Dalla presunzione fatale alla strada verso la schiavitù: l’euro e l’UE

FRANCESCO SIMONCELLI, 31.7.2015

(Pubblicazione originale: francescosimoncelli.blogspot.com)

Com’era prevedibile, e come avevo preannunciato in questo commento, la Grecia è stata infine salvata. Non c’è da sorprendersi. Il progetto europeo è qualcosa che riguarda fortemente una pianificazione centralizzata dell’economia su scala extra-nazionale, ed è stato impiegato troppo capitale materiale e temporale affinché venisse portato alla luce. Il progetto europeo doveva essere il fiore all’occhiello del NWO, invece si sta trasformando in un incubo per le persone sottomesse ai suoi dettami e un misero fallimento per gli eurocrati che ancora ci credono. A questo proposito, quindi, si farà di tutto per tenere in piedi questa farsa. Il prezzo non è qualcosa che preoccupa i pianificatori centrali, non saranno loro a pagarlo. Sarà, come la solito, scaricato sui contribuenti. Se volete un assaggio, vi basta guardare al Giappone. Esatto, questo è il paziente zero; se si vuole sapere dove finirà l’occidente basta guardare alla colonia di vecchi ultra-indebitata del sol levante, dove il continuo interventismo centrale sta ammazzando ciò che resta di onesto nell’economia nipponica.

Prima Tokyo, poi Harare. Prima stagnazione economica perpetuata da un sistema di salvataggi che ne aumenta l’intensità, poi inflazione di massa a seguito di un interventismo diretto da parte delle autorità monetarie. Attenzione, perché qui non si tratta solo di un disastro economico, ma soprattutto di un disastro politico/sociale che prevede il controllo soffocante degli individui. Nel 1950 Ludwig von Mises scrisse Planned Chaos. Sono passati 65 anni e si sta verificando esattamente quanto da lui scritto in quel libro. A fronte d’interventi sempre più ingerenti nel tessuto economico per tamponare le falle dovute ai precedenti interventi fallimentari, la pianificazione centrale si trova costretta a gestire sacche sempre più ampie della società affinché riesca a mantenere salda la sua presa sull’economia, pena un collasso. Lo stadio finale è l’economia controllata in ogni suo aspetto e dettaglio. Situazione insostenibile, e infine destinata a crollare, ma che nel frattempo spoglia gl’individui di quante più libertà individuali possibili.

“THE FATAL CONCEIT” E L’UNIONE EUROPEA

In realtà, gli europei sono stati raggirati. Era stato promesso loro un avvenire florido e pacifico grazie ad un’unione dei popoli, invece la realtà ha ricordato loro una promessa che avrebbero dovuto apprendere decenni fa: mai fidarsi dello stato. Quando pensate a tale istituzione pubblica, pensate a questo proverbio: se gli date un dito, si prende il braccio. È letteralmente incapace di gestire la società, poiché incapace di svolgere un calcolo economico in accordo con l’ambiente economico. Il suo fine è semplicemente il controllo. È attraverso il controllo che riesce a sopravvivere. Ma questo richiede un prezzo da pagare, perché non esistono pasti gratis: minore libertà e stagnazione economica e intellettuale.

Infatti è proprio il disallineamento del sistema dei prezzi con domanda e offerta che crea quella voragine di errori economici in cui le economie pianificate e miste tendono a sprofondare. Ogni attore economico all’interno della società è possessore di una conoscenza “unica” che solo lui può decifrare. Perché? Perché è stato lui a costruirla, e solo lui possiede la chiave per capirne il senso. Poi trasmette e amplia questa sua conoscenza mediante le informazioni che lui e gli altri attori economici condividono nel mercato. Ovvero, mediante gli scambi di cui ognuno di noi prende parte ogni giorno. Il mercato non è altro che una grande asta in cui vige solo una regola: il prezzo più alto vince. È questa la migliore allocazione delle risorse scarse presenti sulla scena economica, poiché tende a minimizzare un probabile dissenso. In questo modo gli attori economici indirizzano le loro azioni di conseguenza, utilizzando il sistema dei prezzi come sestante col quale orientare i loro bisogni e utilità all’interno del panorama economico.

