La manipolazione monetaria e la Legge

GIOVANNI BIRINDELLI, 30.11.2014

(Video e testo dell’intervento tenuto alla conferenza Interlibertarians, Lugano 30.11.2014. Ripubblicato da Movimento Libertario)

Buonasera. Vorrei ringraziare Interlibertarians per l’invito, e in particolare Rivo Cortonesi, Leonardo Facco e Luca Fusari.

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Col termine manipolazione monetaria e del credito mi riferirò a tutte quelle misure coercitive illegittime (anche se legali) volte all’impedimento del libero e spontaneo processo di mercato nei settori della moneta e del credito.

Queste misure includono ogni forma di interventismo che agisce direttamente su questi settori. Quindi, fra gli altri, includono il corso forzoso, la stampa di denaro fiat da parte delle banche centrali, la fissazione arbitraria del tasso d’interesse da parte delle stesse (in effetti l’esistenza stessa delle banche centrali), la riserva frazionaria, l’assicurazione di stato sui depositi bancari, la nazionalizzazione delle banche in difficoltà (a partire da quelle too big to fail), ogni forma di aiuto pubblico a queste banche, le discriminazioni fiscali e quelle normative a beneficio dei titoli del debito pubblico, il divieto dell’uso del contante, le regolamentazioni restrittive sui metalli preziosi e sulle monete matematiche come Bitcoin, la creatività propagandistica sugli indici statistici, del tipo di quella che voleva includere la prostituzione nel calcolo del PIL (e, oltre che sul PIL stesso come indice statistico, ci sarebbe da discutere sul concetto di prostituzione, perché se questa viene intesa in senso etimologicamente corretto dovrebbe includere in primo luogo la prostituzione intellettuale, che come sappiamo negli attuali regimi collettivisti non è un bene economicamente scarso).

Come noto a coloro che coerentemente vedono l’economia nel suo complesso (micro e macro) come la scienza che studia l’azione umana, la manipolazione monetaria e del credito necessariamente nel lungo periodo produce crisi e impoverimento. Col termine impoverimento non mi riferisco solo a quello che stiamo osservando e che sempre più continueremo a osservare in Italia per esempio, cioè a quello assoluto (la decadenza economica); mi riferisco anche a quello relativo: cioè a una prosperità inferiore a quella che ci sarebbe stata in assenza di manipolazione monetaria e del credito, caso che probabilmente è più vicino a quello della Svizzera.

Nelle parole di Mises, «un boom da espansione artificiale del credito deve necessariamente condurre a un processo che il linguaggio di tutti i giorni chiama depressione». Le ragioni scientifiche sono spiegate nei testi della Scuola Austriaca di Economia, e in estrema sintesi consistono nel fatto che l’inflazione monetaria, e in particolare l’espansione del credito che non ha alle spalle un aumento del risparmio, creano delle distorsioni nei processi di mercato, nei prezzi, e nel tasso d’interesse. Queste distorsioni, questi segnali sbagliati agli agenti economici, si riflettono in distorsioni della struttura produttiva e quindi in investimenti economicamente non sostenibili nel lungo periodo (malinvestments), i quali sono alla base delle fasi di bolla e recessione del ciclo economico.

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Questo mio intervento non si concentrerà tuttavia sugli aspetti strettamente economici della manipolazione monetaria e del credito, bensì su quelli giuridici, i quali non sono indipendenti dai primi e anzi ne costituiscono l’altra faccia della medaglia. Libero mercato e Legge non possono infatti esistere l’uno senza l’altro: la violazione dell’uno implica necessariamente la violazione dell’altro. Nell’ultima parte di questo intervento, sulla base delle seguenti considerazioni giuridiche, farò alcune considerazioni strategiche.

Naturalmente, non avendo una particolare inclinazione alla servitù, col termine Legge non mi riferisco alla “legge” fiat, cioè al provvedimento particolare frutto della decisione arbitraria di un’autorità (che questa autorità sia la maggioranza dei cittadini, la maggioranza dei loro rappresentanti o un dittatore, non fa alcuna differenza).

