Sulla libertà di armarsi

LUCA FUSARI, 22.11.2015

(Pubblicazione originale: Movimento Libertario col titolo “Una cittadinanza armata impedirebbe le stragi terroristiche”)

I recenti attentati terroristici avvenuti a Parigi nei pressi dello Stade de France, al teatro Bataclan e in alcuni locali del X° e dell’XI° arrondissement, provocanti 130 vittime, dopo quelli avvenuti ad inizio anno contro la redazione del Charlie Hebdo, rappresentano non solo il fallimento del presidente Hollande, del premier Valls, del ministro degli interni Cazeneuve o di qualche altro burocrate transalpino nel garantire l’incolumità dei propri cittadini, ma più in generale è il fallimento della concezione centralista giacobina della sicurezza quale protezione demandata dai cittadini-sudditi al Dio-Stato.

Nonostante i soldi estorti tramite tassazione, lo Stato francese (l’archetipo di tutti gli Stati contemporanei) non è stato in grado di adempiere alla sua primaria e hobbesiana funzione basilare, divenendo semmai un catalizzatore e una causa di attentati quali contraccolpi e ritorsioni dovuti alla sua politica domestica ed estera.

Tale fallimento dello Stato francese non dovrebbe sorprendere chi ama la libertà e una società libera. Gustave de Molinari (The Production of Security), Murray N. Rothbard (For a New Liberty: The Libertarian Manifesto), David D. Friedman (The Machinery of Freedom), e Hans-Hermann Hoppe (Fallacies of the Public Goods Theory and the Production of SecurityThe Myth of National Defense: Essays on the Theory and History of Security Production, e The Private Production of Defense) hanno spiegato sia gli svantaggi derivanti dal monopolio nell’ambito della sicurezza e della difesa, sia i vantaggi di una difesa personale armata e di una protezione liberalizzata sul libero mercato attraverso la presenza di agenzie di protezione private.

Proprio il tema della difesa personale e della circolazione e possesso privato di armi da fuoco emerge come uno dei fattori più evidenti aggravante anche le recenti stragi parigine per numero di morti e loro dinamiche. Gli attacchi terroristici hanno colpito una nazione e dei luoghi pubblici nei quali è culturalmente e per legge espressamente vietato il possesso di armi da fuoco per la legittima difesa.

I terroristi, al pari degli stragisti dei college e delle università statunitensi, hanno potuto sparare a colpo sicuro e ripetutamente presso l’inerme popolazione frequentatrice di caffé e locali ricreativi della Ville Lumière (una grossa ‘gun free zone’) certi di poter massimizzare il numero di morti con il minimo rischio di subire una risposta efficace dalle loro vittime disarmate.

Pubblicazioni e pamphlet come Io sparo che me la cavo, statistiche e recenti studi, dimostrano come la liberalizzazione e il possesso privato di armi da fuoco aiuti a ridurre sensibilmente il tasso di omicidio, e quindi anche il rischio di violenze di massa.

Eppure, gli statalisti delle due sponde dell’Atlantico perseverano nella loro massmediatica campagna di proibizionismo e di delegittimazione delle armi da fuoco private, promuovendo invece l’incremento keynesiano delle spese militari e delle armi pubbliche in mano allo Stato.

E’ chiaro che un tale orientamento proibizionista giuspositivo, teso esclusivamente alla difesa del monopolio pubblico della sicurezza da parte dei governanti del Leviatano, riduce la libertà e l’indipendenza dei singoli individui innocenti e la possibilità di una loro difesa responsabile della propria proprietà privata ed incolumità dai malintenzionati, con inevitabili ricadute tiranniche sull’intera società.

