La mentalità anti-scientifica

GIOVANNI BIRINDELLI, 30.8.2014

(Pubblicazione originale: Movimento Libertario)

 

L’approccio anti-scientifico ha diverse caratteristiche tipiche: una di queste è quella di fare appello a (e di considerare inviolabile) il “consenso acquisito”; un “consenso acquisito” che oggi, tra l’altro, nel caso delle scienze sociali, viene fabbricato dal potere politico con una catena di montaggio di cui le università e i media mainstream sono solo alcuni degli anelli. Questa caratteristica è tipicamente anti-scientifica perché, senza mettere continuamente e coerentemente in discussione il consenso acquisito, la scienza sarebbe ancora all’età della pietra, e noi con lei.

All’inizio del XVI secolo, il consenso acquisito era che fosse il Sole a orbitare attorno alla Terra: Keplero, sulla base di un’intuizione di Copernico (e che circa milleottocento anni prima fu di Aristarco[1]), dimostrò che era vero l’inverso.

Prima del 1871, il consenso acquisito era che il valore di una cosa fosse determinato da qualche sua proprietà (per esempio il numero di ore lavorate per produrla) e quindi che fosse oggettivo. Nel 1871 Carl Menger dimostrò che il valore di una cosa dipende interamente da quanta della sua proprietà una persona è disposta volontariamente a cedere in cambio di essa: cioè che il valore è soggettivo e dipende dalle preferenze e dalle priorità dell’individuo, e quindi da una conoscenza che solo lui ha e che si esprime attraverso le sue libere azioni di scambio.

Fino all’inizio del ventesimo secolo il consenso acquisito era che il tempo e lo spazio fossero concetti assoluti, cioè indipendenti dalla situazione in cui si trova chi li misura. Nel 1905, con la sua teoria speciale della relatività, Einstein dimostrò che era vero l’inverso: due eventi che sono simultanei per una persona che è seduta in panchina alla stazione non sono simultanei per una persona seduta su un treno in movimento a velocità costante; e, dal punto di vista della persona seduta in panchina alla stazione, il tempo dentro a un treno in movimento a velocità costante passa più lentamente di quanto passi il suo. Il tempo è quindi un concetto relativo (al sistema di riferimento inerziale[2] in cui uno si trova), non assoluto, e lo stesso discorso vale per lo spazio[3]. Sempre fino alla prima metà del ventesimo secolo il consenso acquisito era che l’accelerazione e la gravità fossero due concetti distinti: nel 1915 Einstein dimostrò che sono indistinguibili (teoria generale della relatività).

Oggi il consenso acquisito è, per esempio, che sia la legge a derivare dall’autorità. Il riconoscimento del fatto che solo l’inverso sia coerentemente sostenibile, e cioè che sia l’autorità a derivare dalla Legge (nel senso che «l’autorità deve essere rispettata perché (e fino a quando) difende una legge che [in quanto ordine spontaneo, vedi oltre] si presume esistere indipendentemente da essa»[4]), è oggi uno degli obiettivi della lunga battaglia in corso della scienza (sociale) contro la mentalità anti-scientifica, e della libertà contro il collettivismo.

La parte di gran lunga più importante della storia della scienza, in effetti, può essere letta come la storia della lotta contro il consenso acquisito. Lo scienziato, colui grazie al quale la scienza progredisce, è quindi colui che, spesso all’inizio solo contro tutti, facendo affidamento solo nella logica e nella coerenza astratta della sua ricerca, mette o comunque è sempre pronto a mettere coerentemente in discussione le basi, la struttura portante del consenso acquisito. Viceversa, possiamo definire “scientista”[5] l’ostacolo che lo scienziato trova sempre sulla sua strada: colui che, spesso accecato dall’arroganza e da un’implicita pretesa di onniscenza, ha paura del cambiamento (cioè dell’ignoto e del nuovo). Lo scientista è quindi la personificazione della mediocrità, della chiusura, del rifiuto a priori senza uno straccio di argomento razionale, della rinuncia al confronto e alla coerenza. In una parola, lo scientista è la personificazione del conservatorismo. Oggi, il posto dove c’è la concentrazione di gran lunga maggiore di scientisti, e quindi il posto in cui il progresso della scienza trova più ostacoli, è l’università: come dice Arthur Koestler, «L’inerzia della mente umana e la sua resistenza all’innovazione sono più chiaramente dimostrate non, come uno potrebbe aspettarsi, dalla massa ignorante (la quale è facilmente governata una volta che si è riusciti a fare presa sulla sua immaginazione) ma dai professionisti con un interesse privato nella tradizione e nel monopolio dell’educazione. L’innovazione è una doppia minaccia per le mediocrità accademiche: mette in pericolo la loro autorità oracolare ed evoca la più profonda paura che l’intero edificio intellettuale che esse hanno laboriosamente costruito possa crollare»[6].