Né mi riferisco alla common law di origine anglosassone, la quale, pur essendo per certi versi migliore del positivismo giuridico (cioè della “legge” fiat) in quanto in parte riferita ai principi generali, può essere (ed è stata storicamente, non solo nel caso che qui ci interessa: quello della manipolazione monetaria e del credito) incompatibile con la libertà e con un’adeguata difesa dei diritti di proprietà. Questo a causa del fatto che la sua scoperta e difesa è basata non strettamente ed esclusivamente sulla coerenza astratta ma a volte anche su un arbitrariamente definito “interesse generale” e, pesantemente, sulle decisioni precedenti, perfino nel caso in cui fossero riconosciute sbagliate dagli stessi “law-makers” e cioè in questo caso dai giudici (dottrina dello stare decisis).

No. Avendo un’irrefrenabile passione per la libertà, col termine Legge mi riferisco alla regola generale e negativa di comportamento individuale che, in quanto ordine spontaneo, esiste indipendentemente dalla volontà di qualunque maggioranza e di qualunque autorità; che deve valere per tutti, stato per primo, allo stesso modo; e la cui scoperta e difesa sul piano dei princìpi da un lato si basa esclusivamente sulla coerenza logica e astratta, e, dall’altro, richiede separazione dal potere politico.

Per quanto nelle attuali “democrazie” totalitarie la manipolazione monetaria e del credito sia naturalmente legale (cioè rispetti per esempio la “legge” fiat) essa è illegittima (cioè viola la Legge). In altre parole è un crimine. Come sostiene Hayek, «La storia della gestione del denaro da parte dello stato … è stata una storia di incessante frode e inganno». Anche chi la difende con argomenti “economici”, di solito evita accuratamente di considerarla sotto il profilo della legittimità perché essa, sotto questo profilo, è indifendibile.

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Il caso della stampa di denaro fiat da parte delle banche centrali, ad esempio, è piuttosto ovvio. Il fatto che costituisce un atto di contraffazione non richiede ragionamenti particolarmente sofisticati. Non c’è infatti differenza alcuna, su un piano di principio, fra una lavanderia che, quando un cliente porta un cappotto di Cachemire a lavare, sostituisce parte di quella lana pregiata con tessuto sintetico, diminuendo così il valore di quel cappotto, e una banca centrale che, inflazionando il denaro fiat, ne diminuisce il potere d’acquisto per coloro che lo ricevono per ultimi a vantaggio di coloro che lo ricevono per primi (i pochi privilegiati vicini al contraffattore e allo stato da cui il primo sarebbe “indipendente”).

Una differenza importante fra il caso della lavanderia e quello della banca centrale, tuttavia, è che il cliente della lavanderia non è obbligato a usare quest’ultima, quindi se si accorge della contraffazione può cambiare lavanderia, oltre che perseguirla legalmente. Grazie al corso forzoso, tuttavia (che è reso possibile dalla sostituzione della Legge con la “legge” fiat), il “cliente” della banca centrale è costretto con la violenza e/o la sua minaccia a usare il denaro fiat da questa inflazionato. Inoltre, a causa del fatto che il bene contraffatto è denaro e non un cappotto di Cachemire, la contraffazione del primo, a differenza di quella del secondo, produce necessariamente crisi e impoverimento generalizzati, a cui il “cliente” della banca centrale difficilmente può sottrarsi.

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Un caso di manipolazione monetaria e del credito più complicato di quello ovvio della stampa di denaro fiat è quello della riserva frazionaria. Che questo caso sia più complicato è mostrato anche dal fatto che, su di esso, fra coloro che difendono le ragioni del libero mercato contro la sovietizzazione del sistema monetario, non c’è identità di vedute.

Come noto, la riserva frazionaria è quel sistema tale per cui le banche prestano ad altri (o comunque investono) una parte del denaro depositato dai correntisti, in questo modo creando a catena denaro dal nulla. Con un coefficiente di riserva obbligatoria dell’1%, il sistema bancario nel suo complesso, a partire da 1.000 euro di depositi, può creare dal nulla fino a 99.000 euro di credito ex novo, cioè di denaro finto. Come osserva Rothbard, le banche che adottano il sistema della riserva frazionaria sono sempre necessariamente in bancarotta: in caso di corsa agli sportelli (la quale a lungo termine è un effetto necessario della stessa espansione artificiale del credito) i soldi da restituire semplicemente non ci sarebbero e il sistema bancario crollerebbe. Di qui il bisogno di avere le banche centrali come prestatrici di ultima istanza e come stampatrici di denaro fiat a corso forzoso per scaricare sulle spalle di Mario Rossi, mediante la perdita del potere d’acquisto dei suoi risparmi e mediante la crisi, le conseguenze economiche del privilegio concesso alle banche.

