capitalismo, alla Legge e alla libertà. La stessa “cultura” che ha prodotto la riserva frazionaria e la stampa di moneta fiat da parte delle banche centrali (pare che a Cernobbio “economisti” e finanzieri si siano letteralmente esaltati per la «Draghinomics» e la «Renzinomics»). È questa “cultura” infantile, capricciosa, incapace di guardare al di là dell’immediato e idiota, che guarda alle situazioni e ignora i processi, che, in ultima analisi, produce decivilizzazione e miseria crescenti. Di essa è pregno non solo questo governo (non meno di quelli che lo hanno preceduto, né meno delle opposizioni tutte), ma a monte la costituzione: il collettivismo è inscindibile dal positivismo giuridico che la costituzione ha imposto e che quasi nessuno mette in discussione.

Sapremo che avremo smesso di avanzare verso forme sempre peggiori di totalitarismo, di decivilizzazione e di miseria quando coloro che detengono il potere politico non potranno adottare provvedimenti per conseguire situazioni che a loro paiono desiderabili; e non potranno farlo in quanto troveranno un ostacolo insormontabile nella Legge intesa come principio e nel processo degli scambi liberi che ne sono l’altra faccia della medaglia (quella economica).


[1] Mises, L., in Hayek, F. A., ed., 1956, Collectivist Economic Planning (Routledge and Kegan Paul, London), p. 88, traduzione mia.

[2] Hayek, F. A., 1999, The Constitution of Liberty (Routledge, London & New York), p. 61, traduzione mia.

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