Non è guardando alla Svizzera che riduciamo la coercizione che c’è in Italia

GIOVANNI BIRINDELLI, 17.6.2014

(Pubblicazione originale: Movimento Libertario)

In un interessante articolo, il bravo Guglielmo Piombini ha tessuto le lodi del sistema politico svizzero. Grazie anche alla decentralizzazione, a un ricorso ampio allo strumento referendario, alla competizione fiscale fra comuni e fra cantoni e a un’apertura resa necessaria dalle sue piccole dimensioni, in Svizzera il Leviatano è contenuto in uno spazio molto più ristretto di quanto lo sia in altri paesi europei (e in particolare nei più collettivisti fra questi come l’Italia). Di conseguenza, relativamente a questi paesi, i risultati economici della Svizzera sono naturalmente molto positivi.

Personalmente, tuttavia, pur riconoscendo tutti i vantaggi discussi da Piombini nel suo articolo, non considero la Svizzera una società libera. Nei limiti in cui l’obiettivo è ridurre il totalitarismo e avvicinarsi al proprio potenziale di crescita (e trascurando in questa sede per motivi di spazio la strategia del “votare con i piedi”), a mio parere è solo alla libertà che è necessario puntare, e a niente di meno. Questo non solo per motivi ideologici, ma anche per motivi strategici: nella loro astrattezza, gli ideali di libertà, se difesi in modo coerente, sono l’unica cosa che concretamente è in grado di contrastare la coercizione statale; e tanto maggiore è questa coercizione, tanto più fondamentale per ridurla è il ruolo giocato dagli ideali di libertà.

Il totalitarismo non consiste nell’esercizio di un potere politico illimitato, ma nell’assenza di limiti non arbitrari (e più precisamente nell’assenza di limiti di Legge intesa come principio, cioè come regola generale e negativa di comportamento individuale valida per tutti allo stesso modo) a questo potere politico e cioè alle decisioni di chi lo detiene (p. es. la maggioranza rappresentativa o quella dei cittadini). Quindi una democrazia non è non-totalitaria se a un referendum la maggioranza vota contro un salario minimo: lo è se il principio della libertà contrattuale non può essere violato dalle decisioni di una maggioranza, per quanto ampia essa sia. Lo è, quindi, se la sovranità non è di una maggioranza ma della Legge intesa come principio e se l’unico compito della maggioranza è, eventualmente, non quello di “fare la legge”, ma quello di decidere la migliore strategia per difendere la Legge. In altre parole, una democrazia è non-totalitaria se la legge non è il provvedimento particolare e burocraticamente corretto deciso da alcuni (pochi o molti non importa) ma un principio astratto e generale che (come una lingua, ad esempio), essendo il risultato di un processo spontaneo e disperso di selezione culturale di comportamenti individuali socialmente sostenibili, non può essere deciso da nessuno ed esiste indipendentemente dalla volontà di chiunque e soprattutto della maggioranza.

La libertà può essere difesa solo in quanto tale. La difesa di una “forma minore” di totalitarismo non è una difesa della libertà: rimane una difesa del totalitarismo. Se l’idea di “legge” rende possibile l’imposizione coercitiva di un salario minimo (o massimo) attraverso referendum, allora il sistema è totalitario (indipendentemente dal fatto che quel referendum passi o meno). Se l’idea di “legge” consente la stampa di moneta fiat da parte delle banche centrali e il corso forzoso, allora il sistema è totalitario (indipendentemente dal fatto che la contraffazione del denaro –la stampa di denaro fiat da parte delle banche centrali– sia inferiore rispetto al caso di altri paesi).

Per l’idea di “legge” sui cui si basa (il positivismo giuridico: la “legge” intesa come provvedimento particolare burocraticamente corretto), ogni “forma minore” di totalitarismo ha in sé tutto ciò che serve per passare a “forme maggiori”, se si dovessero creare le condizioni. Ed è proprio al verificarsi di queste condizioni che l’impossibilità che questo “salto di qualità” avvenga risulta essere più preziosa.

