La tassazione volontaria

GUGLIELMO PIOMBINI, 2014

(Pubblicazione originale: Liberamente 1/2014)

Molti grandi pensatori liberali dell’Otto-Novecento di scuola francese e italiana avevano messo al centro delle loro riflessioni sociologiche il concetto di spogliazione. Jean-Baptiste Say, Frédéric Bastiat, Vilfredo Pareto o Maffeo Pantaleoni avevano osservato che in ogni società gli individui hanno a disposizione solo due modi per procurarsi le ricchezze che desiderano: lo produzione e lo scambio volontario, oppure la spogliazione. In questa seconda ipotesi si aspetta che qualcuno abbia prodotto qualcosa, per poi sottrarglielo con la forza o con l’inganno. La spogliazione commessa da una persona a danno di un’altra viene di regola condannata dalla legge e dalla morale; al contrario, la spogliazione esercitata da coloro che controllano l’apparato coercitivo dello Stato assume un carattere legale e sistematico, e prende il nome di tassazione.

Questa forma di spogliazione su vasta scala genera spesso oppressione, parassitismo, stagnazione economica, malumori e rivolte. Nel periodo in cui era presidente del consiglio, Mario Monti colse involontariamente questo dato di fatto quando affermò che «sotto il profilo del fisco siamo in uno stato di guerra e non è possibile avere una pace sociale, una pace tra cittadini e Stato, se non viene ruvidamente contrastato il fenomeno dell’evasione». L’azione fiscale dello Stato, infatti, crea sempre una situazione di conflitto permanente all’interno della società. Ogni giorno, ininterrottamente e senza sosta, un esercito di consumatori di tasse (politici, burocrati e militari) si attiva freneticamente per controllare, minacciare, braccare, scovare, arrestare, punire ed estorcere fondi ai produttori di tasse, cioè a tutti quegli individui pacifici che svolgono la propria attività nel settore privato dell’economia.

L’introduzione di queste dosi massicce di coercizione nella società rappresenta una vera e vera e propria barbarie, che corrompe e avvelena l’intera vita sociale e dà il segno di quanto siano arretrati gli attuali nostri sistemi politici. Di recente uno dei più noti filosofi tedeschi, Peter Sloterdijk, nel libro La mano che prende e la mano che dà ha denunciato con forza l’inciviltà dei sistemi politici fondati sulla costrizione fiscale, proponendo di passare a forme volontarie di tassazione: l’unico modo, a suo parere, per moralizzare e rivitalizzare le moderne democrazie, ormai trascinate alla bancarotta da sistemi fiscali sempre più esosi e polizieschi, che schiacciano le libertà individuali e umiliano i contribuenti.

I sostenitori dell’imposizione fiscale replicano a questo genere di critiche richiamando la teoria dei beni pubblici, secondo cui solo lo Stato può produrre quei beni di utilità collettiva, come la difesa, la protezione, la giustizia, le strade o l’assistenza ai bisognosi, che gli individui non sarebbero in grado di produrre attraverso le interazioni volontarie nel mercato. In verità questa teoria è contestabile sul piano teorico e storico, dato che tutti i cosiddetti “beni pubblici” sono stati prodotti efficientemente dal settore privato prima che lo stato se ne attribuisse il monopolio legale.

In ogni caso sarebbe meglio chiedersi se un’astrazione teorica elaborata a tavolino dagli economisti rappresenti una ragione sufficiente a giustificare l’inevitabile carica di violenza sugli individui che da sempre caratterizza tutti i sistemi fiscali. Che cos’è più importante? Che la comunità possa usufruire di un determinato “bene pubblico” (la cui utilità viene spesso stabilita unilateralmente dalla classe politica, senza neanche interpellare i diretti interessati) o che abbia fine, o quantomeno si riduca, quel mare di controlli asfissianti, costrizioni, intimidazioni, irreggimentazioni, confische e persecuzioni fiscali, di cui la storia è piena? Dove sta scritto che il primo sia sempre un bene superiore al secondo?

A dispetto della teoria dei beni pubblici, anche oggi esistono numerosi esempi di realtà basate sulla contribuzione volontaria, come le città private largamente diffuse negli Stati Uniti. Queste gated communities sono dei quartieri urbani o delle vere e proprie cittadine organizzate su base condominiale che forniscono contrattualmente ai residenti tutti i servizi pubblici di cui necessitano: guardie private per la sicurezza, strade, nettezza urbana, scuole, ospedali.

All’interno di queste realtà il cittadino è trattato come un cliente, non come un soggetto passivo da ingiuriare, minacciare e gabellare a piacimento. Qui non esistono corpi permanenti di burocrati e finanzieri dotati di penetranti poteri, spesso intrusivi nella vita privata, alla continua ricerca di sudditi da spremere. Un sistema fondato sulla “tassazione” volontaria sarebbe quindi più umano ed efficace di quanto possano mai essere le attuali procedure fiscali obbligatorie, così ottuse, dissipatrici e soggette a continui abusi.

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