Erri De Luca, le scalate e la TAV

GIOVANNI BIRINDELLI, 30.3.2015

(Pubblicazione originale: Movimento Libertario)

«Per me scalare ha il valore aggiunto di servire a niente. Nella grande officina quotidiana degli sforzi dedicati a un vantaggio, a un tornaconto, scalare è finalmente affrancato dal dovere di essere utile. Disobbedisce alla legge di mercato che prevede contropartite all’investimento, al rischio» (Erri De Luca).

Uno degli errori più comuni di coloro che parlano di economia senza sapere cosa sia è quello di assumere che un’azione che non ha un tornaconto finanziario non sia un’azione economica. Questo errore deriva a sua volta dall’inconsapevolezza che l’economia è la scienza che studia l’azione umana e quindi che qualunque azione umana è un’azione economica. Affermare che «Scalare … disobbedisce alla legge di mercato che prevede contropartite all’investimento, al rischio» è come affermare che un particolare pezzo di roccia non è soggetto, a differenza di altri, alla forza di gravità[1].

Che un’azione sia diretta a vendere un oggetto per denaro oppure che sia diretta a scalare una parete di roccia per il piacere di farlo, non fa alcuna differenza: in entrambi i casi si tratta di azione umana e in entrambi i casi, che piaccia o no, quest’azione è necessariamente soggetta alle stesse identiche leggi economiche o di mercato.

In primo luogo, in entrambi i casi l’azione è diretta a un “ricavo psicologico” (nelle parole di Murray Rothbard, psychic revenue). In nessun caso il denaro in sé costituisce il fine ultimo di un’azione di scambio. Il denaro (che prima dell’intervento criminale da parte dello stato moderno era il bene di mercato più commerciabile) è sempre, anche in una situazione di sovietizzazione del sistema monetario e del credito come quella odierna, necessariamente un mezzo, mai un fine in sé. Il fine è sempre necessariamente costituito dal godimento, per sé o per altri, procurato da ciò che, immediatamente o in un futuro più o meno lontano, può essere scambiato contro denaro.

In secondo luogo, in entrambi i casi (azione diretta a vendere un oggetto per ottenere denaro oppure a scalare una parete di roccia per il piacere di farlo) la persona deve fare una scelta economica, cioè deve valutare il beneficio economico (non necessariamente finanziario) netto atteso da un’azione rispetto a quello atteso da altre azioni e scegliere il maggiore. Nel caso della vendita dell’oggetto, per esempio, questa può avvenire solo se Tizio ritiene che il beneficio netto che gli deriva dal possesso di quell’oggetto sia minore di quello che potrebbe derivargli da ciò che, oggi o nel futuro, può ottenere col denaro guadagnato dalla vendita (e se Caio, il compratore dell’oggetto, ritiene che il beneficio che gli deriva dal possesso di quest’ultimo sia superiore a quello che potrebbe derivargli da ciò che, oggi o nel futuro, può ottenere col denaro di cui si deve privare per ottenerlo). Similmente, nel caso della scalata questa può avvenire solo se il beneficio derivante dallo scalare una parete di roccia è ritenuto essere maggiore di quello derivante dal fare altro, per esempio un regalo che, scegliendo di andare a scalare invece che a lavorare per denaro, non può essere fatto.

In terzo luogo, e fondamentalmente, in entrambi i casi l’azione umana avviene nel tempo e quindi sottostà alle leggi che la legano a quest’ultimo, e quindi alle preferenze temporali delle persone. Una persona che valutasse maggiormente il tempo presente rispetto a quello futuro potrebbe scegliere di scalare una parete di roccia oggi invece di fare una giornata aggiuntiva di lavoro e avere più giornate a disposizione per scalare domani (anche gli scalatori devono nutrirsi). Data questa sua preferenza temporale, per convincerla a non scalare oggi le deve essere dato qualcosa di più, p. es. un maggiore compenso per quella giornata di lavoro, allo stesso modo in cui per convincere una persona che vuole fare un viaggio oggi (cioè che vuole consumare) a posticiparlo così da prestare la relativa somma di denaro ad altri (cioè a risparmiare) le deve essere dato qualcosa in più (p. es., se questi “altri” non sono amici intimi, un maggiore tasso d’interesse). Questo “qualcosa in più” sarà tanto maggiore quanto maggiore è la sua voglia di fare quel viaggio proprio oggi (cioè quanto più alta è la sua preferenza temporale).