Perché di questo si tratta: di un privilegio. Per la gran parte degli austriaci, la riserva frazionaria infatti è illegittima e, in particolare, è un atto di appropriazione indebita. Quando lo stato ha capito che gran parte del denaro creato dal nulla grazie alla riserva frazionaria poteva finire nell’acquisto dei titoli del debito pubblico, e quindi poteva contribuire alla sua espansione, lo stato ha concesso alle banche il privilegio di poter commettere legalmente il reato di appropriazione indebita. Si è creata così, nelle parole di Huerta de Soto, la «complicità e la simbiosi» fra stato e banche.

Alla base del fatto che secondo la gran parte degli austriaci la riserva frazionaria è un atto di appropriazione indebita c’è la fondamentale differenza fra il deposito, in cui non c’è perdita di disponibilità del bene depositato, e il prestito, in cui invece c’è perdita di disponibilità del bene prestato.

Può essere utile ricordare che esistono due tipi di deposito, che qui possiamo etichettare deposito distinto e indistinto. Il deposito distinto è quello in cui viene mantenuta la disponibilità di un bene particolare (distinto dagli altri) e, al ritiro del deposito, è proprio quel bene particolare che deve essere restituito: pensiamo a una persona che parcheggia la sua automobile in un parcheggio. Il deposito indistinto è invece quello in cui viene mantenuta la disponibilità, non di un bene particolare, ma del cosiddetto tantundem, cioè di beni nella stessa quantità e della stessa qualità di quelli depositati: pensiamo al deposito del denaro in banca, in cui non ci interessa che possiamo prelevare le stesse banconote che abbiamo depositato ma la stessa somma di denaro. Coloro che, all’interno di un sistema basato in generale sulla manipolazione monetaria e del credito, difendono la riserva frazionaria nel caso del deposito indistinto (ma non in quello del deposito distinto), lo fanno sulla base delle differenze fra i due casi. Tuttavia queste differenze sono meramente delle differenze tecniche, non sostanziali. Sia il deposito distinto che quello indistinto sono forme di deposito e quindi in entrambi i casi si ha l’obbligo del mantenimento della disponibilità: i due casi, su questo piano, coincidono. In altre parole, per gli austriaci, sul piano della legittimità, una banca che adotta il sistema della riserva frazionaria è paragonabile a un proprietario di un parcheggio che affitti le auto parcheggiate.

Per altri sostenitori del libero mercato (che qui etichetterò col termine improprio free bankers), invece, la riserva frazionaria non è in sé un atto illegittimo: ciò che per essi (così come per gli austriaci naturalmente) è illegittimo sono gli altri elementi della manipolazione monetaria e del credito che proteggono le banche e i loro clienti dalle necessarie conseguenze economiche dirette della riserva frazionaria, e quindi che la rendono possibile.

L’obiezione principale dei free bankers alla tesi degli austriaci è in sostanza che se una persona non potesse decidere in piena consapevolezza di depositare il proprio denaro in una banca autorizzando quest’ultima a prestarlo ad altri (tipicamente per evitare di pagare i costi di custodia e anzi per ricevere un tasso d’interesse contra naturam sui depositi) verrebbe violata la sua libertà.

Da una prospettiva austriaca, questa tesi non è sostenibile principalmente per l’impossibilità logica della “doppia disponibilità”: dato che lo scopo del depositante è quello di avere il suo denaro pienamente disponibile, altrimenti lo presterebbe o investirebbe, e che lo scopo della banca è avere disponibile il denaro del depositante per i suoi investimenti, lo stesso denaro dovrebbe essere pienamente disponibile allo stesso tempo alle due parti, il che naturalmente è un’impossibilità logica. Quindi il contratto di deposito con riserva frazionaria non ha legittimità in quanto è un contratto impossibile. Per questo le clausole che oggi lo regolano sono scritte piccole piccole nelle scartoffie che firmiamo quando apriamo un conto in banca: la maggioranza delle persone non sa che aprendo un conto in banca cede la proprietà di quel denaro alla banca. In una società libera quel contratto sarebbe nullo. Inoltre, e incidentalmente, attraverso la perdita di potere d’acquisto della moneta e la crisi economica, l’espansione artificiale del credito derivante dalla riserva frazionaria arreca necessariamente danno illegittimo a terze parti.