Il prezzo più importante, ovviamente, è il prezzo del denaro. Perché? Perché è la merce più commerciata. Attraverso di esso siamo in grado di velocizzare gli scambi in cui ci impegniamo, risparmiando di conseguenza un sacco di tempo e guadagnandoci in efficienza. Il denaro, fungendo da mezzo di scambio, permette agli attori di mercato di scambiare la propria produzione con quella altrui evitando i grossi grattacapi presentati dal baratto. Anche il denaro, essendo una merce, è sottoposto alla legge della domanda e dell’offerta, le quali ne aggiustano il prezzo in base all’utilità e al valore che gli attori di mercato vi imputano. Il tasso d’interesse, quindi, è un parametro temporale fondamentale che non rappresenta solo il “prezzo del denaro”, ma rappresenta anche un parametro coordinativo importante che segnala agli attori di mercato come meglio ripartire consumi e risparmi. Che il sistema dei prezzi rimanga quanto più inalterato possibile da interventi esterni, è un fatto fondamentale perché la perturbazione artificiale dei suoi segnali ne distorce la natura informativa veicolata. Quanto più l’informazione che gli attori di mercato condividono viene trasmessa in modo errato, tanto più le loro azioni e conoscenze saranno infettate dall’errore. Inoltre, maggiore è il sedimento di errori, minore sarà la volontà degli individui di modificare il loro assetto mentale.

In altre parole, gli attori di mercato saranno viziati dalla ricezione errata d’informazioni e tenderanno a basare le loro strategie in base a queste false informazioni. Svilupperanno le loro conoscenze seguendo l’errore originale e ne commetteranno altri di conseguenza. Non tutti accetteranno l’errore originale, alcuni lo rifiuteranno, altri ci penseranno due volte prima di accettarlo. Ma la falsa informazione è un veleno che si insinua all’interno dell’ambiente di mercato e lo modella di conseguenza. A suo piacimento? In parte. Alla fine gli errori devono essere corretti: scoppio delle bolle. È inevitabile. È la natura dei mercati. Questo per dire che è la natura delle forze di mercato. Qualsiasi disallineamento, alla fine, verrà corretto.

In questo contesto, qualsiasi interferenza col meccanismo di pulizia non solo impedisce alla correzione di completare il suo compito, ma ne acuisce il dolore che bisogna sopportare per tornare ad avere un ambiente economico quanto più scevro da disallineamenti. La presunzione della pianificazione centrale si inserisce qui e fa sentire il peso di tutta la sua pervasività quando permette ad una situazione insostenibile di continuare ad intensificare la sua esplosività. E’ questo quanto sottolineato, ad esempio, da F. A. Hayek in uno dei suoi capolavori, The Fatal Conceit. Il libro è pregno di considerazioni in base alle quali si mette in seria discussione la capacità della pianificazione centrale di dirigere verso lidi di prosperità la società nel suo complesso. L’approccio top-down è fallimentare perché intrinsecamente incapace di raccogliere le informazioni necessarie per costruire una conoscenza talmente specifica da poter influenzare efficientemente la produzione e i prezzi. Perché? Perché la pianificazione centrale entra nell’asta giornaliera di cui siamo tutti protagonisti con il proposito di falsificarla. Non vince più la formula “l’offerta più alta vince”, bensì la “maggior parte dei voti vince”. Il voto è la moneta della pianificazione centrale, e il voto non veicola informazioni, le distorce.

L’UE non è altro che l’estensione dell’agenda politico/economica di quel piano centralizzatore che fa riferimento al NWO. Fu Jean Monnet che, insieme a Raymond Fosdick, portarono avanti l’agenda del NWO in Europa. Tale agenda vide realizzare i suoi primi frutti con la nascita della CECA.

Ma ecco il prodotto civetta che permette ad alcuni di dire che l’UE potrebbe essere stata fondata seguendo principi di “libero mercato”: zona di libero commercio con basse tariffe. A quale prezzo? Cessione della sovranità nazionale ad uno stuolo di burocrati non eletti che avrebbero stilato le regole.

Questo non ha niente a che fare con nessuna teoria di quegli economisti di libero mercato che invocavano una società basata sulla conoscenza decentrata. Questo non ha niente a che fare con una prosperità di lungo periodo. Questo, invece, ha a che fare con un controllo capillare della società. Si ha la presunzione di poter in qualche modo controllare la divisione del lavoro in base ad un ruolo calato dall’alto. Ho una proposta. Se davvero questi individui credono di poter realizzare una cosa del genere, sicuramente sapranno dirvi come costruire una matita senza aiuto alcuno.