Non ha quindi alcun senso logico affermare che scalare «ha il valore aggiunto di servire a niente». Scalare è un’azione che, come qualunque altra azione economica, serve a dare piacere o ad alleviare il dolore di chi la fa e l’apprezza. Scalare non è un’azione «affrancata dal dovere di essere utile»: è un’azione utile a chi la compie allo stesso modo in cui vendere beni e servizi in cambio di denaro è utile a chi usa la sua giornata per fare questo invece che per scalare. In entrambi i casi la persona utilizza una conoscenza (p. es. di sé, della sua situazione e delle sue preferenze; conoscenza che è anche di tempo e di luogo) che ha solo lei, e la usa per massimizzare il proprio beneficio. E le leggi economiche o di mercato a cui le due azioni (la vendita e la scalata) necessariamente sottostanno sono esattamente le stesse, indipendentemente dal fatto che una persona ne sia consapevole o meno.

*   *   *

Ora, se le parole di Erri De Luca fossero semplicemente espressione di una confusione individuale in materia economica, non varrebbe la pena di commentarle. Tuttavia quelle parole sono espressione di una confusione collettiva, il che in una “democrazia” totalitaria[2] come quella attuale ha conseguenze piuttosto scomode.

Soprattutto in un sistema politico in cui la “legge” è il provvedimento particolare deciso arbitrariamente da un’autorità eletta da una maggioranza (e quindi in cui essa esiste in quanto espressione formale dei comandi di quest’ultima), questa ostilità collettiva alle «contropartite all’investimento e al rischio» e più in generale al mercato (ostilità che deriva semplicemente dal non avere idea di cosa sia il mercato e di quali siano le sue leggi economiche) produce infatti:

  1. decadimento economico generalizzato di lungo periodo. Questo è inevitabilmente accompagnato dall’arricchimento dei parassiti, cioè di coloro che vivono (e che, per continuare a farlo, fin quando sarà possibile fanno vivere sempre più persone) non di scambi volontari, cioè di «contropartite all’investimento e al rischio», ma di denaro estorto con la violenza a chi vive di scambi volontari e quindi a chi crea valore.
  2. una società totalitaria e violenta, in cui il poter politico è di fatto illimitato e in cui chi lo detiene lo può usare per fare ciò che vuole, cosa che, paradossalmente, a volte non sta bene nemmeno a chi è ostile al mercato e quindi al capitalismo: vedi p. es. molti di coloro, primo fra tutti lo stesso Erri De Luca, che vedono la costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità fra Torino e Lione (TAV) come un sopruso (tornerò brevemente dopo su questo punto).

La ragione principale per cui l’ostilità collettiva alle «contropartite all’investimento e al rischio», e quindi più in generale al capitalismo, produce decadimento economico di lungo periodo (decadimento le cui dimensioni nel breve-medio periodo sono in parte nascoste -e nel lungo periodo ulteriormente aumentate- dalla manipolazione monetaria e del credito, che è un atto criminale di fronte al quale la TAV impallidisce ma contro il quale nessuno, tranne i pochi che coerentemente difendono il capitalismo, alza la voce) è che solo la ricerca della più alta «contropartita all’investimento e al rischio» consente alla persona di utilizzare la sua conoscenza per i propri fini individuali. L’ostilità alle «contropartite all’investimento e al rischio» produce e “giustifica”, soprattutto in una “democrazia” totalitaria, un sempre maggiore interventismo “economico” da parte dello stato. Questo interventismo implica necessariamente una sempre maggiore sostituzione della conoscenza periferica, anche di tempo e di luogo, che hanno solo le singole persone e che esse utilizzano in funzione dei propri fini individuali, con una conoscenza centralizzata dei burocrati di vertice. Quest’ultima è non solo infinitamente minore (sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo) ma implica che tutte le persone, volenti o nolenti, in un modo o nell’altro, sono costrette a limitare il perseguimento dei propri legittimi fini individuali per contribuire alla realizzazione dei fini particolari (generalmente illegittimi anche se legali) imposti dai burocrati di vertice; fini particolari che vengono arbitrariamente e “vaselinamente” definiti come “collettivi” o di “interesse pubblico” (come la TAV, appunto) e che assorbono la quasi totalità degli sforzi individuali (basti vedere il livello globale di tassazione, perdita del potere d’acquisto della moneta inclusa). L’effetto che, a livello di sistema economico, questa sostituzione di conoscenza periferica con conoscenza centralizzata ha sulla crescita economica è lo stesso, mutatis mutandis, di quello che la sostituzione dei pensieri degli uomini di lettere con quelli dei burocrati di vertice avrebbe sulla crescita letteraria. I romanzi di De Luca sarebbero stati scritti se a De Luca fosse stato impedito con la forza di scrivere e la scrittura fosse stata affidata d’ufficio a Renzi e ai suoi lacchè?