Come ha scritto Lottieri all’interno del libro Privatizziamo il chiaro di luna!:

«Il mondo è divenuto tanto più rischioso quanto più il controllo statale sulla società è divenuto minuzioso e pervasivo. D’altra parte, lo Stato moderno (e particolarmente nella sua manifestazione più pura: lo Stato totalitario) vuole suscitare paura. Il cittadino, esposto all’arbitrio della casta dei magistrati, e il contribuente, costretto a fare i conti con gli apparati e le polizie incaricati di assicurare risorse ed obbedienza alla classe politico-burocratica che controlla lo Stato, vivono in una condizione di incertezza e di insicurezza. Si ha spesso la tendenza a considerare la paura come un qualcosa che si collega necessariamente alla colpa, ma in realtà le cose non stanno così. Non è affatto vero che, sotto il dominio dello Stato, gli innocenti non abbiano nulla da temere. Bisogna anzi domandarsi se la tecno-struttura statale non abbia bisogno, per garantire la propria sopravvivenza, di suscitare in chiunque sentimenti di angoscia e di apprensione. Intimorire i sudditi, infatti, è una delle strategie che le classi politiche adottano più di frequente al fine di ottenere l’obbedienza».

 

Nonostante il Patriot Act, Guantanamo, le torture e gli interrogatori segreti della Cia, gli spionaggi della Nsa sulle conversazioni telefoniche e sulle email degli americani, e tutte le altre misure repressive prese dal governo federale degli Stati Uniti in ambito domestico dopo l’11 Settembre 2001, il 15 Aprile 2013 a Boston è avvenuto un attentato terroristico in occasione della tradizionale maratona annuale cittadina.

La reazione dei massmedia a questi ultimi recenti attentati in Francia è stata quella di definirli capziosamente come “l’11 Settembre parigino“, non come il “15 Aprile parigino”, benché, dopo gli attacchi del 7 Gennaio 2015 e i provvedimenti nel frattempo presi dalle autorità francesi in materia di sicurezza, questa nuova serie di attentati confermi ulteriormente l’incapacità dello Stato e della sua intelligence nel fronteggiare il problema del terrorismo.

Ciononostante la reazione dei politici è focalizzata solo ad una rinnovata isterica e demagogica promessa di minore libertà individuale e di maggior protezione da parte dello Stato. Tuttavia, i fatti dimostrano che lo Stato è capace solo di ridurre le nostre libertà personali, non il rischio e la minaccia terroristica. Come ha inoltre scritto Lottieri:

«La pericolosità dello Stato, ad ogni modo, non discende necessariamente da un progetto deliberato. Al contrario, essa può essere spesso il risultato di una preoccupazione opposta. In varie circostanze, nel momento in cui vogliono costruire una società senza incertezze e senza disastri, gli uomini politici pongono le premesse per la massima esposizione ad ogni sorta di catastrofe. Il paradosso della situazione presente è tutto qui: nel fatto che per vincere la paura e per ridurre i rischi si invochi proprio quel Leviatano, quello jus publicum europaeum e quei poteri pubblici coercitivi e centralizzati che sono all’origine della condizione di incertezza che caratterizza le società contemporanee».

 

La tesi che maggior sicurezza garantisca la libertà è una considerazione statalista fallace già confutata, in tempi non sospetti, da Bejamin Franklin: «Chi rinuncia alla libertà per raggiungere la sicurezza, non merita né la libertà né la sicurezza». 

Eppure, già poche ore dopo gli attentati parigini, le autorità politiche francesi, italiane e di altri Paesi dell’Ue caldeggiavano “nuove soluzioni e proposte” in stile statunitense per un maggior controllo e un maggior interventismo dello Stato sul piano domestico ed estero, benché tali ricette già da tempo in atto in Occidente, anche nel caso francese, si siano rivelate fallimentari in ambedue gli ambiti.

 

Come riportato da l’Ansa, nella giornata di Venerdì 20 Novembre 2015, è stato discusso al vertice europeo straordinario dei ministri degli interni i provvedimenti che la Commissione Ue ha preparato (con insolito tempismo) per “prevenire e ridurre” i rischi di violenza.

Tra i provvedimenti presentati ai media nei giorni successivi agli attentati di Parigi dal collegio dei commissari e dal primo vicepresidente Frans Timmermans e dal commissario europeo agli interni Dimitris Avramopoulos vi è il bando delle armi da fuoco ritenute “militari”, e una stretta su quelle di piccolo calibro, comportando nuovi criteri ed ulteriori normative europee per l’acquisto e la vendita sul mercato legale.