SPENDI, SPANDI, TASSA, RIDISTRIBUISCI

I pianificatori centrali, avendo una conoscenza limitata dell’ambiente economico che li circonda, non possono assicurarsi le risorse di cui hanno bisogno per portare avanti i loro progetti. Non potendo effettuare un calcolo economico in accordo con i segnali di mercato, si trovano costretti a prendere con la forza le risorse di cui hanno bisogno. Agiscono in base a questo principio: non rubare, a meno che non hai la maggioranza dei voti.

Grazie all’espansione monetaria della BCE nel primo decennio di vita dell’euro, sembrava davvero che i pianificatori centrali stessero consegnando il paradiso in terra ai propri elettori. I governi, diminuendo la pressione fiscale sui contribuenti, sembravano poter risparmiare un pesante fardello al loro elettorato prediligendo un metodo di acquisizione di risorse passante per le emissioni obbligazionarie. Di conseguenza, maggiore era il deficit con cui lo stato europeo membro finanziava le sue spese, maggiori risorse riusciva a concentrare nelle sue mani da quegli altri stati europei membri che invece prediligevano un assetto economico più responsabile. A fronte di emissioni obbligazionarie crescenti poste come garanzie per prestiti sganciati dalla BCE, il membri del Club Med, ad esempio, si sono lanciati in una baldoria di spese costituite principalmente da una spesa in deficit.

Ciò è solo apparentemente meno deleterio di una tassazione visibile, perché in questo modo le risorse sottratte dall’economia reale vengono acquisite in modo nascosto, ma ad un prezzo futuro. Qual è questo prezzo futuro? La crisi scoppiata nel 2010.

Nel 1977 venne pubblicato il libro di James Buchanan, Democracy in Deficit. In esso l’autore ci spiega come i primi 150 anni di vita degli Stati Uniti siano stati caratterizzati da una regola non scritta, ma che è stata rispettata alla lettera poiché principio di prosperità e responsabilità: la necessità di un bilancio in pareggio. Era qualcosa di assimilato nella consuetudine della pratica economica essere responsabile fiscalmente, e questo non escludeva il governo il quale doveva sottostare entro le rigide pastoie dell’occhio dei contribuenti che  scrutavano il flusso di tasse che scorreva verso le istituzioni pubbliche. Ogni dollaro speso in tasse era un dollaro sottratto all’elettorato, e questo era un dolore visibile. Questo significava rinunciare a qualcosa di desiderato per permettere al governo di spenderlo chissà dove. C’era quindi resistenza ad una qualsiasi spesa improduttiva. In un certo senso, c’è tuttora. Infatti il governo americano non è mai riuscito a sottrarre in tasse più del 21% del PIL.

La resistenza politica è forte. La resistenza politica è compatta. La resistenza politica esige una spiegazione. Negli anni c’è stata solo un’eccezione a questa regola: le guerre. Ma con l’emersione del keynesismo nel mondo accademico, negli ultimi 70 anni quella regola non scritta è stata sovvertita. È stata creata un’eccezione alla precedente eccezione: crisi economiche. Lo stato, quindi, avrebbe dovuto impegnarsi a spendere in deficit nei periodi di crisi stimolando la domanda dei consumatori e permettere all’economia di riprendersi, salvo poi ricorrere a misure d’austerità nei periodi di surplus in modo da bilanciare il deficit. Questo spiraglio d’interventismo statale è stato utilizzato dai pianificatori centrali per avere deficit perenni. Il nostro paese, ad esempio, non fa eccezione. L’Italia, infatti, ha continuato ad affondare le mani nella spesa in deficit nonostante fosse ad un passo dal collasso economico prima dell’entrata nell’euro, e anche ora che le cose si stanno surriscaldando ancora una volta.

Buchanan centra il punto con il suo esempio.

Se prendo in prestito $1,000, creo un impegno futuro su di me o sulla mia casa. Indipendentemente dal mio utilizzo dei fondi, non posso imporre un costo esterno agli altri. A meno che non lasci beni valutati positivamente con cui ripagare i miei debiti, i miei creditori non possono obbligare i miei eredi a pagare i loro crediti.

Al contrario, supponiamo che io “voti” per un’emissione di debito pubblico per un importo di $1,000 a persona. Posso riconoscere che questo debito incarni una passività fiscale su alcune persone, ma non sono pienamente responsabile del rimborso totale del suddetto importo. Se non lascio alcun bene valutato positivamente, i creditori del governo potranno ancora far valere le loro richieste sulla mia progenie come contribuenti del futuro.