Detto questo, la distinzione fra austriaci e free bankers, per quanto sia importante sul piano teorico, è trascurabile sul piano pratico in quanto, senza le altre voci della manipolazione monetaria e del credito, sulla cui illegittimità e sulle cui devastanti conseguenze economiche anche i free bankers concordano, e in particolare senza corso forzoso e senza la banca centrale, la riserva frazionaria sarebbe impossibile o comunque estremamente contenuta.

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Ora, posto che sia per ragioni di legittimità che economiche è necessario sopprimere la manipolazione monetaria e del credito prima che essa sopprima sé stessa con conseguenze drammatiche, come fare praticamente? Quale strategia seguire per il processo di transizione?

Qui farò solo brevi cenni a due diverse strategie. La prima è la via gradualistica recentemente proposta dal Prof. Huerta de Soto. Questa consiste essenzialmente in un percorso per passare dalla situazione di pura sovietizzazione del sistema monetario (del tipo di quella oggi esistente negli Stati Uniti, dove la banca centrale è di fatto strettamente dipendente dal governo) a una di piena libertà monetaria e di legittimità del credito. I tre obiettivi finali della proposta di Huerta de Soto sono quindi:

  1. l’abolizione della riserva frazionaria;
  2. l’abolizione delle banche centrali;
  3. la «completa libertà nella scelta della moneta» (e quindi l’abolizione del corso forzoso).

Questi obiettivi tuttavia non verrebbero raggiunti tutti insieme. Huerta de Soto propone infatti un percorso graduale in 5 stadi successivi. Il primo corrisponde alla situazione sovietica di partenza (simile a quella degli USA). Il secondo corrisponde a una situazione leggermente migliore in cui la banca centrale è indipendente dal governo e c’è meno flessibilità e discrezionalità sulle politiche di cambio (Huerta de Soto associa questo secondo stadio a quello dell’Unione Europea: io ho qualche dubbio che questa associazione sia corretta, soprattutto in relazione all’indipendenza della banca centrale dagli stati). Il terzo passo, quello più interessante e creativo di tutti e quello dove iniziano le danze, prevede la soppressione della riserva frazionaria e un’ulteriore limitazione delle capacità inflazionistiche della banca centrale. Il quarto stadio prevede l’abolizione delle banche centrali e un accordo internazionale (anche se inizialmente limitato ad alcuni paesi) per adottare il gold standard puro (e per estendere l’abolizione della riserva frazionaria ai paesi facenti parte dell’accordo che non l’avessero abolita). Il quinto e ultimo stadio prevede la completa libertà monetaria, e quindi il ritorno alla crescita sostenibile e a un salutare, leggero e continuo aumento del potere d’acquisto della moneta (erroneamente e propagandisticamente chiamato “deflazione”).

Dicevo che il passaggio secondo me più interessante e creativo della proposta di Huerta de Soto è quello sull’abolizione della riserva frazionaria. La proposta di Huerta de Soto prevede che ogni banca sia obbligata a trasferire i suoi assets (quelli al di sopra del suo valore netto) a un fondo comune e che, a coloro che detengono conti di deposito, sia data la facoltà di scegliere se mantenere questi ultimi in regime di assenza di riserva frazionaria (quindi con i relativi costi di custodia) oppure sostituirli con azioni del fondo comune di cui sopra, ricevendo un numero di azioni in misura proporzionale ai loro depositi. Abbiamo detto che la parte di depositi che non verrebbe convertita in azioni del fondo comune dovrebbe avere un coefficiente di riserva del 100% (cioè su di essa non dovrebbe esserci riserva frazionaria). Come fare? Huerta de Soto suggerisce che la banca centrale stampi (!) la necessaria quantità di moneta fiat e la dia (ma non la regali) alle banche. Questa stampa di moneta nelle parole dell’economista spagnolo «non sarebbe in nessun modo inflattiva, in quanto l’unico scopo di quest’azione sarebbe quello di coprire i depositi (ed equivalenti) e ogni banca riceverebbe banconote in misura identica ai corrispondenti depositi. In questo modo il requisito di riserva del 100% potrebbe essere stabilito immediatamente». Dicevo prima che, a differenza di Rothbard, Huerta de Soto propone che questo denaro stampato dalle banche centrali, che a questo terzo stadio esisterebbero ancora, non verrebbe regalato alle banche in quanto, se venisse regalato loro, ciò, nelle sue parole, «permetterebbe loro di mantenere gli assets che hanno storicamente espropriato alla società» attraverso la riserva frazionaria. Huerta de Soto propone che i titoli del debito pubblico del paese siano scambiati con le azioni dei fondi comuni rimaste non allocate dopo la riforma e quindi ancora di proprietà delle banche: nelle sue parole, «L’idea è piuttosto semplice: i detentori di titoli di stato riceverebbero, in cambio di questi, un corrispondente ammontare di azioni dei fondi comuni in cui sarebbero confluiti gli assets del sistema bancario. Questa proposta eliminerebbe un gran numero (se non la totalità) delle obbligazioni emesse dal governo». L’abolizione della riserva frazionaria diventa così un modo per ridurre i debiti pubblici.