Proprio perché la libertà va difesa in quanto tale, essa va difesa indipendentemente dalle chances di successo che questa difesa ha nel breve periodo. In una situazione di totalitarismo di massa come quella attuale, il compito dei pochissimi che difendono la libertà non è portare a casa il risultato, ma mantenere vivo il suo ideale per le prossime generazioni, perché quando ci sarà l’opportunità (che può essere creata da una diffusione preliminare sufficientemente ampia delle idee di libertà) esso possa prevalere. Per questo Friedrich A. von Hayek scriveva che «Abbiamo bisogno di leaders intellettuali che siano disposti a lavorare per un ideale, per quanto piccole possano essere le prospettive di una sua realizzazione a breve. Devono essere uomini che siano disposti a difendere dei principi e a battersi per la loro realizzazione, per quanto remota possa essere. I compromessi pratici devono lasciarli ai politici».  Il tempo della libertà e della prosperità è il lungo periodo, non il breve. Il suo metodo è la coerenza astratta, non l’arbitrarietà. Non a caso fu Keynes, l’“economista” più osannato dalla casta politica in quanto gli forniva (e ahinoi continua a fornirgli) argomenti privi di ogni senso economico per spolpare l’economia il più possibile nel più breve tempo possibile, a dire che «nel lungo periodo saremo tutti morti».

Molti potranno pensare che la società libera (la sovranità della Legge intesa come principio) sia un obiettivo troppo utopistico e lontano per essere raggiunto e quindi che sia meglio, dal punto di vista strategico, puntare a risultati concreti che, anche se non compatibili con gli ideali di libertà, l’esperienza di altri paesi ci dimostra essere possibili (strategia del second best). In altre parole, molti potranno pensare che puntare alla libertà abbia tanto meno senso quanto più distante dalla società libera è la situazione in cui ci si trova. Io credo che sia vero l’esatto contrario: tanto più distante la situazione in cui ci si trova è dalla società libera, tanto più necessario per iniziare a muoversi verso quest’ultima è puntare alla libertà. Nella sua astrattezza e coerenza, infatti, l’ideale della libertà è in ultima istanza l’unica forza propulsiva che è in grado di ridurre la coercizione statale. Puntare a una “forma minore” di totalitarismo, invece che alla società libera, significa rinunciare a questa forza propulsiva e quindi di fatto rimanere nella “forma maggiore” di totalitarismo in cui ci si trova. Non è ragionando in termini di situazioni che si producono processi. Come dice Murray Rothbard a proposito della Rivoluzione Americana (che fu un processo, non una situazione), «gli americani non sono sempre stati pragmatici e non-ideologici. Al contrario, gli storici adesso si rendono conto che la stessa Rivoluzione Americana fu non soltanto ideologica ma anche il risultato di una devozione ai principi e alle istituzioni del libertarismo. I rivoluzionari americani erano immersi nell’ideologia del libertarismo, un’ideologia che li ha portati a resistere con le loro vite, con i loro averi e col loro onore contro le invasioni dei loro diritti e delle loro libertà da parte del governo dell’impero britannico». Purtroppo la struttura istituzionale prodotta da quella rivoluzione nel lungo periodo si è dimostrata essere vulnerabile alla progressiva invasione della gramigna del socialismo: questo fatto ci offre un’importante opportunità di imparare dagli errori altrui ma non deve offuscare il movimento verso la libertà prodotto da quegli uomini che (aggiungo io al momento giusto) sono stati portati «a resistere con le loro vite, con i loro averi e col loro onore» dall’ideologia (non da una situazione di second best).