Proprio perché la loro caratteristica principale è l’inclinazione a mettere in discussione la struttura portante del consenso acquisito o comunque la costante disponibilità a farlo, un tratto caratteriale che spesso distingue gli scienziati è la loro innata avversione e sana antipatia nei confronti dell’autorità. Nel caso di Einstein, per esempio, questa sana antipatia nei confronti dell’autorità fu un fattore determinante per lo sviluppo delle sue teorie rivoluzionarie nel campo della fisica: nelle parole di Walter Isaacson, «c’era un legame fra la sua creatività e la sua volontà di disobbedire all’autorità»[7]. Nella seconda parte della sua vita, quando Einstein perse questa inclinazione a ribellarsi («per punirmi del mio disprezzo dell’autorità, il fato ha trasformato me stesso in autorità»[8] disse a un certo punto) i suoi contributi scientifici furono molto più modesti. (Einstein tuttavia era un socialista e quindi il suo disprezzo nei confronti dell’autorità non era intellettualmente coerente: la discussione di questo punto, che ha implicazioni interessanti in relazione al confronto fra scienze sociali e scienze naturali, richiederebbe un articolo a sé). Questa caratteristica tipica degli scienziati (il disprezzo dell’autorità) è speculare e opposta a quella che non è difficile trovare fra gli scientisti: l’inclinazione alla genuflessione, all’inchino, all’accondiscendenza, al servilismo nei confronti dell’autorità dai cui favori dipendono, direttamente o indirettamente, il loro prestigio, il loro potere e il pagamento delle rate del mutuo. L’avversione nei confronti dell’autorità che spesso caratterizza gli scienziati è di solito ricambiata: l’autorità (politica o “scientista” che sia) si sente minacciata dalla scienza in quanto quest’ultima, per definizione, costituisce un pericolo per il consenso acquisito sul quale la prima basa il suo potere, e quindi tende a ignorarla, a denigrarla, a isolarla, a ostacolarla, a rifiutare il confronto con essa e a volte perfino a minacciarla e a perseguitarla. Poi, quando, nonostante tutto, la scienza prevale e produce un nuovo consenso acquisito, l’autorità, da ostile che era, diventa ossequiosa e il gioco ricomincia daccapo.

La vicenda dei copernicani è emblematica ma, mutatis mutandis, la stessa vicenda ha continuato e continua a ripetersi fino ai nostri giorni. Il caso tipico è quello della Scuola Austriaca di economia. Se mettiamo per un attimo da parte le profonde differenze metodologiche ed epistemologiche fra scienze sociali e scienze naturali (tornerò su questo punto nella seconda parte dell’articolo), è possibile trovare alcune analogie fra il caso degli economisti “austriaci” e quello degli astronomi copernicani. In entrambi i casi l’autorità fa il possibile per ostacolare la scienza. In entrambi i casi gli scientisti rifiutano a priori il confronto su basi logiche e razionali. In entrambi i casi le implicazioni delle scoperte scientifiche rimettono in discussione il rapporto fra l’uomo e la divinità: nel primo caso questa divinità era Dio, nel secondo è lo stato moderno (o totalitario). In entrambi i casi la battaglia è fra la semplicità e l’astrusità, fra la “deflazione legislativa” e l’“iperinflazione legislativa”, fra la non arbitrarietà e l’arbitrarietà[9]. In entrambi i casi il nocciolo della questione riguarda l’inversione di un sistema di riferimento: nel caso dei copernicani, la sostituzione del geocentrismo con l’eliocentrismo, mentre, nel caso degli austriaci, la sostituzione del positivismo giuridico (l’idea che sia la legge intesa come provvedimento particolare a derivare dall’autorità, cioè a “orbitare” attorno a essa) con la sovranità della Legge intesa come principio (l’idea che al contrario sia l’autorità a “orbitare” attorno alla Legge intesa come regola generale e negativa di comportamento individuale valida per tutti allo stesso modo, cioè a derivare da essa nel senso chiarito da Hayek nella citazione riportata sopra).

Infatti, per gli economisti della Scuola Austriaca il fatto per esempio che la stampa di denaro a corso forzoso produca crisi cicliche e il fatto che tale stampa di denaro, essendo una forma di contraffazione, per quanto legale (cioè rispettosa della “legge” fiat) è illegittima (cioè viola la Legge), non sono indipendenti: scienza economica, etica, filosofia politica e del diritto, non sono, nell’àmbito dello studio dell’azione umana, montagne diverse, ma versanti diversi della stessa montagna. Fra di esse c’è armonia. Esse sono inscindibilmente legate fra loro: lo studio dell’azione umana non può prescindere dallo studio dell’idea astratta di legge che limita quest’azione. Come dice Bruno Leoni, «anche quegli economisti che hanno difeso nel modo più brillante il libero mercato dall’interferenza delle autorità hanno, di solito, tralasciato la considerazione parallela che nessun libero mercato è veramente compatibile con un processo di legislazione centralizzato da parte delle autorità»[10]. Chi, pur non condividendolo, apprezza il valore scientifico del liberalismo classico o del libertarismo nella loro dimensione etica/filosofico politica, ma rifiuta il confronto con essi nella loro dimensione economica (e quindi con la Scuola Austriaca di economia), oppure chi fa il contrario, dimostra non soltanto di non conoscere o di non aver capito il liberalismo classico e il libertarismo, ma di non aver capito che cos’è la scienza economica: cioè di non aver capito che essa è lo studio dell’azione umana.