Inoltre l’appartenenza al gruppo dei contribuenti si sposta nel tempo. I nuovi arrivati, e non solo coloro che discendono direttamente da coloro che prendono una decisione riguardo alla suddetta spesa, sono obbligati a far fronte al debito, agli interessi e agli ammortamenti.

In sintesi, l’istituzione del debito pubblico presenta un unico problema che di solito è assente con il debito privato; persone che sono responsabili delle decisioni in un periodo sono autorizzate ad imporre eventuali perdite finanziarie sulle persone delle generazioni future. Ne consegue che l’istituzione [governo] rischia di abusarne. Ci sono problemi morali ed etici con i finanziamenti in disavanzo pubblico che semplicemente non sono presenti nella controparte privata.

La crescita economica nominale a cui abbiamo assistito nel decennio 1999-2010, non era altro che un’illusione partorita dalla stampante monetaria della BCE, la quale ha incentivato un uso improduttivo delle risorse economiche scarse presenti nel panorama economico. Si sono, quindi, moltiplicate le attività che andavano a distruggere ricchezza piuttosto che crearla, forti di un accesso (presumibilmente) illimitato ad un credito a buon mercato. L’inizio dell’implosione della bolla obbligazionaria europea ha messo in allarme i pianificatori centrali, i quali avrebbero visto sfaldarsi sotto i loro occhi tutte quelle sacche di clientelismo che avevano creato nel corso degli anni e grazie alle quali hanno goduto di sostegno. Di conseguenza, non potendo permettersi un simile esito, sono intervenuti per salvaguardare tali entità a scapito del resto dell’economia, la quale avrebbe dovuto affrontare non solo un deleveraging generato dai propri errori, ma sobbarcarsi anche quello di queste attività economiche zombie che in questo modo avrebbero continuato a parassitare il bacino della ricchezza reale.

I pianificatori centrali, infatti, pensavano di poter sostenere le attività distruttrici di ricchezza e in questo modo permettere loro di fa prosperare l’economia con un effetto a cascata. Purtroppo per loro non hanno fatto i conti con una realtà inaspettata: il trucco da salotto dell’espansione artificiale dell’offerta di moneta è qualcosa che funziona una tantum, o per meglio dire, finché esistono bilanci puliti che possono essere ingolfati. Una volta che questi ultimi diventano saturi di debiti, l’utilità marginale di ulteriori debiti diventa negativa e così si entra nel campo dei rendimenti decrescenti. Ciò sta accadendo per il rendimento del debito pubblico, ad esempio, il quale arriverà ad un punto che ad ogni unità di debito aggiuntiva consisterà la distruzione di un’unità di PIL. Di conseguenza quelle attività improduttive tenute in vita artificialmente, devono avere una quantità di canali da cui assorbire quantità crescenti di risorse economiche per non perire sotto il peso degli errori economici accumulati nel tempo.

Ecco perché lo stato non può smettere di tassare. Ecco perché lo stato non può smettere di spendere. Ecco perché si è arrivati al Q€, il quale sarà prolungato il prossimo settembre. Si vuole ricreare a tutti i costi quell’El-Dorado in cui si viveva nel decennio 1999-2010, con gli stessi tassi di crescita economica. Si vuole, quindi, modellare la realtà a proprio piacimento. Purtroppo per i pianificatori centrali, le cose non stanno così. Nessuna crescita economica esiste senza un bacino in crescita di risparmi reali. E nessun bacino dei risparmi reali può crescere se gli attori di mercato non sono liberi d’inventare e si vedono risucchiare le risorse economiche dallo stato. Ho provveduto a spiegare come funziona questo processo qui: http://francescosimoncelli.blogspot.com/2014/11/le-illusioni-hanno-conseguenze.html

Ovviamente nella realtà il processo è decisamente più complesso, ma le meccaniche di base sono quelle. Gli attori di mercato, non potendo fare totale affidamento sul meccanismo di segnalazione del mercato, non sono più incentivati ad innovare al fine di competere con altre realtà decretate obsolete dalle forze di mercato. Bensì sono incentivati solamente ad emergere e a farsi assorbire da qualche mastodonte clientelare che grazie alle sue connessioni riesce a restare (artificialmente) in vita. Ciò stimola l’ingegneria finanziaria. Ciò stimola l’ulteriore deviazione di ricchezza reale verso pachidermi che la sprecheranno. Ciò stimola l’erosione persistente del bacino della ricchezza reale.

