Quando Papa Bergoglio vaneggia di “più giusti salari”

GIOVANNI BIRINDELLI, 2.3.2015

(Pubblicazione originale: Miglioverde, eccezionalmente ripubblicato qui a causa di modifiche spedite in ritardo alla redazione di Miglioverde)

In un discorso in cui dimostrava di non sapere cos’è il denaro e in cui, come ogni bravo socialista (e quindi[1] come ogni cretino nel campo delle scienze sociali), predicava il «bene comune», Papa Bergoglio ha invitato i datori di lavoro a pagare «più giusti salari».

Ora, dai pochi sostenitori della libertà e dell’unico sistema economico con essa compatibile (il capitalismo) è spesso sostenuto che il concetto di salario “giusto” non ha, da un punto di vista della scienza economica, significato alcuno. Non sono necessariamente d’accordo.

Il termine “giustizia” può infatti riferirsi a due cose diverse e anzi opposte l’una all’altra. Da un lato, può riferirsi a una situazione particolare desiderata da qualcuno, per esempio una di maggiori salari per i lavoratori dipendenti. L’uso del termine “giustizia” in relazione a una particolare situazione desiderata implica che una situazione particolare diversa da questa (per esempio una con salari minori di quelli desiderati da qualcuno, p. es. dal sindacato o da un Papa) sarebbe “ingiusta”. E un’ingiustizia richiede generalmente di essere corretta, p. es. col ricorso alla coercizione statale. In altri termini, quando, in relazione a qualsiasi prezzo o compenso, si parla di “giustizia” riferendosi a una particolare situazione desiderata, si sta ragionando in termini collettivisti, e quindi totalitari e anti-economici: si sta mostrando di avere una concezione piramidale della società in cui il “bene”, cosa è “giusto”, viene deciso arbitrariamente da qualcuno (che sia la maggioranza, un Papa o un dittatore non fa alcuna differenza) e imposto a tutti gli altri con la forza.

I sostenitori della libertà hanno quindi ragione ad affermare che, quando la “giustizia” di un compenso o di un prezzo è intesa come situazione particolare, i termini “giusto salario”, “giusto prezzo”, “giusto profitto” ecc. non hanno alcun significato economico: dato che l’economia è la scienza che studia l’azione umana, un prezzo ha significato economico se è il risultato delle libere azioni delle persone, ma non ne ha alcuno (ha per esempio significato politico), o ne ha comunque molto di meno a seconda dei casi, se è risultato di un’azione coercitiva mirata a sopprimere, vietare, indirizzare o in qualche modo influenzare queste azioni.

Tuttavia, il termine “giustizia” può riferirsi anche a una cosa completamente diversa da una particolare situazione desiderata. Può riferirsi infatti, e più correttamente, al processo mediante il quale una qualunque situazione particolare, negativa o positiva che sia a seconda dei diversi punti di vista, si è venuta a creare. Per esempio, se un compenso per un lavoro è frutto di uno scambio puramente volontario fra le parti (il che implica l’assenza di qualsiasi regolamentazione del mercato del lavoro al di là della Legge intesa come regola generale e negativa di comportamento individuale valida per tutti, stato per primo, allo stesso modo; ed esistente indipendentemente dalla volontà di chiunque, in particolare della maggioranza), allora quel compenso è “giusto”, indipendentemente da quanto alto o basso esso sia. Se viceversa, come avviene oggi legalmente grazie alla regolamentazione del mercato del lavoro e alle misure redistributive per esempio, quel compenso è frutto di una pistola puntata alla testa, allora, alto o basso che sia, esso è ingiusto. Più in generale, una qualunque situazione particolare è da ritenersi “giusta” se non è stata prodotta da coercizione illegittima, soprattutto statale. Nel fatto che un bambino stia morendo di fame accanto a un miliardario che spreca il proprio cibo può esserci dell’orrore, ma non c’è niente di ingiusto. E dove i diritti di proprietà sono esplicitamente riconosciuti e difesi, lì si creano le situazioni migliori per combattere questo orrore negli unici due modi legittimi e sostenibili nel lungo periodo: il capitalismo, che crea e diffonde prosperità, e la solidarietà, che è tale solo se è individuale e volontaria.

Se, in relazione a un compenso o a un qualunque prezzo, si usa il termine “giustizia” in questo modo, allora “salario giusto” significa salario di mercato allo stesso modo in cui “salario equo” significa salario che è ottenuto nel rispetto dell’uguaglianza davanti alla Legge (intesa come sopra) e quindi, di nuovo, salario di mercato. Laddove la conoscenza della scienza economica fosse diffusa, il termine “salario di mercato” sarebbe più appropriato di “salario giusto”. Tuttavia, in una condizione come quella attuale in cui sempre di più a essere diffuse non sono la scienza economica e la consapevolezza di cosa sia la Legge ma l’ignoranza della prima e l’accettazione acritica del positivismo giuridico, allora può essere opportuno ricordare ciò che nemmeno coloro che pontificano di “giusti salari” avendo in mente salari maggiori riescono coerentemente a negare: e cioè che la giustizia non sta in una situazione particolare ma nel processo mediante il quale questa situazione particolare, qualunque sia, si è venuta a creare.

Qualcuno potrà obiettare che nel passaggio citato Bergoglio ha invitato le imprese a dare volontariamente un “giusto” salario: egli non ha invitato gli stati ad adottare misure coercitive redistributive e simili (sebbene mi risulti che faccia questo ad ogni occasione utile). Questa obiezione tuttavia è irrilevante: se per “giusto” salario egli avesse inteso il salario di mercato allora sarebbe stato assurdo invitare le imprese a dare un “più giusto salario”: una palla non ha bisogno di essere invitata ad essere soggetta alla forza di gravità. Se invece (come è stato) col termine “giusto salario” Bergoglio avesse inteso un salario maggiore di quello di mercato, egli avrebbe usato la sua influenza per rafforzare un’idea totalitaria di “giustizia” e l’ignoranza della scienza economica, e quindi per aumentare la povertà e il dolore soprattutto dei più deboli.

Bergoglio avrebbe potuto evitare di rafforzare un’idea totalitaria di “giustizia” e l’ignoranza della scienza economica invitando le imprese a fare la carità ai propri lavoratori. Nelle “democrazie” totalitarie, tuttavia, gli elettori vogliono avere “diritto” alla proprietà altrui e vogliono che questo “diritto” sia riconosciuto anche a livello semantico. Essi vogliono vivere alle spalle degli altri ma allo stesso tempo non vogliono perdere la loro “dignità”. Per questo, io credo, Bergoglio ha usato il lessico e l’intero paradigma anti-economico e totalitario dei socialisti di ogni colore politico: perché egli non è soggetto agli insegnamenti del suo Dio (che a quanto mi risulta non sono incompatibili col capitalismo) ma a quelli del moderno totalitarismo “democratico” (che invece sono del tutto incompatibili col capitalismo e quindi con la libertà).

Note

[1] Vedi http://www.movimentolibertario.com/2014/10/einstein-il-socialismo-e-la-relativita-dellintelligenza/

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