Il limiti principali della proposta di Huerta de Soto sono a mio parere essenzialmente tre. Il primo è che è gradualistica in teoria, il che significa che in pratica, anche se fosse adottata, potrebbe non arrivare mai in porto. Il secondo è che è irrealistica in quanto richiede una volontà politica ex ante, addirittura su scala internazionale, convergente sugli obiettivi e il metodo di questa particolare proposta. Il terzo è che è incompleta, in quanto elimina il sintomo costituito dalla manipolazione monetaria e del credito senza tuttavia debellare il virus che lo ha prodotto (nel nostro caso il positivismo giuridico).

La seconda strategia, più teorica che pratica, è la via non gradualistica. Questa consiste semplicemente nel sopprimere tout-court la manipolazione monetaria e del credito.

Questo approccio, almeno nella sua forma “pura”, per quanto sia perfettamente legittimo, sarebbe economicamente insostenibile. Non solo per il problema opposto a quello della gradualità in teoria, e cioè perché rilascerebbe tutto insieme il veleno prodotto dall’interventismo, cosa che potrebbe avere effetti traumatici importanti, ma anche perché implicherebbe il ripudio del debito pubblico all’interno del quadro istituzionale che lo ha prodotto. Il ripudio del debito pubblico è non soltanto cosa buona e giusta, ma eticamente doverosa, tanto quanto è doveroso pagare i debiti che sono stati contratti privatamente, individualmente, liberamente e responsabilmente. Tuttavia, senza passare dall’idea di “legge” che, in quanto strumento di potere politico arbitrario, tende necessariamente a espandere le dimensioni e le funzioni dello stato (e dunque i debiti pubblici), all’idea di Legge che, in quanto limite non arbitrario al potere politico, tende necessariamente a ridurre queste dimensioni e funzioni, il ripudio del debito pubblico non sarebbe economicamente sostenibile. Dopo il default, il fabbisogno dello stato continuerebbe ad aumentare (ed esponenzialmente dato l’aumento dei tassi d’interesse sui titoli di stato che ne seguirebbe) ma, ammesso che sia ancora possibile, quasi nessuno sarebbe più disposto a fargli credito. In altre parole la benzina a disposizione diminuirebbe mentre ne aumenterebbe ulteriormente il già scandaloso il fabbisogno.

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Entrambe le proposte, sia quella di Huerta de Soto che quella non gradualistica, puntano direttamente a una riforma del sistema monetario e creditizio “dall’alto”, senza prestare troppa attenzione alla sostituzione dell’idea di legge che in primo luogo lo ha reso possibile.

Io propongo un approccio che, sebbene sia integrabile con elementi di entrambi gli approcci precedenti, è basato su una strategia diversa. Non c’è tempo qui di discutere la mia proposta, cosa che ho fatto domenica scorsa alla seconda assemblea di Liberi Comuni anche con Rivo Cortonesi. Tuttavia, posso dire che questo approccio non punta immediatamente, direttamente ed esclusivamente a una riforma del sistema monetario e creditizio, ma vuole ottenere questo indirettamente come conseguenza dell’inversione dell’idea di legge. In altre parole, la mia proposta non è quella di costruire un palazzo solido sulle fondamenta di quello fatiscente, ma di partire dalle fondamenta; non sostituendole dall’oggi al domani, ma gradualmente contaminando i processi politici con quelli spontanei di mercato (parlo di un gradualismo in pratica, non in teoria, quindi sostanzialmente diverso da quello della proposta di Huerta de Soto). E paradossalmente, questa proposta potrebbe essere immediatamente implementata senza inizialmente alterare di una virgola le istituzioni esistenti e le loro funzioni; e naturalmente senza spendere un solo centesimo di denaro cosiddetto “pubblico”.