Nell’accademia, la probabilità di trovare un corso che si occupi, almeno in parte, di scienza economica (e quindi di Scuola Austriaca di economia), oggi è non molto superiore a quella di trovare una banca centrale che non commetta il crimine della contraffazione, cioè che non stampi denaro fiat a corso forzoso. Allo stesso modo in cui nella seconda metà del XVI secolo chi voleva trovare la scienza astronomica doveva guardare lontano dalle autorità “scientifiche”, oggi chi vuole trovare la scienza economica deve guardare lontano dalle università (in particolare, deve guardare a internet: a siti quali mises.org per esempio), così come chi vuole trovare il denaro onesto e quindi non inflazionabile dallo stato e dai suoi complici, deve guardare lontano dal denaro fiat e dalle banche centrali.

Tuttavia, qualche raro caso in cui anche la Scuola Austriaca di economia viene insegnata nelle università a volte oggi si trova, come nel caso del Professor Pascal Salin e del Professor Jesús Huerta de Soto, per esempio. Quando ciò avviene, gli scientisti, la cui fortuna dipende dalla sopravvivenza del consenso acquisito, spesso screditano gli scienziati e le università in cui questi insegnano, per esempio etichettando queste ultime come di “rango inferiore”. L’appellarsi al “rango” di un’università (sia per accreditare sé stessi che per screditare gli altri) è di per sé sempre indice chiaro e inequivocabile di assenza di argomenti, e quindi di mentalità anti-scientifica, oltre che di pessimo gusto. Così come esistono due tipi di donne, quelle che prendono eleganza dai vestiti che indossano e quelle che la hanno indipendentemente dai loro vestiti, così esistono due tipi di accademici: quelli il cui prestigio dipende da quello dell’università in cui insegnano, e quei pochi che, insegnando in un’università, le danno prestigio. Questi ultimi si riconoscono di solito dalla loro umiltà, dal fatto che non temono il confronto con chi ha idee diverse e dal fatto che, in questo confronto, ricorrono all’argomentazione logica coerente invece che al “consenso acquisito”, al “rango” di un’università o ad altre baggianate del genere. Tra l’altro, quando il rango di un’università è stabilito da coloro che sono schierati a difesa del consenso acquisito e quindi risulta essere tanto minore quanto maggiore è la disponibilità di quell’università ad assumere accademici che mettano in discussione quest’ultimo (cioè scienziati), allora siamo in presenza non solo di mancanza di argomenti, ma di molto peggio.

In ogni caso, come dicevo prima, se il “rango” dell’istituzione avesse qualche significato scientifico, allora penseremmo ancora che il tempo è un concetto assoluto: Einstein sviluppò la teoria della relatività mentre, grazie alla raccomandazione di un amico, aveva trovato lavoro come umile impiegato di un ufficio brevetti di Berna (altro che università di “rango inferiore”!). La ragione per cui dovette accettare quel posto fu essenzialmente che, a causa della sua riverenza nei confronti delle scienze naturali, e quindi della sua irriverenza nei confronti dell’autorità, si guadagnò l’avversione dei professori, i quali gli diedero voti bassissimi (fu promosso col classico “calcio in culo”) e gli fecero attivamente terra bruciata intorno impedendogli (caso unico nella prassi di quella scuola) di insegnare nel politecnico in cui aveva studiato. Per avere un’idea della portata dell’avversione dello scientismo alla scienza, basti pensare che il premio Nobel ad Einstein fu dato solo nel 1922 (la teoria speciale della relatività, che capovolse i concetti di tempo e di spazio, è del 1905) e per una sua scoperta relativamente minore sull’effetto fotoelettrico. Per molti aspetti è stato un bene che Einstein sia stato inizialmente e per lungo tempo osteggiato e rifiutato dalle università: questo gli ha garantito la libertà necessaria per produrre quattro articoli che hanno letteralmente rivoluzionato la fisica teorica: con tutta probabilità, nelle fortezze del consenso acquisito, l’“anno miracoloso” di Einstein (il 1905) sarebbe stato un anno come tutti gli altri.

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Un’altra caratteristica tipica dello scientismo, alla quale qui è possibile fare solo brevi cenni[11] (“brevi” per modo di dire) e che richiede un tipo di ragionamento più astratto di quello fatto fin qui, è quella di non fare distinzione fra le scienze naturali (e perfino la matematica) e le scienze sociali: di considerarle non due universi diversi ma parti diverse dello stesso universo scientifico. Si tratta di un errore madornale. Qui m’interessa accennare ad alcune delle ragioni per cui questo errore, che a prima vista può sembrare materia per topi di biblioteca, è una delle cause ultime della sistematica violazione, da parte dello stato totalitario, della libertà e quindi della decadenza economica: l’espansione artificiale del credito, ma anche la tirannia fiscale, per esempio (e quindi la decadenza economica), non sarebbero possibili se lo scientismo non prevalesse sulla scienza, cioè se le scienze sociali non venissero sistematicamente confuse con le scienze naturali.