 

In pratica si colpiranno ulteriormente la possibilità di acquisto legale di armi da fuoco da parte dei cittadini dei vari Paesi Ue, il tutto senza minimamente monitorare, sanzionare o colpire le fonti di finanziamento dei terroristi e i loro armamenti (perlopiù armamenti militari di fabbricazione occidentale ottenute dai jihadisti in Medioriente in scenari di crisi internazionali prodotti da quegli Stati che, come la Francia, sono da tempo impegnati ad intervenire e interferire militarmente in Libia e Siria per finalità geopolitiche dubbie e controproducenti).

Il gun control e lo Stato di polizia appaiono misure sempre più inadeguate, a maggior ragione visto che la minaccia terroristica non è di tipo convenzionale ma asimmetrica, cioè le informazioni e le conoscenze necessarie per evitare le stragi, o per ridurre i rischi, sono disperse e non centralmente monitorabili e disponibili.

In assenza di una discriminazione razionale dei rischi, a causa dei loro pregiudizi egualitari, le élite collettiviste a capo dei governi degli Stati intendono criminalizzare l’intera popolazione come se fosse tutta composta da terroristi, ma questa apparente “soluzione” non consente in ogni caso ai governi di affrontare il problema.

Considerare l’intera popolazione come potenzialmente terrorista impedisce una risposta tempestiva e mirata data la dispersione dei dati, delle informazioni da verificare specie in contesti demografici ad alta densità di abitanti all’interno di società complesse con numerosi luoghi di ritrovo e di svolgimento della vita quotidiana.

Sicché gli Stati-nazione e i loro funzionari sono aprioristicamente non in grado di affrontare un simile fenomeno sociale a causa delle loro medesime dimensioni e modalità d’operato basate sulla pianificazione centrale della sicurezza. Ad una analoga conclusione è giunto perfino Ronald K. Noble, ex sottosegretario per l’imposizione del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, e responsabile del Servizio Segreto e del Atf, e attuale segretario generale dell’Interpol (l’organizzazione internazionale di coordinamento delle polizie degli Stati).

In una intervista ad Abc News egli ha dichiarato che un’alternativa allo Stato di polizia e alla legge marziale (di fatto in vigore per i prossimi 3 mesi in Francia) è quella di lasciare che le persone portino i mezzi per difendersi propendendo verso una responsabilizzazione dei singoli per la propria autodifesa.

«Le società devono pensare a come hanno intenzione di affrontare il problema. Uno è quello di dire che vogliamo una cittadinanza armata. Un altro è dire che le enclavi sono così sicure che, al fine di essere un bersaglio facile, è necessario passare dei controlli di sicurezza straordinari».

 

Come ha evidenziato J.D. Tuccille su Reason magazine, riportando stralci dell’intervista, col termine ‘enclavi’, Noble considera quelle aree o luoghi pubblici nelle quali le persone si riuniscono (ad esempio un centro commerciale, un teatro, un supermercato, una piazza) sotto la supervisione del monopolio dello Stato.

In tale scenario questo implicherebbe però una molteplicità di luoghi da rendere sicuri e da supervisionare centralmente. Senza dubbio richiederebbe l’assunzione e la presenza di polizia, agenti e militari di Stato o di altri enti pubblici locali, incrementando lo spoil system, il clientelismo, il voto di scambio e la spesa pubblica.

Benché questa dimostrazione muscolare possa visivamente essere appagante per coloro i quali traggono profitto da tale sforzo (politici, poliziotti, industrie clientelari e complessi militari-sicurezza) e per coloro che sono amanti dell’autoritarismo fine a sé stesso, lo stesso Noble ammette che sul piano dei risultati conseguiti sarebbe una sfida scoraggiante e destinata ad essere persa.

D’altronde la pianificazione centralizzata della sicurezza è una specifica forma di socialismo e come tale difetta della medesima illusoria presunzione fatale da “grande mente onnisciente” dell’ambito economico o militare. Lo stesso Noble, riferendosi a Stati statunitensi con tradizioni favorevoli alla difesa personale, ha dichiarato:

«quello che sto dicendo è che le polizie di tutto il mondo mettano in discussione le loro opinioni sul controllo delle armi. Devono interrogarsi sulle opinioni dei cittadini sul controllo delle armi. Dovete chiedere a voi stessi ‘una cittadinanza armata è più necessaria di quanto lo fosse in passato con una minaccia in evoluzione come il terrorismo?’ Questo è qualcosa che deve essere discusso. Per me è una questione profonda. Le persone sono pronte a dire ‘controllo delle armi, la gente non dovrebbe essere armata, eccetera, eccetera’ penso che debbano chiedersi: ‘Dove avresti voluto essere, in una città dove c’era il controllo delle armi o in una dove non c’è? In una città dove c’è il gun control o in una con cittadini armati, in un centro commerciale Westgate o in un posto come Denver o il Texas?».

