Assalto al risparmio, nel nome della costituzione italiana

GIOVANNI BIRINDELLI, 24.4.2014

(Pubblicazione originale: Movimento Libertario)

Allo stesso modo in cui non c’è peggior nemico della libertà di colui che la vorrebbe difendere senza mettere in discussione la piattaforma ideologica, economica e  istituzionale del collettivismo, così non c’è peggior nemico del risparmio di colui che denuncia l’ulteriore “assalto ai risparmi” da parte dello stato sulla base del fatto che questo “assalto” è incostituzionale, e cioè ricordando che l’articolo 47 della costituzione stabilisce che “la Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme”.

In questo articolo io non contesterò la tesi secondo la quale l’ulteriore inasprimento della tassazione del risparmio voluto dal governo Renzi violerebbe l’articolo 47 della costituzione. Contesterò l’articolo 47 della costituzione e poi, più in generale, la costituzione stessa in quanto tale. Così facendo spiegherò perché, a mio parere, chi ricorre a questo argomento costituzionale contro “l’assalto ai risparmi” è, spesso inconsapevolmente, un aggressore del risparmio (e quindi della crescita sostenibile, oltre che della libertà) ancora peggiore, se possibile, di coloro che lo stanno aggredendo esplicitamente e consapevolmente.

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Posto naturalmente che ci sia un livello di consumo sufficiente a quanto individualmente ritenuto necessario, maggiore sarà il risparmio (e quindi minore sarà il consumo), minori saranno i tassi d’interesse, maggiori saranno gli investimenti economicamente sostenibili, più lontano sarà il loro orizzonte temporale, più lunga e complessa sarà la struttura produttiva, più capital intensive saranno i prodotti e servizi consumati, maggiori e più sostenibili saranno la crescita economica, la ricchezza e la sua diffusione. Viceversa nel caso di maggiori consumi.

Questo significa che lo stato è giustificato a incoraggiare il risparmio? In una società libera (cioè non collettivista), no. Il risparmio è infatti la rinuncia al consumo. Esso è quindi un’azione individuale. Ogni azione umana dipende dalle preferenze e dalle priorità dell’individuo. Nel caso del risparmio, queste preferenze riguardano il tempo: Giorgio può dare più importanza al presente rispetto al futuro (e quindi consumare di più e risparmiare di meno) rispetto a Paola. Oppure può dare più importanza al presente rispetto al futuro in un particolare momento della sua vita e l’inverso in un altro momento. Queste preferenze temporali sono individuali e quindi non sono conoscibili da parte di un pianificatore o burocrate centrale: solo l’individuo può sapere cosa è bene per lui e, in una società libera, è responsabile delle sue azioni.

Se Giorgio e Paola ricevono una somma di 100.000 euro e, mentre Paola la risparmia investendola, avendo così un tenore di vita relativamente basso per un certo periodo (poniamo dieci anni), Giorgio la consuma per avere durante quel periodo un tenore di vita più alto, allora noi possiamo dire che allo scadere di quel periodo Paola sarà più ricca di Giorgio. Tuttavia non abbiamo nessun elemento oggettivo per dire che la sua scelta sia stata giusta e quella di Giorgio sbagliata. Il fatto che queste scelte siano giuste o sbagliate dipende interamente dalla loro compatibilità con le preferenze e le priorità individuali di Giorgio e Paola (nonché dal fatto che essi le conoscano e le rispettino, cioè dal fatto che conoscano e rispettino loro stessi e la loro stessa individualità).

Il problema emerge quando Giorgio (e lo stesso discorso vale naturalmente a livello aggregato o “macro”, p. es. di paese) non risparmia, godendosi un tenore di vita più alto per dieci anni, e poi, allo scadere di quel periodo, ritenendo di avere “diritto” a quel tenore di vita, pretende che Paola divida con lui i frutti del suo risparmio. Mutatis mutandis, questo è lo stesso problema che si ha quando coloro che non hanno rischiato pretendono di avere “diritto” ai frutti dell’attività di coloro che hanno rischiato e hanno vinto, per esempio. In una società libera ciò non sarebbe possibile.