Le scienze sociali sono diverse dalle scienze naturali semplicemente perché le caratteristiche generali dell’oggetto del loro studio sono fondamentalmente diverse. Per capire questa diversità e le implicazioni totalitarie ed economicamente disastrose del considerare scienze naturali e scienze sociali come parti diverse di uno stesso universo scientifico, è utile distinguere i seguenti tre tipi di ordine:

  1. Ordine naturale: questo non dipende dal “disegno” razionale dell’uomo (cioè da un suo “progetto a tavolino”) dall’azione umana. Un esempio è la legge di gravità: nessun uomo l’ha progettata a tavolino e questa esisterebbe anche se l’uomo non avesse abitato il pianeta Terra;
  2. Ordine razionale (o positivo): questo dipende sia dal disegno dell’uomo che dalla sua azione. Un esempio è la navetta Virgin Galactic per il turismo spaziale (www.virgingalactic.com): questa è stata progettata da degli ingegneri, tenendo conto anche della legge di gravità, e non esisterebbe senza le azioni degli operai che l’hanno costruita;
  3. Ordine spontaneo: questo dipende dall’azione dell’uomo ma non dal suo disegno. Un esempio è un’economia di mercato, o più correttamente catallassi[12]: la catallassi è costituita da un insieme di soggetti economici, p. es. organizzazioni (come le imprese), e di relazioni di scambio volontarie fra di esse. Senza le azioni delle persone (in particolare senza i loro sforzi per avviare e far crescere le loro imprese e senza gli scambi volontari fra i soggetti economici) quell’economia di mercato non esisterebbe: essa è dunque il risultato dell’azione dell’uomo. Ognuna di queste imprese è un ordine razionale (un’organizzazione), ma il risultato delle interazioni spontanee fra queste imprese nessuno lo ha progettato a tavolino: un’economia di mercato non è quindi il risultato del disegno razionale dell’uomo (non è, a differenza dell’economia di piano, un’organizzazione). Altri esempi di ordine spontaneo sono il denaro, la lingua, la Legge intesa come principio[13].

Le scienze naturali sono fondamentalmente diverse dalle scienze sociali in quanto, mentre l’oggetto delle prime sono gli ordini naturali, l’oggetto delle seconde sono gli ordini spontanei. Per le ragioni che ho appena accennato, le caratteristiche generali di questi due tipi di ordine sono completamente diverse fra loro: a differenza delle particelle di gas o delle molecole d’acqua, gli uomini pensano, scelgono e agiscono razionalmente.

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Da questa diversità “costitutiva” fondamentale fra le scienze sociali e quelle naturali discendono anche importanti differenze metodologiche. Quando Einstein predisse la deviazione della luce ad opera di un campo gravitazionale, fornì un numero preciso: 0.85 secondi d’arco. Questo numero era sbagliato (quello giusto era circa la metà: 43 secondi d’arco) e, se lo scoppio della prima guerra mondiale non avesse impedito la verifica sperimentale della sua teoria (la quale richiedeva un’eclissi totale che era osservabile solo in Russia: paese non più raggiungibile dopo l’inizio del conflitto), Einstein avrebbe fatto una brutta figura in quanto la sua teoria si sarebbe dimostrata sbagliata. Egli trovò da solo l’errore e all’eclissi successiva, nel 1919 (questa volta osservabile), la sua teoria si rivelò corretta in quanto confermata esattamente dalla sperimentazione. In altre parole, nelle scienze naturali la verifica empirica può confermare o invalidare una teoria. Nelle scienze sociali, invece, la validità di una teoria non può essere né confermata né invalidata dai dati empirici. I fenomeni delle scienze sociali sono infatti fenomeni complessi. Da un lato, questo fa sì che uno stesso fenomeno empirico possa essere usato per dimostrare teorie opposte: come dice Mises, «l’esperienza di un fenomeno complesso (e non ci sono altri tipi di fenomeni nel regno dell’azione umana) può sempre essere interpretata sulla base di varie teorie antitetiche. Il fatto che un’interpretazione sia da considerarsi soddisfacente o meno dipende dalla valutazione delle teorie in questione, valutazione che è stabilita ex-ante sulla base di ragionamenti aprioristici»[14]. Dall’altro, il fatto che i fenomeni sociali sono infinitamente complessi implica che innumerevoli fattori (solo alcuni dei quali conoscibili) possono impedire o ritardare il verificarsi di una conseguenza prevista dalla teoria. La validità di una teoria va quindi ricercata, ex ante, nella sua logica e coerenza interna, non ex post nella verifica empirica. Fare questo è possibile perché nel caso delle scienze sociali ci sono strumenti che non sono disponibili in quello delle scienze naturali, come l’introspezione ad esempio. Hayek fu fortunato a vivere così a lungo da poter vedere il crollo dell’Unione Sovietica che aveva previsto. Si trattò appunto di fortuna: la sua teoria dimostrava che il crollo dell’Unione Sovietica era una necessità scientifica, ma non consentiva di prevedere quando esattamente ciò sarebbe avvenuto. Infiniti fattori avrebbero potuto anticipare o ritardare, anche indefinitamente, l’evento. La stessa teoria (quella della Scuola Austriaca di economia), sulla base degli stessi argomenti di fondo, oggi dimostra che il collasso del sistema economico interventista è una necessità scientifica, ma nessuno può prevedere esattamente quando avverrà (anche se i segnali a cui stiamo assistendo sembrano tutti confermare che il momento non è lontano). La teoria della Scuola Austriaca di economia non è valida perché ha previsto il crollo dell’Unione Sovietica, ma per la sua logica e coerenza interna: essa sarebbe valida anche se l’Unione Sovietica non fosse ancora collassata.

