Il collettivismo strisciante di sedicenti ‘liberali’

GIOVANNI BIRINDELLI, 26.2.2016

(Pubblicazione originale: Catallaxy Institute, ripreso da Movimento Libertario)

È stato recentemente rilanciato con entusiasmo, anche da ambienti sinceramente favorevoli alla libertà e ostili allo statalismo, un intervento di Angelo Panebianco a proposito di Keynes vs. Scuola Austriaca / statalismo vs. libero mercato.

Ora, che Panebianco dica quello che dice non mi stupisce. Tuttavia non riesco a non stupirmi del fatto che ci sia ancora qualcuno, fra coloro che hanno letto gli autori coerentemente libertari, che confonde il collettivismo strisciante di Panebianco con una difesa del libero mercato.

Lasciamo perdere il fatto che all’inizio del suo intervento Panebianco sembra annoverare gli austriaci fra i neoclassici (!). Gli perdoniamo questo fatto a) perché riconosce lui stesso di non capire nulla di economia e b) perché più tardi parla di ‘tre gruppi e non due’ (anche qui sbagliando, in quanto trascura quanto meno i monetaristi, ma appunto lasciamo perdere).

Panebianco dice: “Quali che fossero i danni prodotti dai fallimenti del mercato, i fallimenti dello stato potevano essere più gravi. Questo era il nodo vero”

In primo luogo, i fallimenti del mercato non esistono. Questo non vuol dire che il libero mercato produca l’Eden. Vuol dire che il libero mercato è quel processo (peraltro autocorrettivo) che è in grado di utilizzare al meglio, all’interno della Legge intesa come principio, le conoscenze, le capacità e le energie che sono disperse fra i diversi individui e che nessuna mente direttrice può possedere. Il fatto che uno abbia i mezzi migliori per scalare una montagna e che li usi al meglio possibile, data la situazione, non vuol dire che se non raggiunge la vetta (che peraltro al di fuori della metafora è un concetto che non ha senso) sta fallendo e sta producendo “danni”. Hayek parlò di qualcosa che poteva essere ricondotto ai cosiddetti ‘fallimenti del mercato’ quando espresse il suo pensiero a favore della produzione, da parte dello stato, di alcuni ‘beni pubblici’. L’incoerenza di questa sua posizione (e di altre ancora) col resto delle sue stesse posizioni di fondo a favore del libero mercato e della sovranità della Legge intesa come principio è nota e immediatamente evidente (peraltro è stata definitivamente dimostrata da Rothbard e più recentemente ricordata da Salin, Cubeddu e altri). Parlare di ‘fallimenti del mercato’ di per sé vuol dire non aver capito cos’è il mercato.

Quindi il confronto non è fra i presunti ‘fallimenti del mercato’ e i fallimenti dello stato, ma fra la capacità creativa del mercato e i successi dello stato nel distruggerla.

In secondo luogo, e di conseguenza, l’inferiorità dello stato rispetto al mercato non è una “possibilità” (come Panebianco mette in bocca a Mises oltre che a Hayek) ma una necessità logica. E quello che caratterizza la Scuola Austriaca di economia e che Mises, Hayek (nonostante le sue contraddizioni) e Rothbard hanno messo in evidenza, è proprio la necessità del fatto che, a causa di problemi legati all’uso della conoscenza nella società, in particolare relativamente al valore economico e alla formazione dei prezzi, il mercato è economicamente (oltre che moralmente) non tanto superiore quanto opposto allo stato; il primo crea valore economico, l’altro necessariamente lo distrugge.

Panebianco dice: “gli austriaci sostenevano che l’allocazione delle risorse potesse essere molto più distorta da interventi della mano pubblica rispetto a un mercato… eh…”

A parte il discorso sulla differenza fra possibilità e necessità, già discusso, gli austriaci, correttamente, non hanno mai sostenuto che il mercato distorca alcunché. Stampando denaro, fissando un tasso d’interesse arbitrariamente basso, monopolizzando la moneta, tassando, regolamentando il commercio, fissando i salari minimi, impedendo a Uber Pop di lavorare, ecc. lo stato distorce la struttura produttiva. L’unica cosa che fa il mercato, attraverso la crisi, è quella di correggere queste distorsioni.

Panebianco dice: “Il rimprovero mosso a Keynes è quello di avere aperto un’autostrada, di aver legittimato o di non aver introdotto sufficienti ostacoli alla legittimazione dell’uso per fini politici della spesa pubblica. Questo è il vero rimprovero che è stato fatto a Keynes”

Non esiste logicamente una spesa pubblica che non avvenga per fini politici. Quindi se si vuole ostacolare la spesa pubblica per fini politici occorre necessariamente impedire la spesa pubblica. La ‘terza via’ suggerita implicitamente da Panebianco non solo in questo intervento ma anche nei suoi articoli, non esiste logicamente: è una contraddizione in termini. È il modo migliore che gli statalisti che non hanno l’onestà intellettuale di ammettere che sono tali hanno per sembrare ‘liberali’. È il vero ostacolo culturale e intellettuale da superare se vogliamo fare passi avanti nella direzione di una maggiore libertà e prosperità economicamente ed eticamente sostenibili

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