In ragione della minore coercizione che esercita sui propri cittadini e sulle proprie imprese, oggi la Svizzera gode di una situazione economica che, relativamente a quella di altri paesi europei che esercitano sulle persone e sulle imprese molta più coercizione, e in particolare relativamente all’Italia, è di gran lunga migliore. Frédéric Bastiat tuttavia ci insegna che quello che si vede non deve far dimenticare quello che non si vede. Quello che non si vede è la situazione economica che nel lungo periodo ci sarebbe (per esempio in Svizzera) se, tanto per cominciare, non ci fosse la manipolazione monetaria e del credito da parte dello stato e del sistema bancario. Rispetto a questa situazione che non si vede, quella che si vede e che viene ammirata sarebbe considerata pessima, specie se misurata in termini del potere d’acquisto degli “ultimi”.

A mio parere, se noi vogliamo anche solo attenuare la forma estrema di totalitarismo nella quale ci troviamo in Italia e se vogliamo anche solo avvicinarci al nostro potenziale di crescita, noi dobbiamo puntare alla libertà e cioè, per esempio, a una situazione in cui la banca centrale, il corso forzoso, l’espansione artificiale del credito, la redistribuzione delle risorse, la violazione della libertà contrattuale, le regolamentazioni diverse dalla Legge intesa come principio, dimensioni dello stato superiori a quelle strettamente necessarie alla difesa della Legge intesa come principio, non solo non ci sono, ma non ci possono essere.

 

 

One thought on “Non è guardando alla Svizzera che riduciamo la coercizione che c’è in Italia

  1. Giovanni June 18, 2014 / 12:46 pm

    Aggiungo parte del dibattito che è seguito alla pubblicazione dell’articolo.

    GUGLIELMO PIOMBINI: «… Non credo che il mio articolo sulla Svizzera sia in contraddizione con quello di Giovanni Birindelli, anche perché è difficile non essere d’accordo con uno studioso così preparato e così logico nei suoi ragionamenti.

    So bene che quello della Svizzera non è un sistema ideale. Sta anche peggiorando sotto alcuni aspetti: sul segreto bancario, sulla politica monetaria, ecc.

    In teoria esistono dei modelli di società nettamente migliori, da un punto di vista libertario: la società anarco-capitalista descritta da Murray N. Rothbard, oppure il modello pluralistico proposto dai Liberi Comuni d’Italia.

    Ritengo tuttavia che per far avanzare la libertà non basta proporre dei modelli solamente teorici. Le persone hanno bisogno di vedere anche degli esempi concreti; non si convincono solo con le astrazioni.

    Occorre far sapere a quali risultati straordinari può portare anche solo un po’ di libertà in più. Per questo credo sia importante conoscere la lezione che può offrirci una società, come quella svizzera, decisamente più libera della nostra.»

    GIOVANNI BIRINDELLI: «

    Caro Guglielmo,

    grazie per il tuo commento. Dal mio punto di vista, ci sono molti modelli sociali possibili (ognuno con un grado e un tipo di coercizione diversi), tuttavia ci sono due soli possibili sistemi sociali.

    Il primo dei due soli possibili sistemi sociali è quello in cui la “legge” è la decisione arbitraria dell’autorità e quindi deriva da quest’ultima. Michael Oakeshott chiama questo sistema “telocratico” per sottolineare la natura collettivista di questo sistema, e cioè il fatto che in esso il potere politico illimitato viene usato in funzione di particolari fini (telos = fine, scopo) decisi da chi lo detiene e al raggiungimento dei quali tutti devono in qualche misura essere obbligati a dare il loro contributo. Io chiamo questo sistema “cratocentrico” per mettere in evidenza che il problema che abbiamo davanti è un problema di sistema di riferimento che coinvolge non alcuni concetti particolari, ma la prospettiva da cui si vedono tutti i concetti. In un sistema cratocentrico tutto orbita attorno alla “legge” fiat cioè alla decisione arbitraria dell’autorità e quindi al suo potere. Un sistema cratocentrico può essere comparato a uno geocentrico in cui tutto (Sole e pianeti) orbita attorno alla Terra.