Finché la pianificazione centrale continuerà a far proseguire questo circolo vizioso, non ci sarà alcuna crescita reale ma solo una lenta agonia alternata da sprazzi sempre più brevi di crescita economica nominale.

QUANDO I NODI VENGONO AL PETTINE

Questo è uno dei migliori “indicatori” per intuire la probabilità di una recessione. La maggior parte dei commentatori finanziari non ci fa caso e si limita a guardare al mercato azionario. In questo momento stiamo iniziando a vedere i primi segni di un’inversione della curva dei rendimenti statunitensi. Questo significa che più l’inversione diventerà marcata, maggiori saranno le probabilità di una recessione. Di solito la recessione segue l’inversione della curva dei rendimenti di circa 6 mesi.

Cosa indica questa inversione? La fine di un periodo monetario altamente espansivo. L’inflazione monetaria alloca improduttivamente le risorse scarse nell’ambiente economico: l’espansione dell’attività economica si basa su un bacino di risparmi reali fasullo e gli attori economici vengono ingannati dai tassi d’interesse artificialmente bassi. Man mano che la realtà torna a far sentire la sua voce, le attività improduttive che hanno sottratto risorse reali all’economia iniziano a soffrire e diventano disperate poiché non possono più entrare in possesso di denaro a buon mercato. Tale sofferenza (aumento dei tassi a breve termine e carenza di liquidità) si trasforma in dolore economico quando suddette attività soffrono perdite e infine sono costrette ad andare in bancarotta.

Dopo Grecia, Cina, Australia e Brasile, sulla graticola del fallimento si posa anche il Giappone. Eppure era il regno dei signoraggisti e altri folli monetari che decantavano come il QE fosse la panacea di tutti i mali. La colonia di pensionati che sull’insegna porta il nome di “Giappone”, sta manifestando i segni di un’economia sotto stress a causa di un debito gigantesco, un mercato obbligazionario fasullo, prezzi in ascesa e salari in picchiata. E’ sostenibile nel lungo periodo? La BOJ promette ulteriori interventi. Questo significa ulteriore dolore economico per i giapponesi. Più controlli immetteranno nell’economia, più velocemente il castello di carte crollerà al suolo una volta che un evento “insignificante” lascerà entrare nella stanza una folata di vento. Pensate a MPS. Pensate a Nomura.

Ciononostante sotto gli occhi di tutti rimane la Grecia. Alla fine il governo greco ha accettato le condizioni della Troika e presto riceverà il denaro per il terzo salvataggio. I media finanziari hanno festeggiato ripetendo, per la terza volta, come la Grecia sia ormai sistemata. No, non lo è. La Grecia è una dolina finanziaria, un investimento improduttivo a livello statale, e il suo continuo salvataggio non servirà a sistemare le cose; servirà solamente a dilatare i tempi di un default praticamente annunciato. Infatti il meccanismo ELA con cui verrà finanziato il sistema bancario greco, non inietterà sin da subito il denaro necessario per una ricapitalizzazione. Perché no? Politicamente suicida. Significherebbe segnalare ai mercati quanto nei guai sono i bilanci del settore bancario ellenico. Ma più tempo viene preso e più lentamente verranno iniettati tali fondi, più i controlli di capitali rimarranno in vigore continuando a seminare panico tra la popolazione. Questo aumenta il rischio di un bail-in per quei depositanti in possesso di conti da €100,000+. Lo stress per le sofferenze accumulate finora si sta facendo sempre più opprimente. Questo aumenta il rischio di un panico. Nessuno vuole agitare le acque in questo momento. Ma dati i livelli di errori economici finora raggiunti, le acque finiranno per essere agitate… in un modo o nell’altro.

Considerate questo fatto: nel periodo tra gennaio e maggio di quest’anno, la Grecia ha incassato in tasse €18 miliardi e ne ha spesi €20.6 miliardi. Questo significa che anche se la Grecia dovesse raggiungere le aspettative più ottimistiche di bilancio, la spesa anno/anno sarebbe di €2.6 miliardi superiore. Considerando tutte le vecchie promesse fatte dai governi passati e la scarsa austerità imposta, come accidenti può fare il governo ad andare in pareggio con conti simili, interessi in ascesa e un’economia da €175 miliardi con un debito da €320 miliardi? Esattamente, tra qualche mese la Grecia tornerà sui titoli dei giornali poiché non sarà in grado di onorare i suoi impegni con l’Europa.