 

Se le autorità francesi avessero favorito la diffusione di armi da fuoco tra i loro cittadini, la giornata parigina del 13 Novembre 2015 sarebbe stata più simile a quella del Curtis Culwell Center in Texas (dove un tentativo di attacco terroristico da parte di due jihadisti collegati all’Isis contro una mostra di vignette satiriche sul profeta Maometto ha visto la morte dei soli due attentatori freddati dalla security) anziché a quella del Westgate di Nairobi (dove il gruppo fondamentalista al-Shabaab ha ucciso 61 civili disarmati all’interno di un centro commerciale).

Se si suggerisce la legittimità delle tesi in favore del libero possesso delle armi, ammettendo il fallimento della pubblica sicurezza, bisogna coerentemente riconoscere dal punto di vista libertario anarcocapitalista che le enclavi, quali zone di pubblico interesse, devono essere di proprietà privata e prive di un solo fornitore della sicurezza, ovvero con individui privati armati e con una serie di agenzie private in grado di operare il servizio di sicurezza in un ordine policentrico competitivo.

Ovviamente Noble non è un libertario ed è ben lungi dal rinunciare allo Stato demandando esclusivamente ai privati la gestione della sicurezza, tant’è che nella stessa intervista ha chiesto anche controlli più severi sui passaporti, e sui mezzi di trasporto come gli aerei.

La limitazione della libertà individuale per ragioni di “sicurezza nazionale” sul modello del Patriot Act statunitense post-11 Settembre 2001, è un argomento che sta trovando consenso anche nel Vecchio Continente. A tal riguardo, sempre nei giorni scorsi è avvenuto il quarto incontro del negoziato tra Commissione, Parlamento e Consiglio Ue sul controverso dossier del registro dei passeggeri dei voli aerei (Pnr), ritenuto da Commissione e Consiglio Ue “fondamentale per la prevenzione e la lotta al terrorismo”.

Il dossier è bloccato da oltre due anni all’Europarlamento che esprime forti preoccupazioni per la privacy. Ora, gli eurocrati auspicano che si arrivi all’approvazione di una direttiva entro l’anno, come previsto dall’impegno preso dagli europarlamentari a Febbraio con una risoluzione passata all’emiciclo a larghissima maggioranza.

I principali nodi della trattativa restano l’applicazione del Pnr per i voli intra-Ue e la durata della conservazione dei dati. Ovviamente maggiori controlli sulla sicurezza in stile Tsa (con body scanner e una schedatura dei passeggeri) aumenteranno i disagi e i costi non garantendo, in ogni caso, una sicurezza totale dal rischio di attentati (basti pensare al caso recente dell’aereo passeggeri russo partito da Sharm el Sheik ed esploso in volo sul Sinai a causa di una bomba a bordo, nonostante l’Egitto sia una dittatura militare sacrificante più libertà personali per i controlli sulla sicurezza rispetto alle democrazie occidentali).

«La libertà è la madre, non la figlia, dell’ordine», come disse Pierre-Joseph Proudhon, dunque la ricerca spasmodica della sicurezza attraverso la limitazione della libertà degli individui innocenti è un’assurdità che inevitabilmente conduce verso una fallimentare e caotica distopia totalitaria.

E’ tuttavia assai più probabile che, per convenienza d’arbitrio e d’interesse, i politici di vario colore ed ideologia perseverino nel costruttivismo della sicurezza ad ogni costo, anziché nel riconoscimento che i singoli individui hanno il legittimo diritto all’autodifesa in caso di situazioni di pericolo.

D’altronde, anche in Europa, il mantra statalista della sicurezza ha per scopo quello di disarmare e colpevolizzare gli onesti cittadini e i loro diritti naturali, non certo quello di punire i colpevoli e chi fiancheggia il terrorismo.

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