La ragione principale per cui, soprattutto in una “democrazia”, l’ostilità alle «contropartite all’investimento e al rischio» e quindi al mercato produce una società totalitaria e violenta è che tale ostilità produce interventismo e l’interventismo dello stato richiede necessariamente la sostituzione della “legge” fiat (il provvedimento particolare di cui sopra: lo strumento di potere politico arbitrario) alla Legge (il limite non arbitrario e di principio al potere politico). La Legge infatti è la regola generale e negativa di comportamento individuale valida per tutti, stato per primo (ove ci fosse), allo stesso modo; e che esiste indipendentemente dalla volontà di qualunque autorità e di qualunque maggioranza (per essere contrari a questa idea di legge occorrerebbe confutare coerentemente che il sequestro di persona rimarrebbe un atto illegittimo anche se un’autorità lo rendesse legale, cioè lo permettesse con una sua decisione particolare e arbitraria). Una società generalmente ostile alle «contropartite all’investimento e al rischio» è una società necessariamente favorevole all’interventismo dello stato. E’ quindi una società senza Legge (ovvero inondata di “leggi” fiat): in essa non c’è alcun limite non arbitrario alla coercizione e alla violenza che il potere politico può legalmente e illegittimamente esercitare sulle persone (o su determinate categorie di persone) in nome di un arbitrariamente definito “interesse pubblico”.

*   *   *

Accennavo prima al paradosso di coloro, primo fra tutti Erri De Luca, che si mobilitano contro la TAV e che allo stesso tempo sono ostili al capitalismo: alle «contropartite all’investimento e al rischio», al «tornaconto», al «dovere di essere utile», in breve a quell’«officina quotidiana» che costituisce l’argine più sicuro ed efficace alla costruzione di opere antieconomiche come la TAV.

Erri De Luca è attualmente sotto processo per aver espresso il suo pensiero a proposito della TAV; in particolare per aver detto che la TAV va sabotata. Il fatto che quest’aggressione dello stato ai danni di De Luca sia illegittima e violi la libertà di espressione lo ho discusso altrove[3]. Qui m’interessa illustrare brevemente il paradosso di quelli come De Luca che da un lato sono ostili alla TAV e che, dall’altro, sono culturalmente ostili al capitalismo.

Come noto, quella per la TAV è una spesa che non ha alcuna giustificazione economica. Per questo è una spesa “pubblica”: perché la “contropartita” a questa spesa è inesistente o negativa. Nessuno sarebbe così folle da finanziare la TAV se dovesse sborsare la quantità enorme di denaro necessario alla sua costruzione volontariamente di tasca propria, cioè se cercasse la massima «contropartita all’investimento e al rischio». In una situazione di libero mercato la TAV non sarebbe nemmeno concepibile. Essa diventa possibile, e in effetti una realtà, perché viviamo in una società non capitalista e quindi deresponsabilizzata in cui allo stato è concesso non solo di esistere ma anche di intervenire economicamente (spesso in regime di monopolio legale, come nel caso scandaloso della moneta), cioè di sostituire la conoscenza centralizzata dei burocrati di vertice alla conoscenza periferica delle persone. Soprattutto, allo stato è concesso di tassare e perfino di tassare di più (addirittura proporzionalmente di più!) chi ha o guadagna di più. E, tralasciando di discutere la manipolazione monetaria e del credito per ragioni di spazio, è proprio grazie all’imposizione fiscale e alla discriminazione fiscale (per esempio alla progressività fiscale) che l’interventismo, e quindi anche la TAV, esiste: se lo stato non potesse sottrarre con la violenza denaro alle persone, e se non potesse sottrarne di più (e addirittura proporzionalmente di più!) a coloro che ne hanno o ne guadagnano di più, in altre parole se non potesse andarsi a prendere con la forza il denaro dove c’è, opere come la TAV sarebbero impensabili e le scarse risorse disponibili sarebbero usate economicamente: cioè in base alla conoscenza e alle valutazioni periferiche dei singoli individui, non in base a quelle centralizzate dei burocrati di vertice.