    Il secondo dei due possibili sistemi sociali è quello in cui la Legge è il principio generale e astratto. Oakeshott chiama questo sistema “nomocratico” per sottolinearne la natura individualista: purché ciascuno agisca all’interno di regole generali di comportamento individuale valide per tutti allo stesso modo (la Legge, il nomos) ognuno è libero di perseguire i propri fini individuali. Io chiamo questo sistema “nonomcentrico” per enfatizzare il fatto che in esso non è la “legge” a derivare dall’autorità ma, al contrario, è l’autorità (e tutto il resto) a derivare dalla Legge, cioè a orbitare attorno a essa. In un sistema nomocentrico il centro attorno a cui tutto ruota è la Legge intesa come principio.

    Nonostante le note differenze metodologiche fra scienze sociali e scienza naturali, io credo che quella a cui ho fatto ricorso (cratocentrismo vs. nomocentrismo = geocentrismo vs. eliocentrismo) sia molto più di una metafora: credo che i sistemi di riferimento siano il punto in cui, su diversi piani, scienze sociali e scienze naturali si incontrano. Ma questo è un discorso complesso che richiederebbe un’analisi che non può essere fatta qui.

    Ora, come dicevo, esistono molti modelli cratocentrici (p. es. quello italiano, quello svizzero, quello della Corea del Nord), allo stesso modo in cui esistono molti modelli geocentrici (p. es. quello aristotelico, quello tolemaico, quello di Tycho Brahe, quello di Ursus e altri ancora). Alcuni di essi hanno livelli di arbitrarietà (e quindi di coercizione) inferiori rispetto ad altri: il modello di Tycho Brahe ha per esempio molta meno arbitrarietà di quello Tolemaico e quindi possiamo dire che esso sta a quest’ultimo come il modello svizzero sta a quello italiano. Tuttavia, rimangono entrambi modelli geocentrici. E se i nostri problemi derivano dal geocentrismo, finché cerchiamo una soluzione al suo interno noi quei problemi non li risolviamo. Sulla Luna noi ci siamo potuti andare non perché siamo passati da un modello geocentrico a un altro modello geocentrico che avesse minore arbitrarietà, ma perché qualcuno, andando contro tutti (al punto da essere imprigionato, osteggiato, vilipeso, deriso ecc.), ha avuto il coraggio di mettere in discussione il paradigma del geocentrismo e, non allontanandosi dal metodo scientifico (cioè ricercando sempre la coerenza astratta) ha puntato al modello eliocentrico e alla fine ha dimostrato che era vero (cosa che nelle scienze sociali è molto difficile se non impossibile da fare, ma è possibile trovare la coerenza astratta).

    Ho fatto ricorso a questa metafora astronomica per spiegarti perché, nonostante la grande stima reciproca (almeno da parte mia nei tuoi confronti) e il fatto che siamo entrambi schierati a difesa della libertà, le nostre posizioni su questo punto specifico (che ha carattere strategico) sono in effetti, dal mio punto di vista, in contraddizione: tu ricerchi minore coercizione all’interno del paradigma cratocentrico, io nel sistema nomocentrico che è incompatibile col primo.

    Dal mio punto di vista, non solo il sistema nomocentrico (con tutti i suoi possibili modelli e i suoi limiti) è l’unico dei due sistemi compatibile con la libertà, ma esso può generare un forte spinta attrattiva in quanto la Legge intesa come principio sta già dentro le persone, anche se coperta da tonnellate di positivismo giuridico: quindi le persone, per trovarla, non devono guardare fuori di loro, ma, se qualcuno le aiuta a togliere il cemento del positivismo che la copre, dentro di loro. Il passaggio da un sistema cratocentrico peggiore a uno migliore, invece, oltre che a non risolvere il problema, non crea alcuna spinta propulsiva: le persone in questo caso infatti dovrebbero trarre energia da qualcosa che sta fuori di loro, non dentro di loro.

    Con sincera stima e gratitudine per i tuoi bellissimi articoli,

    Giovanni»

Comment

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s