Nel frattempo l’esposizione alla bomba ad orologeria greca si è espansa, tirando dentro altri soggetti fiscalmente irresponsabili ed economicamente instabili.

In caso di necessità, questi stessi paesi seguiranno il modello della Grecia e chiederanno aiuti all’Europa. Questo significa ulteriore interventismo. Questo significa ulteriori errori economici. Questo significa che dalla presunzione fatale alla base del progetto europeo ci stiamo dirigendo verso quella che nel 1944 F. A. Hayek definì la strada verso la schiavitù. Ormai è rimasta solo la Germania che può essere utilizzata come garanzia collaterale per mantenere in piedi la zona Euro. Questo significa che saranno spennati i contribuenti tedeschi. La Germania uscirà quindi dall’euro? Non credo. Questo vuol dire che verrà chiamata in causa la BCE e vedremo se davvero manterrà fede alla sua promessa del 2012, ovvero, se farà tutto il possibile per mantenere viva (o in stato catatonico) l’Europa. Pensate che qualcosa di simile sia lontano nel tempo? Pensateci due volte. Spagna e Italia sono altre due doline finanziarie. L’economia della prima arranca e l’economia della seconda è ormai in stagnazione perenne. Il rapporto debito/PIL della Spagna è salito dal 68% al 98%. Il rapporto debito/PIL dell’Italia è salito dal 116% al 132%. Quello della Francia è salito dall’85% al 95%. La Spagna ha un debito da €1,000 miliardi, mentre l’Italia uno da €2,600 miliardi.

E non scordiamoci il Portogallo. Una ristrutturazione di uno qualsiasi di questi debiti significherebbe default a catena. Senza contare il rapporto di leva del settore bancario europeo e la sua esposizione a queste sabbie mobili: 26:1. Non ci sono riforme che potranno tenere. Non esistono. Perché? Perché questa non è una crisi ciclica, è strutturale. Invece di permettere una sana pulizia di quegli errori economici accumulati in passato, si è deciso d’ingigantirli e crearne di nuovi.

Ma come detto poco sopra, non è solo la Grecia. È un problema globale. È un problema di quante volte ancora si può giocare al calcio al barattolo. Più in generale, è un problema tra economia di mercato e socialismo. Sebbene il ventesimo secolo abbia sperimentato terribili dittature ed economie di comando, si è pensato scioccamente che mantenere un minimo di libertà intorno alla sfera individuale avrebbe permesso ai pianificatori centrali di direzionare a loro piacimento le sorti della società e parassitarne indisturbati i proventi. Hanno intrapreso la cosiddetta “politica della terza via”, pensando di poter erigere un muro tra loro e le decisioni individuali degli attori di mercato. Ciò che in realtà hanno creato è stato un lento scivolamento verso un’economia di comando, poiché non esiste nulla che possa rassomigliare ad un’economia di comando soft. Coloro che si fanno fuorviare non comprendono come l’economia socialista sia sostanzialmente un’economia di consumo. Si pensa scioccamente che basti sfornare “cose a caso” per fornire agli attori di mercato ciò di cui hanno bisogno per prosperare. Diversamente da ciò, l’economia di mercato è un’economia di produzione la quale lascia nelle mani degli imprenditori il compito di soddisfare al meglio i desideri degli attori di mercato. Non si producono, quindi, “cose a caso” ma la produzione è diretta fondamentalmente da ciò che gli individui vogliono che sia prodotto. In questo modo non solo si stimola la creazione di cose, ma si stimola anche l’inventiva e la creatività attraverso la quale sottrarre quote di mercato a quelle imprese obsolete.

I prezzi trasmettono informazioni. La conoscenza degli imprenditori può svilupparsi inalterata da deformazioni corrosive partorite da enti centrali dispensatori di favori clientelari, migliorando di conseguenza la sua alertness nei confronti di idee in grado di migliorare la sua posizione e di riflesso quella dell’intera società. Un ambiente economico quanto più privo di alterazioni artificiali rappresenta un habitat adeguato per portare alla luce una crescita economica sana e sostenibile.