In una società totalitaria invece, e in particolare in una “democrazia” totalitaria o collettivista come quella italiana e come sta diventando anche quella americana, questo accade sistematicamente e necessariamente. Come dice Peter Schiff, «A un certo punto, le persone scoprono che possono ottenere cose gratuitamente votando, e forse quello è il momento in cui le democrazie muoiono. Tutto ciò che è marcio nella democrazia è stato rappresentato dalla rielezione di Obama […] Quello che Obama ha dimostrato è che colui che ti dice che sei povero perché un’altra persona è ricca può vincere le elezioni. Colui che ti dice che puoi sollevarti trainando verso il basso altre persone, può vincere. E può essere rieletto anche se il suo primo mandato ha prodotto risultati catastrofici»[1] (qui Schiff sembra usare lo stesso termine “democrazia” in riferimento a due concetti opposti: per la differenza fra la democrazia e la “democrazia” totalitaria rimando a questo articolo).

Poiché il risparmio è un’azione che dipende dalle preferenze temporali individuali, lo stato non deve interferire, non deve intervenire, non deve incoraggiare o scoraggiare, non deve incentivare o disincentivare e soprattutto non deve redistribuire: deve semplicemente stare fuori dai piedi.

Più in generale, in una società libera (o nomocrazia –dal greco nomos: legge- come la chiama Michael Oakeshott;), lo stato non deve interferire con le azioni individuali, a meno che queste non violino regole generali e negative di comportamento individuale valide per tutti, stato per primo, allo stesso modo (e cioè la Legge). Nei limiti in cui queste interferenze avvengono, viene violata la libertà. In altre parole, in una società libera l’unica possibile funzione dello stato è quella della difesa della Legge intesa come sopra: all’interno di quest’ultima, gli individui sono liberi, senza nessuna interferenza da parte dello stato e della “collettività”, di perseguire ciò che essi, partendo dalla loro situazione particolare, soggettivamente ritengono essere “il bene”, in base alle proprie preferenze individuali e assumendosene la responsabilità.

Al contrario, una società collettivista (o, nelle parole di Oakeshott, telocrazia –dal greco telos: fine, scopo), è una in cui chi controlla lo stato decide arbitrariamente cosa è “il bene” (chiamandolo di solito con nomi altisonanti, p. es. “interesse generale”, “interesse dello stato”, ecc.). Così, attraverso la “legge” fiat (il provvedimento particolare e burocraticamente corretto deciso dall’autorità legalmente costituita), che è l’inverso della Legge, chi controlla lo stato limita le azioni individuali, violando la libertà delle persone, in funzione di quel “bene”-obiettivo da esso stesso arbitrariamente definito, al cui raggiungimento tutti devono in qualche misura essere costretti a contribuire. Frasi quali «lo stato siamo noi», «le tasse sono una cosa bellissima», ecc. esprimono l’essenza stessa della mentalità collettivista e totalitaria di chi le pronuncia (di solito chi vive di stato).

La parte citata dell’articolo 47 della costituzione (“la Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme”), se venisse applicata, se non fosse contradetta da altre parti di quello stesso articolo e da altri articoli della stessa costituzione, per un certo periodo produrrebbe maggiore crescita e ricchezza. Tuttavia, ciò avverrebbe al costo di distorcere lo spontaneo processo di mercato. In altre parole, quella parte di articolo è l’istituzionalizzazione del paternalismo, dell’interventismo e del collettivismo nel campo del risparmio. Quindi essa è incompatibile con una società libera. Anche se lo stato volesse davvero incoraggiare e tutelare il risparmio (così come lo sport, un’alimentazione sana, ecc.) ciò dovrebbe essere rigettato su una base di principio e, a lungo andare, economica.

