La libertà dello stato è incompatibile con la società libera

GIOVANNI BIRINDELLI, 31.12.2014

(Pubblicazione originale: Movimento Libertario, qui con alcuni errata corrige.

Questo articolo riprende in forma sintetica una proposta che, insieme a molti altri temi, è stata discussa nel recente dibattito con Novello Papafava e in un recente intervento)

Le ragioni in base alle quali per i dipendenti “pubblici” dovrebbero valere regole fortemente diverse rispetto ai lavoratori del settore privato sono ovvie. Esse derivano dalla diversità del processo attraverso il quale, nei due casi, il denaro finisce nelle tasche delle persone.

Infatti, a differenza di coloro che lavorano in un’impresa privata, i quali ricevono denaro che è frutto di uno scambio volontario (o meglio di ciò che resta di esso dopo l’interventismo), i dipendenti “pubblici” ricevono denaro che è frutto di un puro atto di violenza, cioè di un’azione che, se la compiesse un privato, sarebbe tranquillamente chiamata per quello che è: un crimine, in particolare un furto. In altre parole, a differenza del lavoratore del settore privato, che deve trovare qualcuno che sia disposto a scambiare liberamente beni di sua proprietà in cambio del suo lavoro (cioè qualcuno che ritenga che questo lavoro valga di più dei beni di sua proprietà che cede in cambio di esso), il dipendente “pubblico”, grazie a un’azione coercitiva illegittima anche se legale, ottiene un compenso economico per un lavoro che, poiché nessuno ha dovuto rinunciare liberamente a qualcosa di sua proprietà per ottenerlo, ha necessariamente valore economico nullo.

Dato quindi il fatto che la natura del processo che ha portato il denaro nelle tasche delle persone è non solo diversa, ma opposta nei due casi, allora è doveroso che chi percepisce questo denaro sia trattato in modo diverso e anzi opposto a seconda che tale processo sia pacifico/di mercato oppure violento/parassitario.

Se per i dipendenti “pubblici” valessero le stesse regole che valgono per i lavoratori del settore privato ciò sarebbe estremamente ingiusto, in quanto i privilegi positivi (p. es. la tassazione) che rendono possibile che il dipendente “pubblico” riceva un compenso per il suo lavoro non sarebbero compensati da privilegi negativi.

Una situazione meno intollerabile di quella in cui i dipendenti “pubblici” esistessero e fossero trattati come i lavoratori del settore privato sarebbe quella in cui:

  • la libertà di qualcuno che scegliesse liberamente di lavorare per lo stato minimo non arbitrariamente definito (o di continuare a lavorare per esso), fosse sistematicamente violata; e in cui
  • tale sistematica violazione crescesse automaticamente al crescere delle dimensioni dello stato (p. es. della spesa pubblica), passando da un livello minimo di violazione a uno massimo.

Per “livello minimo” di violazione della libertà intendo qualcosa che sia molto più intrusivo di un braccialetto per detenuti (e/o occhiali che non possano essere tolti) con telecamera e microfono incorporati e che si accendono automaticamente almeno negli orari di lavoro del dipendente “pubblico”.

Da un lato, questo meccanismo consentirebbe di “bilanciare” l’ingiustizia dell’esistenza stessa dell’impiego “pubblico” (e quindi della coercizione fiscale che lo rende possibile) e forse anche di arginare in qualche misura fenomeni intrinseci allo stato totalitario stesso quali “mafia capitale”, per esempio. Dall’altro, e soprattutto, consentirebbe di arginare la naturale tendenza dello stato (di ogni stato) a espandersi. Maggiori sono le dimensioni dello stato, maggiore deve essere la violazione della libertà di chi decide e/o trae giovamento da questa espansione, la quale così può essere contenuta e disincentivata (“effetto elastico”).

Quello della licenziabilità dei dipendenti “pubblici” è un falso problema, un trucco per mantenere in vita il paradigma che produce necessariamente lo stato massimo; trucco a cui non pochi “liberali” abboccano. E’ ovvio che i dipendenti “pubblici” dovrebbero essere licenziabili su due piedi e all’istante, trovando la scatola con le loro cose fuori dalla porta del loro ufficio chiusa a chiave, ma non è questo il punto. Anche se essi fossero resi licenziabili su due piedi, fermarsi a questo e più in generale alla totale equivalenza di trattamento fra i dipendenti “pubblici” e i lavoratori del settore privato sarebbe una profonda ingiustizia, e non arginerebbe la naturale tendenza dello stato, e quindi dell’impiego pubblico, a espandersi.

La libertà dello stato e di chi lavora per esso è incompatibile con la società libera e quindi con la prosperità.

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