Non è mai possibile ricordare abbastanza spesso che ciò che rende possibile l’imposizione fiscale, la discriminazione fiscale, la manipolazione monetaria e del credito e tutte le altre forme di interventismo che nel lungo periodo consentono la costruzione di opere come la TAV e distruggono le prospettive economiche e l’anima delle persone (nonché la loro dignità) è in ultima istanza il fatto che la Legge è stata sostituita con la “legge” fiat. Senza questa sostituzione la tassazione per esempio non sarebbe stata possibile in quanto allo stato non sarebbe stato possibile compiere azioni che, quando sono compiute da una persona normale, sono chiamate furto, rapina a mano armata, sequestro di persona e altro ancora.

La TAV è dunque il prodotto dell’anti-capitalismo: un anti-capitalismo che è supportato da persone come Erri De Luca e dalla loro confusione in materia economica e in merito a cosa sia la Legge. Le stesse persone che quindi da un lato si mobilitano contro opere come la TAV, spesso, dall’altro lato, quando esprimono la loro ostilità al capitalismo, alle disuguaglianze di situazione materiale da questo prodotte (cioè all’uguaglianza davanti alla Legge), alle «contropartite all’investimento e al rischio», al «tornaconto», alla «grande officina quotidiana degli sforzi dedicati a un vantaggio», si mobilitano a loro favore. E il secondo movimento, quello contro il capitalismo e quindi quello inconsapevole a favore di opere come la TAV, è molto più forte del primo perché è culturale. Infatti la TAV viene legalmente costruita e l’dea di “legge” che l’ha prodotta e che ne produrrà altre è sempre più forte, perché continua a non essere nemmeno messa in discussione.

Non è la TAV che va sabotata, ma l’idea filosofica di “legge” che la ha resa possibile: il positivismo giuridico. In altre parole occorre difendere, in primo luogo culturalmente, il capitalismo contro l’interventismo tutto; la Legge contro la “legge” fiat; la legittimità (il rispetto della prima) contro la legalità (il rispetto della seconda). Tuttavia a essere sabotata è sempre di più la libertà intesa in termini di assenza di coercizione illegittima di alcuni su altri. E i primi responsabili di questo sabotaggio culturale della libertà, e quindi della Legge e del mercato, sono molti dei cosiddetti “intellettuali” che, a causa dei loro pregiudizi nei confronti del capitalismo, hanno contribuito a rafforzare il potere arbitrario e violento dello stato che essi stessi, solo in alcuni casi particolari, denunciano.

P.S. Erri De Luca, che ammiro enormemente come scalatore, e per certi versi, pur non conoscendolo, anche come persona, si trova attualmente ricoverato a seguito di un malore. Gli auguro di riprendersi il prima possibile per tornare ad agire economicamente, e quindi anche a scalare.

Note:

[1] Si tratta, naturalmente, solo di un paragone metaforico. Scienze naturali e scienze sociali hanno delle profonde differenze epistemologiche e metodologiche. Vedi soprattutto Hayek F.A., 1979 [1952], The Counter-Revolution of Science (Liberty Fund, Indianapolis). Alcune delle conclusioni di Hayek su questo tema le ho riprese in questo articolo.

[2] Per la differenza fra democrazia e “democrazia” totalitaria, rimando a questo articolo.

[3] Vedi articolo Sulla libertà di espressione pubblicato dal Movimento Libertario in cinque parti (qui la prima parte) e ripubblicato da Catallaxy Institute in versione integrale.

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