Un’altra differenza metodologica riguarda il ricorso alla matematica. Nelle scienze naturali, la matematica, che è una scienza esatta, è uno strumento in molti casi imprescindibile non solo per l’esposizione della teoria ma anche per la sua scoperta. Le intuizioni che stanno alla base della fisica newtoniana vennero da Robert Hooke, non da Newton[15]. Hooke, tuttavia, non aveva capacità matematiche comparabili a quelle di Newton[16]: quindi fu Newton che, formalizzando matematicamente quelle intuizioni e sviluppandole, diede forma esatta e definitiva alle leggi fisiche che stavano dietro al sistema eliocentrico scoperto da Keplero. Einstein stesso, che, partendo da un’intuizione, scoprì ed espose la teoria speciale della relatività quasi senza il ricorso alla matematica (che padroneggiava relativamente male all’epoca), poté, sempre partendo da un’intuizione, scoprire la teoria generale della relatività solamente grazie alla matematica, che nel frattempo si era messo a studiare chiedendo aiuto a un ex compagno di università. La matematica, tuttavia, nelle scienze naturali, per quanto fondamentale, è solo uno strumento, un aiuto: quindi è una cosa diversa da esse. La seconda parte della vita di Einstein fu scientificamente molto più modesta della prima non solo perché egli aveva attutito lo spirito ribelle nei confronti dell’autorità, ma anche perché nella sua ricerca la matematica aveva preso il sopravvento, diventando quasi fine a sé stessa, e non c’era quasi più fisica: non c’erano più intuizioni.

Se nelle scienze naturali la matematica può essere uno strumento indispensabile al loro avanzamento, nel campo delle scienze sociali, invece, e in particolare nella scienza economica, la matematica è uno strumento indispensabile al loro arretramento. Le ragioni per cui «il metodo matematico [nell’economia] deve essere rigettato non solo sulla base della sua inutilità. È un metodo completamente sbagliato, che parte da assunzioni false e porta a conclusioni errate»[17] sono varie e complesse e, per motivi di spazio, rimando al testo Human Action di Ludwig von Mises[18] per una loro esposizione. Qui mi interessa osservare che il ricorso alla matematica in economia (che ha i limiti che Mises espone nel suo trattato) è una tecnica che hanno gli scientisti per nascondersi. L’economia è la scienza dell’azione umana e in quanto tale essa può essere esposta in modo da essere accessibile a ogni persona che abbia la volontà, la disciplina e il tempo di studiarla: i formalismi matematici non aggiungono mai nulla. Ci sono pochissimi testi scientifici della Scuola Austriaca di economia che io conosca che non siano immediatamente comprensibili a qualcuno che si avvicini alla scienza economica per la prima volta. Principi fondamentali di economia e Sul metodo delle scienze sociali di Menger; The Theory of Money and Credit e Human Action di Mises; The Mystery of Banking e Man, Economy and State di Rothbard; Monetary Theory and the Trade Cycle e Prices and Production di Hayek, per esempio, sono tutti testi accessibili a qualunque persona che voglia leggerli. Lo sforzo della maggiore semplicità possibile è sempre evidente e a volte perfino espresso in prefazione. I libri della Scuola Austriaca sono stati scritti per essere letti e capiti tanto dagli scienziati quanto dai non-scienziati. Gli austriaci, avendo argomenti solidi, non hanno paura dell’apertura, del confronto. In questo senso la semplicità e l’accessibilità dei loro testi sono un segno dell’umiltà che caratterizza quasi tutti gli scienziati della Scuola Austriaca. I formalismi matematici, invece, oltre che partire da premesse sbagliate (come ad esempio quella della comparabilità delle utilità individuali) e portare fuori strada (per esempio allo studio di un fantomatico “equilibrio” invece che a quello del processo di mercato, il quale può essere capito solo studiando l’azione umana), chiudono l’entrata ai non addetti ai lavori, creano una cortina di mistero attorno al lavoro degli scientisti che così possono continuare a servire il potere al riparo dal senso comune delle persone.

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Abbiamo visto alcune delle ragioni per cui le scienze naturali e quelle sociali sono fondamentalmente diverse fra loro, nella loro natura e nella loro metodologia. Rimane da capire perché la confusione fra le due (lo scientismo) implica necessariamente totalitarismo e decadenza economica di lungo periodo. Per capire le ragioni per cui ciò avviene è necessario riflettere sul ruolo che gli scopi e la conoscenza individuali giocano nei tre diversi tipi di ordine descritti sopra: quello naturale, quello razionale (o positivo) e quello spontaneo.

In un ordine naturale, per ovvie ragioni, gli scopi e la conoscenza individuali non giocano alcun ruolo: non essendo la legge di gravità il risultato né dell’azione dell’uomo né del suo progetto razionale, per esempio, essa non esiste in funzione di alcuno scopo particolare deciso da qualcuno e la conoscenza dell’uomo è irrilevante per la sua esistenza.