Tutto ciò non è affatto presente nell’attuale Europa, la quale sta assaporando la devastante tragedia a cui conduce la strada verso la schiavitù. La presunzione di voler pianificare centralmente l’economia e sperare che le cose sarebbero andate diversamente si sta ritorcendo contro gli eurocrati, i quali stanno implementando misure sempre più disperate per tenere in piedi la nave europea che affonda. Infatti, a parte i bond sovrani delle varie nazioni-carcassa europee, la BCE ha deciso d’includere nel suo programma d’acquisto di bond anche il settore obbligazionario corporativo. Tra i tanti nomi ci sono Enel, Snam e Terna. Dopo aver reso illiquido il mercato obbligazionario sovrano (sebbene tutti coloro che finora hanno accumulato bond sovrani sono pronti a premere il pulsante “vendere” in caso di panico), la BCE vuole continuare a mandare avanti a tutti i costi l’illusione della stabilità, inondando di denaro fiat il settore obbligazionario corporativo, alimentando altri zombie e creando un mercato imprenditoriale artificiale.

Debiti in ascesa, deficit fuori controllo e adesso imprese sovvenzionate artificialmente nientemeno che dalla BCE stessa. La calma attuale è apparente, perché l’illusione di prosperità trasmessa dalla stampante monetaria è transitoria. Il seguente grafico, infatti, mostra i prestiti non performanti all’interno del sistema bancario europeo, ed è tutto ciò di cui si ha bisogno per inquadrare il quadro “clinico” della zona Euro: un morto che cammina. L’unica cosa che separa questo cadavere dalla tomba è la BCE e il bancomat degli stati (i contribuenti). Ma come possiamo osservare, nonostante i continui interventi, la situazione non ha fatto altro che peggiorare… soprattutto in quei paesi dove i media finanziari dicono che sono state fatte le “riforme”: Irlanda. Cos’è cambiato negli ultimi sei anni in cui sovente si è ripetuto che la situazione era stata aggiustata e il futuro avrebbe portato una ripresa sostenibile? L’ambiente economico europeo si è fatto invece più insostenibile, sia a livello statale si a livello bancario.

DEPRESSIONE O INFLAZIONE DI MASSA

La via tracciata dalla BCE, così come quella che stanno seguendo tutte le altre banche centrali del mondo, conduce ad un bivio: depressione o inflazione di massa. I banchieri centrali sono abbastanza furbi da non far sfociare l’attuale sistema in un’iperinflazione. Ci sarà iperinflazione se le banche centrali verranno nazionalizzate dai rispettivi governi, in questo modo la politica monetaria finirà in mano ad una banda di burocrati incapace di emanciparsi dalle sue pulsioni clientelari. Il Venezuela e la morte del bolivar è un esempio. L’Argentina e la morte del peso è un altro esempio. Se invece la gestione monetaria delle principali banche centrali del mondo verrà lasciata ancora nelle mani dei banchieri centrali, dovranno decidere se spingere sull’acceleratore dell’inflazione ed alleviare quanto più possibile il fardello dei debiti degli stati; oppure tirare il freno a mano il più presto possibile e lasciare che le forze di mercato effettuino quella pulizia dagli errori economici che sarebbe dovuta avvenire 7 anni fa. In entrambi i casi l’effetto ultimo sarà lo stesso: Grande Default.

Anche un’eventuale iperinflazione non riuscirà a pulire il mercato dai suddetti errori. Le promesse fatte agli elettori sono state decisamente troppe e, soprattutto, sono state troppo onerose. Questo significa che il sistema pensionistico occidentale imploderà sotto il peso delle sue passività non finanziate e l’epico scoppio della bolla obbligazionaria. I fondi pensione non sono altro che una discarica a cielo aperto di bond del governo, i quali, a causa della repressione finanziaria delle banche centrali, hanno rendimenti ridicoli a fronte di bilanci statali ridicoli. Ciò ha espanso l’esposizione di tali fondi ad altri strumenti finanziari rischiosi, i quali, in tempi di price discovery onesto, sarebbero stati evitati come la peste. L’intromissione delle banche centrali per salvaguardare quelle entità troppo grandi per fallire e fondamentali a livello sistemico, hanno sparso in tutto l’ambiente economico bombe ad orologeria innescate. Il bello di questa storia è che nessuno sa chi ne sia in possesso. La profonda interconnessione del sistema finanziario globale e la strutturazione degli strumenti finanziari, permette un’opacità densa che impedisce d’individuare nettamente chi possiede cosa.