Rendere solide fondamenta così marce come quelle del positivismo giuridico sembra un obiettivo impossibile e utopico; e forse, se uno si affidasse esclusivamente alla seppur irrinunciabile diffusione delle idee di libertà e al coraggio di alcuni eroi moderni, due dei quali abbiamo l’onore di averli qui fra noi oggi (mi riferisco a Leonardo Facco e a Giorgio Fidenato), c’è la possibilità che lo sia. La diffusione delle idee e il coraggio, da soli, potrebbero non essere sufficienti a raggiungere questo obiettivo. Tuttavia la strategia che propongo è basata su una struttura d’incentivi, non sulla diffusione degli ideali di libertà né su atti di coraggio. Gli ideali di libertà giocano naturalmente un ruolo esclusivo nella sua concezione, ma non nel suo funzionamento: questo dipende solo da una struttura semi-istituzionale che, ripeto, contaminando dall’esterno i processi politici con processi di mercato, mette le persone in grado di fare ciò che sanno fare meglio: i propri interessi, ed è facendo i propri interessi che, senza che sia necessariamente nelle loro intenzioni, restaurano la Legge.

Il consenso ai princìpi in base ai quali la manipolazione monetaria e del credito è illegittima è diffuso anche fra coloro che la supportano. Il problema-sorgente di cui tale manipolazione e, più in generale, l’interventismo e il collettivismo sono espressione, è l’assenza di Legge, cioè, in primo luogo, la presenza di positivismo giuridico, che chi difende la manipolazione monetaria e del credito che ne è espressione sa benissimo di non poter difendere. Prima o poi, in un modo o nell’altro, se vogliamo tornare alla libertà e quindi alla serenità e alla prosperità sostenibile, il positivismo giuridico dobbiamo deciderci ad affrontarlo.

Grazie.

4 thoughts on “La manipolazione monetaria e la Legge

  1. Giovanni December 3, 2014 / 2:54 pm

    Tranne per il riferimento all'”ingegneria sociale” e al processo “industrial-sociologico”, che considero il problema dei problemi, non la sua soluzione, concordo su varie cose, a partire da quella del “prodotto” che abbia alle spalle una solida teoria ma che sia stato concepito tenendo presente il fatto che “le persone non cercano teorie ma risposte a bisogni di vita”. La mia proposta vuole essere un prodotto di questo tipo. Tuttavia ho altre considerazini strategiche integrative da fare, cosa che farò alla prossima riunione. Un abbraccio e a presto

  2. Antonino Trunfio December 3, 2014 / 9:41 am

    grazie Giovanni del post e del video. Non ho potuto essere presente a Lugano. Ma cercavo giusto appunto i risultati degli interventi. Ad maiora semper

    • Giovanni December 3, 2014 / 2:10 pm

      Mio intervento a parte, è stata una bella edizione: la presenza di un collettivista fra i relatori la ha resa vivace 🙂 A presto!

      • Antonino Trunfio December 3, 2014 / 2:38 pm

        sono convinto che la più parte dei colletivisti, lo sono senza sapere perchè, e soprattutto perchè hanno la fasulla percezione sia più vantaggioso di altre condizioni. Per quello Giovanni, che dobbiamo lavorare alacremente a creare un modello, prototipale certamente, ma rapidamente perfezionabile in un prodotto di serie, competitivo per i collettivisti e per la massa. Abbiamo dalla nostra il fatto che oggi più che mai in passato, il collettivismo ha manifestato tutti i suoi letali effetti e che pertanto molti, una massa enorme di persone cercano un nuovo “prodotto” per nuove forme di convivenza, prosperità e benessere. Ma le persone non cercano teorie ma risposte a bisogni di vita. Noi dobbiamo fare lo sforzo di calare le nostre idee e il nostro rigore intellettuale dentro a un “prodotto”, certamente imperfetto e rudimentale, ma fruibile da chi lo vuole. Per prevedere il futuro, basta inventarlo. Facciamoci parte attiva Giovanni, di questa ingegneria sociale, strateghi e leader di questo processo “industrial-socialogico”. Non credo che il governo dei nove avrà prima di molti anni ancora, la forza, l’autonomia e la determinazione delle teste come la tua, la mia e quella di qualche altro irriducibile. Sto già lavorando in completa autonomia a creare questo prototipo, lasciandomi ispirare dal Codice, dalle cose che ho imparato da te e da altri come Leo Facco, Rivo Cortonesi, Alessandro Vitale, ecc…. Per finire, ho messo in piedi un OGAR (on going action register) per pianificare l’avanzamento del progetto di LC e di qualsiasi iniziativa indirizzata a una nuova proposta di convivenza.

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