In un ordine razionale (o positivo), invece, lo scopo è quello di colui che lo ha progettato o ne ha commissionato la progettazione: nel caso della navetta Virgin Galactic, per esempio, questo scopo è realizzare un profitto attraverso il turismo spaziale. Anche la conoscenza rilevante per la costruzione della navetta è quella di chi l’ha progettata: gli operai che l’hanno costruita hanno seguìto le istruzioni e i comandi di chi l’ha progettata. Nella loro vita (per esempio nella scelta del loro lavoro) essi agiscono (se vivono in una società libera) in funzione dei loro scopi individuali e sulla base della loro conoscenza individuale (p. es. delle loro priorità, delle loro capacità, ecc.); tuttavia, nell’àmbito del loro lavoro come operai della Virgin Galactic, essi devono agire in funzione di uno scopo stabilito dall’alto e sulla base di una conoscenza che non è la loro[19].

In un ordine spontaneo, infine, lo scopo e la conoscenza da cui dipende l’esistenza dell’ordine stesso non sono quelli di chi lo ha progettato (in quanto nessuno lo ha progettato), ma quelli di chi, senza che fosse minimamente nelle sue intenzioni, ha contribuito a realizzarlo: cioè dei singoli individui. Nel momento in cui Tizio, in base ai suoi scopi e alla sua conoscenza di quali sono le sue priorità, i suoi gusti, le possibilità che offre il mercato, ecc., decide una particolare allocazione fra consumo e risparmio, cioè fra tempo presente e tempo futuro, egli non ha minimamente intenzione di contribuire alla formazione del tasso d’interesse di mercato (la cui componente primaria è proprio il prezzo della preferenza temporale), ma questo è esattamente ciò che sta facendo; e il tasso d’interesse di mercato, come ogni altro prezzo (e anzi più di ogni altro prezzo), sincronizza le preferenze delle persone all’interno del sistema economico e quindi consente investimenti economicamente sostenibili, che senza di esso non sarebbero possibili.

L’aspetto fondamentale di un ordine spontaneo, quello che lo rende incomprensibile agli scientisti, è proprio il fatto che le persone che vi partecipano, agendo in funzione dei loro scopi particolari e sulla base di una conoscenza che hanno solo loro individualmente, realizzano qualcosa di utile, anche per gli “altri”, senza che ciò sia minimamente nelle loro intenzioni. Gli scientisti non riescono ad accettare questo fatto (la famosa “mano invisibile” di Adam Smith) in quanto non riescono a concepire qualcosa che possa essere utile all’uomo senza che sia stato progettato da qualcuno. Essi, in altre parole, non riescono a concepire un ordine spontaneo. Così lo sostituiscono con l’ordine razionale, per esempio sostituiscono il tasso d’interesse di mercato con quello deciso arbitrariamente dal pianificatore (le banche centrali); il denaro col denaro fiat; il libero mercato (cioè il capitalismo) con l’interventismo economico da parte dello stato; la solidarietà con la coercizione; la Legge (la regola generale di comportamento individuale che esiste indipendentemente dalla volontà dell’autorità e che quindi costituisce un limite al suo potere) con la “legge” fiat (il provvedimento particolare che è espressione della volontà dell’autorità e che quindi costituisce uno strumento di potere al suo servizio).

Tuttavia, così facendo, essi producono da un lato la tirannia e, dall’altro, la catastrofe economica. La tirannia, perché, nell’ “ingegneria sociale”, le persone sono trasformate in operai al servizio degli obiettivi collettivi (il famoso “interesse generale”, il “bene comune” e altre idiozie simili) definiti e imposti arbitrariamente dal pianificatore centrale. Nelle parole di Hayek, «Coloro […] che non riescono a concepire nulla che serva gli scopi dell’uomo che non sia stato razionalmente disegnato sono quasi necessariamente nemici della libertà. Per loro libertà significa caos»[20]. La catastrofe economica, perché la funzione sistemica dell’ordine spontaneo (nel nostro esempio il tasso d’interesse e, più in generale, il sistema dei prezzi, ma lo stesso discorso vale per ogni ordine spontaneo) dipende dalla conoscenza di coloro che hanno contribuito alla realizzazione di quest’ordine senza che fosse minimamente nelle loro intenzioni. Questa conoscenza è individuale; è anche di tempo e di luogo; è dispersa capillarmente fra le persone; ed è infinitamente maggiore, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo, di quella che qualunque pianificatore o gruppo di pianificatori, per quanto “saggi”, “esperti” o facenti uso dei più potenti computers, possono possedere (vedi qui). Nel momento in cui, con la sostituzione di un ordine razionale a uno spontaneo, questa conoscenza capillare e periferica viene sostituita con la conoscenza centralizzata del pianificatore, la funzione fondamentale che svolgeva l’ordine spontaneo (nel nostro esempio il tasso d’interesse di mercato e più in generale il sistema dei prezzi) non può più essere svolta e il sistema economico entra gradualmente in crisi, per poi crollare. Nel caso dei prezzi (e quindi anche del tasso d’interesse), l’effetto della sostituzione di un ordine razionale a uno spontaneo, nella felice immagine di Mises, è quello di una barca nella nebbia che perde la bussola e qualunque altro sistema di orientamento: «Il problema fondamentale del socialismo è un problema di calcolo economico […] [Senza prezzi, cioè con la sostituzione di “prezzi” decisi dai burocrati ai prezzi di mercato] diventa impossibile per i managers di una comunità socialista fare calcoli. […] [Essi] sarebbero in una posizione simile a quella del capitano di una nave che debba attraversare l’oceano con le stelle coperte dalla nebbia e senza l’aiuto di una bussola o di altro strumento per l’orientamento nautico». Uno dei fattori che hanno ritardato il collasso dell’Unione Sovietica fu il fatto che, essendo impossibile fissare i prezzi al di fuori del libero mercato, per capire quali avessero senso essa copiava quelli dell’Occidente: «I tentativi dei Bolscevichi russi e dei Nazisti tedeschi di trasformare il socialismo da programma in realtà non hanno dovuto affrontare il problema del calcolo economico in un sistema socialista. Questi due sistemi socialisti stanno funzionando [Mises scrive nel 1944] all’interno di un mondo che in gran parte è ancora basato sull’economia di mercato. I governanti di questi stati socialisti basano i calcoli sui quali prendono le loro decisioni sui prezzi stabiliti all’estero. Senza l’aiuto di questi prezzi le loro azioni sarebbero senza scopo e senza direzione»[21].