Il marciume alla base di tale sistema sta sfiancando gli ultimi residui del bacino della ricchezza reale. L’ingegneria finanziaria potrà proseguire la sua cavalcata finché suddetto bacino è in crescita. Ma quando, infine, diventerà stagnante, o peggio calante, non ci sarà più nulla da fare per mantenere in piedi tale sistema fasullo.

Nel frattempo l’oro non ha finito di prendere legnate. Il termometro per eccellenza nei momenti di stress economico, sembra aver esaurito tutto il suo potenziale d’avvertimento cadendo costantemente di prezzo. Eppure la Zecca degli Stati Uniti ha sospeso le vendite delle Silver Eagle. Eppure la Zecca degli Stati Uniti continua a far registrare vendite da record per quanto riguarda le Gold Eagle. Eppure le persone continuano a comprare oro fisico ad un ritmo da record. Che ci sia una disconnessione tra il prezzo spot dell’oro e il prezzo reale è qualcosa di evidente. In realtà, il prezzo “vero” del metallo, allo stato attuale, non esiste. Il prezzo che vediamo sui monitor è quello di futures e certificati: i primi sono scoperti per definizione; i secondi lo sono almeno al 90%. Ma non esistendo un mercato indipendente del fisico, equivale ad essere legati mani e piedi ad un morto. Se il mercato dell’oro fiat salta, o va in panic selling, si porta dietro anche il mercato del fisico. Decisamente diabolico: i possessori d’oro fisico corrono il rischio di vedersi (temporaneamente) dimezzato il valore del loro metallo perché la gente che ha in mano oro fiat va in panico accorgendosi che dietro non c’è il metallo sottostante. Uno il metallo in questione ce l’ha, ma il prezzo va giù lo stesso. Ipotesi estrema, ma possibile. In pratica, l’oro fiat ha un doppio effetto soppressivo: quando va bene, sopprime il prezzo per eccesso d’offerta; quando comincia a “puzzare”, sopprime il prezzo per ondata di riscatti.

Sebbene l’oro stia calando quando si guarda il prezzo denominato in dollari, non sta accadendo la stessa cosa con altre valute. In dollari canadesi una Gold Eagle costa $1,500; in corone norvegesi il prezzo dell’oro è salito e ora è solo il 10% inferiore rispetto ai suoi massimi; all’inizio di quest’anno il prezzo dell’oro ha fatto segnare un record storico in real brasiliani e ora è solo il 5% al di sotto di tale record; in dollari australiani siamo il 20% in su rispetto ai minimi di due anni fa; per non parlare del peso argentino, qui siamo ben oltre i record di tutti i tempi.

Come sempre i pianificatori centrali si aspettano al varco. La Yellen ha affermato di voler “normalizzare” i tassi d’interesse verso la fine dell’anno. Quali? Non l’ha detto. Perché? Perché non ha la minima idea di come fare senza scatenare un panico e una recessione. Quella che abbiamo qui è una PERCEZIONE d’abbondanza nel mercato dell’oro e di conseguenza il prezzo è distorto. Ma come per tutte le manomissioni di prezzo, l’abbondanza è sempre seguita dalla carenza. A quel punto qualcuno potrebbe rimpiangere il non aver comprato fisico a questi prezzi stracciati.

L’oro è sempre stato l’asset per eccellenza per preservare la propria ricchezza in caso di eccessi da parte dei pianificatori centrali. Stavolta non è affatto diverso. Quando il denaro finisce per essere controllato pienamente dai pianificatori centrali, alla fine perdono il controllo delle loro azioni. Stavolta non è affatto diverso.

CONCLUSIONE

F. A. Hayek, nei suoi due capolavori letterali, ci aveva messo in guardia dalla presunzione fatale di voler direzionare arbitrariamente le sorti della società. In questo modo ciò che avrebbe atteso coloro così sciocchi da permettere una cosa del genere, sarebbe stato questo: la via verso la schiavitù. Normative asfissianti, burocrazia opprimente e stato (apparentemente) onnipotente, sono i cartelli stradali che ci segnalano come abbiamo imboccato a tutto gas la via verso la schiavitù quando sono state create le basi per l’Europa e successivamente ampliate con l’adozione dell’euro. Ma come qualsiasi opera iniziata dal socialismo, non verrà ultimata. Perché? Mancanza di conoscenza e informazioni decentrate. Questo significa che la strada alla fine s’interromperà e la macchina su cui stiamo viaggiando farà un bel volo dal cavalcavia.

È tempo di procurarsi adeguati paracadute.

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