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Tuttavia, lo stato non vuole affatto incoraggiare e tutelare il risparmio, ma, all’opposto, il consumo, il che naturalmente è ancora peggio (come sarebbe ancora peggio se, invece di incentivare un’alimentazione sana, lo stato incentivasse uno stile alimentare che portasse necessariamente all’obesità). La seconda parte dello stesso articolo 47 della costituzione[2], nonché altri articoli della stessa (a partire da quello sulla progressività fiscale, art. 53) e più in generale il suo impianto istituzionale positivista, creano infatti una struttura statale interamente orientata all’interventismo, in particolare monetario. Se lo stato davvero volesse incoraggiare e tutelare il risparmio eviterebbe accuratamente di ricorrere al corso forzoso e alla manipolazione monetaria e del credito: il modo migliore per scoraggiare e disincentivare il risparmio è infatti il perseguimento di politiche monetarie inflazionistiche e il conseguente mantenimento dei tassi d’interesse artificialmente bassi! Né ricorrerebbe alla discriminazione fiscale a favore dei titoli del debito pubblico, le cui rendite sono tassate al 12,5% a fronte del 26% di quelle derivanti da investimenti in titoli privati! Come noto, infatti, il concetto di “investimento pubblico” è una contraddizione in termini: come ha scritto Vladimir Menshikov in un recente articolo «non esiste proprio nulla che possa definirsi come un ‘investimento pubblico’: esiste solo ed esclusivamente il ‘consumo pubblico’». Creare, mediante la violazione dell’uguaglianza davanti alla Legge (cioè mediante la disuguaglianza legale), una struttura di incentivi avente la funzione di canalizzare gran parte del risparmio verso i titoli del debito pubblico vuol dire privare gli investimenti veri (quelli privati) di ulteriore risparmio e quindi non solo distorcere lo spontaneo processo di mercato ma aumentare il consumo (pubblico per di più, quindi irresponsabile).

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Il problema non è che lo stato incentivi o, in realtà e ancora peggio, attraverso la manipolazione monetaria e del credito e la discriminazione fiscale, disincentivi il risparmio. Il problema, come oggi non può mai essere ripetuto troppo spesso, è l’idea di “legge” che gli permette di farlo: il positivismo giuridico. E il positivismo giuridico è stato imposto dalla costituzione italiana. È quindi paradossale che chi critica “l’assalto ai risparmi” da parte del governo Renzi (o dei governi che lo hanno preceduto) lo faccia su basi costituzionali.

Se la nostra fosse una costituzione compatibile con una società libera, l’“assalto ai risparmi” verrebbe criticato sulla base della Legge, non della costituzione. La costituzione di una società libera infatti non è l’origine della Legge: poiché la Legge è il principio, la regola generale e negativa di comportamento individuale valida per tutti allo stesso modo, la sua origine non è nella costituzione (la quale è necessariamente “fatta”, cioè decisa) ma in un processo spontaneo di selezione culturale di usi e convenzioni di successo: essendo un ordine spontaneo, cioè risultato dell’azione dell’uomo ma non del suo disegno, la Legge non può essere “fatta” o decisa più di quanto possano essere “fatte” o decise le regole di una lingua.

La costituzione di una società libera si limita a definire le istituzioni dello stato e a strutturarle in modo tale che i poteri di quest’ultimo, e in particolare il potere politico (quello di decidere provvedimenti particolari, come ad esempio il numero di tribunali) e quello legislativo (quello di scoprire, custodire e difendere la Legge) siano separati. Ciò che impedirebbe allo stato di interferire nelle azioni dei cittadini a meno che questi non violino la Legge sarebbe la Legge stessa, non la costituzione. In una società libera, quindi, la Legge (il principio) starebbe sopra un’eventuale costituzione, non sotto. È proprio il fatto che la “legge” stia sotto la costituzione (e cioè il positivismo giuridico) che rende lo stato senza Legge: non nel senso che la Legge non c’è (la Legge esiste indipendentemente dallo stato totalitario che la viola) ma nel senso che essa è indifesa e continuamente aggredita da una valanga di “leggi” fiat. In altre parole, in una società libera la sovranità non sarebbe dei legislatori (né, tantomeno, dei costituenti), ma della Legge. E sarebbe questa Legge che, tutelando la libertà, l’individualità e la proprietà, creerebbe le condizioni e la responsabilità individuale necessarie per il risparmio: molte persone oggi non risparmiano perché la “legge” fiat gli consente di ottenere cose pagate coi risparmi altrui, in altre parole perché la “democrazia” totalitaria le ha rese irresponsabili.

Invocare a tutela del risparmio la costituzione collettivista che, attraverso la “legge” fiat, ha prodotto uno stato che può vivere solamente divorando in misura sempre maggiore la proprietà e i risparmi dei cittadini vuol dire non aver capito la natura della “democrazia” totalitaria.

NOTE

[1] Schiff P.D., 2014, The Real Crash (St. Martin’s Press, New York), p. 72.

[2]“[la Repubblica] disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito. Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese”.

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