L’interventismo, cioè la sostituzione di un ordine razionale a uno spontaneo (basti pensare alla manipolazione monetaria e del credito, al corso forzoso, alla spesa pubblica, agli “investimenti pubblici”, ai dazi, ai sussidi, alle regolamentazioni al di là della Legge intesa come principio generale, alla discriminazione fiscale, alle tasse, ecc. ecc.), distrugge ogni cosa viva, non solamente il sistema dei prezzi (e la distruzione di quest’ultimo, da sola, basterebbe ad annientare il sistema economico): distrugge l’estro delle persone, la loro vitalità intellettuale, l’inclinazione a provarci, il loro coraggio, la loro individualità, la loro creatività, la loro imprenditorialità. Tutte cose che ci vuole un tratto di penna a distruggere e un tempo lunghissimo perché ricrescano, visto che possono farlo solo spontaneamente.

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In conclusione, due caratteristiche fondamentali dello scientismo in generale, e di quello economico in particolare, sono il fare riferimento al consenso acquisito e il confondere le scienze sociali con le scienze naturali. Lo scientismo sta alla scienza come la “legge” fiat sta alla Legge e come la prostituzione intellettuale sta alla libertà di pensiero. La prevalenza dello scientismo sulla scienza produce tirannia e decadenza economica. Fino a ieri lo scientismo, in particolare economico, aveva vita facile perché poteva svolgere la funzione di gate-keeper: chi voleva studiare la scienza economica trovava barriere all’entrata molto alte. Oggi internet, disintermediando la scienza (e anche il denaro, grazie alle monete digitali come Bitcoin), sta cambiando i rapporti di forza. Si tratta di un processo che è appena iniziato e la strada non sarà in discesa. Ma nel lungo periodo (quello in cui «saremo tutti morti», per usare la frase di colui che ha prodotto le “teorie” che hanno seguito e continuano a seguire coloro che hanno provocato l’attuale crisi economica come le precedenti), ci sono ragioni per essere ottimisti: l’apertura prevarrà sulla chiusura, l’umiltà sull’arroganza, gli argomenti logici sul consenso acquisito e sul rango delle università, la coerenza sulla mediocrità, il coraggio sulla codardia. Come dice Gary North in un recente articolo, basta avere pazienza: il tempo oggi gioca a favore della Scuola Austriaca di economia.

 

NOTE:

[1] Hoskin M., 1999, The Cambridge Concise History of Astronomy (Cambridge University Press, Cambridge), p. 33-34.

[2] Un sistema di riferimento inerziale è «una situazione in cui gli osservatori si muovono a velocità costante gli uni relativamente agli altri – uniformemente in linea retta a velocità costante» Isaacson W., 2008, Einstein: his life and universe (Simon & Schuster Paperbacks, New York), p. 108, traduzione mia.

[3] La combinazione dello spazio e del tempo, tuttavia, lo spaziotempo, rimane costante: per questo Einstein voleva chiamare la sua teoria “dell’invarianza” e non “della relatività” come ha finito invece per essere chiamata.

[4] Hayek, 1998 [1973], Law, Legislation and Liberty (Routledge, London), Vol. 1, p. 95, traduzione mia.

[5] Il termine è di Hayek che lo usò in relazione a coloro che confondono le scienze sociali con le scienze naturali. Io qui estendo l’uso del termine anche a coloro che si appellano al consenso acquisito in quanto la confusione fra scienze sociali e naturali e l’appellarsi al consenso acquisito non sono, a mio modo di vedere, fenomeni indipendenti.

[6] Koestler A., 1959, The Sleepwalkers (Penguin, London), p. 433, traduzione mia.

[7] Isaacson W., 2008, Einstein: his life and universe (Simon & Schuster Paperbacks, New York), p. 317, traduzione mia.

[8] Citato in Isaacson W., 2008, Einstein: his life and universe (Simon & Schuster Paperbacks, New York), p. 317, traduzione mia.

[9] Vedi Kuhn, T. S., 2003 [1957], The Copernican Revolution (Harvard University Press, Harvard).

[10] Leoni, B., 2000 [1961], La Libertà e la legge (Liberilibri, Macerata), p. 102.

[11] Per chi volesse approfondire l’argomento, un testo meraviglioso da cui partire secondo me è The Counter-Revolution of Science Friedrick A. von Hayek [Hayek F.A., 1979 [1952], The Counter-Revolution of Science (Liberty Fund, Indianapolis)] e anche Sul metodo delle scienze sociali di Carl Menger [Menger C., 1996 [1882], Sul metodo delle scienze sociali (Liberilibri, Macerata)] da cui il testo di Hayek, che è più aggiornato, prende le mosse.

[12] La frase “economia di mercato” è una contraddizione in termini: il significato originario della parola “economia” è infatti quello di «amministrazione, specialmente delle cose domestiche» (www.etimo.it). La parola “economia” si riferisce quindi originariamente a un’organizzazione: l’oikia era l’autosufficiente comunità familiare di tipo tribale in cui per di più «non c’era distinzione fra ‘privato’ e ‘pubblico’» [Oakeshott, M., 2006, Lectures in the History of Political Thought (Imprint Academic, Exeter & Charlottesville), p. 50, traduzione mia]. L’“economia” è quindi un ordine razionale, non un ordine spontaneo. Per indicare l’ordine spontaneo del libero mercato, Hayek forma la parola catallaxy (in italiano catallassi), di cui si «innamora» [Hayek, F. A., 1978, New Studies in Philosophy, Politics and Economics (Routledge and Kegan Paul, London), p. 60, traduzione mia] per la sua etimologia, che effettivamente è molto bella. Hayek deriva la parola catallaxy da catallactics, termine a cui già Mises in Human Action era ricorso per indicare la “scienza economica” senza essere costretti a usare la parola “economia” (economics) che appunto è inadeguata per le ragioni dette. La parola catallactics deriva dal verbo greco katallassein (o katallattein) che in greco antico significa non solo «scambiare» (di qui la maggiore appropriatezza della parola catallactics rispetto alla parola economics per indicare la scienza che si occupa dello studio di quel tipo particolare di ordine spontaneo costituito dal libero mercato) ma anche «accogliere nella comunità» e «trasformare il nemico in amico» [Hayek, F. A., 1998 [1976], Law, Legislation and Liberty (Routledge, London & New York), Vol. 2, pp. 108-109, traduzione mia]. In fondo non sono questi alcuni degli effetti più belli del libero mercato? Non è forse anche attraverso i liberi scambi individuali che si creano legami fra persone e fra culture? Non era forse a qualcosa di simile che si riferiva Frédéric Bastiat quando diceva che se attraverso un confine non ci passano le merci prima o poi ci passano gli eserciti? Da catallactics, la scienza che studia l’ordine spontaneo del mercato, Hayek deriva la parola catallaxy per indicare l’oggetto di quello studio: l’ordine spontaneo del libero mercato (o, più impropriamente, la cosiddetta “economia di mercato”). In quanto segue userò il termine improprio “economia di mercato” per non creare confusione con un termine nuovo e incomprensibile a chi non avesse la pazienza di leggersi questa lunga nota.

[13] Al contrario della “legge” fiat che, essendo il prodotto della decisione di un’autorità, è un ordine arbitrario, la Legge è il risultato di un processo spontaneo di selezione culturale di usi e convenzioni di successo: quindi essa è, come la lingua, un ordine spontaneo.

[14] Mises, L., 2007 [1949], Human Action: A Treatise on Economics (Liberty Fund, Indianapolis), Vol. 1, p. 41, traduzione mia.

[15] Hoskin M., 1999, The Cambridge Concise History of Astronomy (Cambridge University Press, Cambridge), pp. 133-34.

[16] Hoskin M., 1999, The Cambridge Concise History of Astronomy (Cambridge University Press, Cambridge), p. 144.

[17] Mises, L., 2007 [1949], Human Action: A Treatise on Economics (Liberty Fund, Indianapolis), Vol. 2, p. 350, traduzione mia.

[18] In particolare, Mises, L., 2007 [1949], Human Action: A Treatise on Economics (Liberty Fund, Indianapolis), Vol. 2, pp. 256, 333 e soprattutto 350-56.

[19] L’organizzazione non è una struttura sociale totalitaria o economicamente dannosa, al contrario: la realizzazione di quasi ogni progetto umano dipende dall’esistenza di una struttura organizzativa e quindi di un ordine razionale. Ciò che, come vedremo fra poco, è devastante, non solo dal punto di vista etico ma anche da quello economico, è la “gestione” della “società” nel suo complesso (p. es. dell’economia) come se fosse un’organizzazione e cioè la sostituzione, in quest’àmbito, di un ordine sociale spontaneo con un ordine sociale razionale.

[20] Hayek, F. A., 1999 [1960], The Constitution of Liberty (Routledge, London & New York), p. 61, traduzione mia.

[21] Mises, L., 1985 [1944], Omnipotent Government (Libertarian Press, Grove City), p. 57-58, traduzione mia.

One thought on “La mentalità anti-scientifica

  1. Giovanni September 3, 2014 / 1:05 am

    “[Galileo] dovrebbe essere armato contro coloro che, avendo un carattere acido, criticano ogni cosa nuova, che considerano incredibile ciò che non conoscono e che considerano una terribile malvagità ogni cosa che sia al di là dei soliti confini della filosofia aristotelica” [Keplero, citato in Caspar M., 1993 [1959], Kepler (Dover Publications, New York), p. 194, traduzione mia]

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