La deriva italiana sulla libertà di espressione

GIOVANNI BIRINDELLI, 9.3.2016

(Pubblicazione originale: Catallaxy Institute)

È di oggi la notizia che un uomo è indagato per il ‘reato’ di omofobia  per aver detto “‘brucerei un figlio gay nel forno'”.

Ora, molte persone che trovano ripugnante la frase incriminata probabilmente sono compiaciute del fatto che la persona che l’ha pronunciata dovrà affrontare un processo e forse perfino una condanna. Queste persone, tuttavia, spesso non si rendono conto che aggredire qualcuno per le sue parole o per l’espressione del suo pensiero, anche se legale, è illegittimo, come sarebbe illegittimo aggredire qualcuno per le sue preferenze sessuali o di stile di vita.

Nel 1977, a Skokie, un villaggio dello stato americano dell’Illinois in cui vivevano numerosi sipravvissuti dell’olocausto, ci fu una manifestazione neonazista. Ne nacque un processo che finì di fronte alla Corte Suprema degli Stati Uniti, la quale assolse i dimostranti neonazisti (https://supreme.justia.com/cases/federal/us/432/43/). Il motivo fu, in sostanza, che libertà di pensiero significa, nelle parole del giudice Holmes della Corte Suprema, “libertà per il pensiero che odiamo” (https://supreme.justia.com/cases/federal/…/279/644/case.html – questa frase di Holmes si riferisce a una caso relativo alla libertà di pensiero del 1929). La libertà di esprimere solo il pensiero che è generalmente ben accolto non è libertà di pensiero: è la sua negazione. Come disse il giudice Brennan sempre della Corte Suprema in relazione a un’altro caso (del tutto analogo a quello che in Italia finì con la condanna di una persona perché disse che l’Italia è un “paese di merda”): “Se c’è un principio fondamentale alla base del Primo Emendamento è proprio quello che lo stato non può proibire l’espressione di un’idea semplicemente perché la società la trova offensiva o spiacevole” (https://supreme.justia.com/cases/federal/us/491/397/).

In conclusione, due considerazioni:

1. Se i giudici della Corte Suprema che furono favorevoli alla libertà di espressione fossero stati coerenti nel loro pensiero (cioè se, invece che ‘libertari dei diritti civili’ fossero stati ‘libertari’ e basta), oggi negli USA non ci sarebbero la Federal Reserve (la banca centrale), il corso forzoso, il dollaro, le tasse (per non parlare della progressività fiscale) ecc.

2. Se negli USA, almeno a partire dal 1964 col caso Sullivan (https://supreme.justia.com/cases/federal/us/376/254/case.html), assistiamo a una parziale difesa della libertà di espressione (*) in Italia, se vediamo anche il caso recente di Piero Ostellino (ma i casi sono così numerosi da essere inelencabili), assistiamo a un’ininterrotta espansione della violazione, da parte dello stato, della libertà di espressione.

Per quanto raccapricciante sia la frase riportata in apertura, la condanna di qualcuno per l’espressione del suo pensiero (in altre parole, l’esistenza stessa dei ‘reati’ di opinione quali quello di omofobia), è un’aberrazione non solo per gli standards di coloro che stanno dalla parte della libertà ma anche, se questi avessero la pazienza o la capacità di riflettere razionalmente e coerentemente, per quei socialisti moderni che vogliono la botte piena e la moglie ubriaca, cioè i ‘diritti civili’ e la violazione della libertà economica.

(*) Parziale perché la libertà di espressione è pesantemente limitata in relazione alla cosiddetta “sicurezza nazionale”: un concetto privo di senso al pari della cosiddetta “giustizia sociale” (Lewis A., 1992, Make No Law (Vintage Books, New York)). Tuttavia vale la pena ricordare che negli USA non esiste il reato di diffamazione nei confronti di un pubblico ufficiale, dello stato o di una sua agenzia (mentre in Italia una persona è stata condannata al pagamento di 1 milione di euro per ‘danno d’immagine’ all’Agenzia delle Entrate per aver detto che a suo parere, dato l’elevato livello di pressione fiscale, evadere le tasse non è un reato grave).

3 thoughts on “La deriva italiana sulla libertà di espressione

  1. griago March 10, 2016 / 5:32 pm

    Concordo con il contenuto dell’articolo.

    Personalmente l’unica cosa condannabile è la violenza quando questa non è per legittima difesa e comunque appropriata alla violenza subita.

    Il problema nasce quando iniziamo a muoverci tra questi due estremi ben chiari. Se arriva il mafioso che minaccia di usare violenza fisica nei miei confronti è la minaccia stessa violenza? Posso difendermi in modo appropriato o finché non passa alle vie di fatto non posso reagire? Se qualcuno mi sta puntando una pistola non posso reagire finché non mi spara? Mi sembra chiaro che anche la minaccia di violenza è essa stessa violenza, anche se ci stiamo spostando dal fisico al psichico. Non siamo ancora alla libertà di opinione perché la minaccia non è un’opinione.

    Ma facciamo un ulteriore passo. Se qualcuno istiga qualcun altro ad usare violenza, possiamo chiamarlo violento? Certo, colui che segue la sua istigazione lo è certamente in quanto dotato di libero arbitrio e quindi in grado di scegliere se dar seguito alla istigazione o no. Ma il “mandante” è violento? Lo si può punire per aver istigato alla violenza? Penso di si, in particolare se la violenza ha luogo e si riesce a mostrare il legame tra chi compie l’atto e l’istigazione a cui questo ha fatto riferimento. Se istigo a compiere violenza (non per difesa) sono colpevole se poi questa si compie.

    E se non si compie? Questo è per me il confine. Sarei portato a dire che finché la violenza non si compie l’istigatore non è ancora colpevole, ma mi piacerebbe sentire altri pareri a riguardo.

    Facciamo ora un ulteriore passo avanti oltrepassando così questo confine. E se io uso espressioni che dicono “paese di merda” o “sporco negro” o “ebreo parassita” o qualunque turpe espressione volete ma che al loro interno, pur essendo offensive, non istigano espressamente alla violenza, posso essere considerato violento. Ecco, a partire da questo punto nella mia visione attuale affermerei di no. L’offesa, anche se riconosciuta unanimamente come tale, non la considererei violenza, a meno che l’offeso non sia in grado di dimostrare di fronte ad un giudice che quell’offesa gli abbia creato danno, ad esempio a causa di una diffamazione.

    Riassumendo non considererei violenza l’espressione “brucerei un figlio gay nel forno”. Diverso è il discorso su “tutti i figli gay devono essere bruciati nel forno” e poi qualcuno passa da queste parole ai fatti.

    • Catallaxy March 10, 2016 / 6:44 pm

      La ringrazio per il commento. In generale, concordo con lei sul fatto che la difesa della libertà di espressione in alcuni casi possa porre dei problemi complessi, a volte di difficile soluzione. Nello specifico, tuttavia, in relazione ai casi che lei cita, io non trovo particolari difficoltà.

      Sul caso della minaccia di violenza, nei limiti in cui questa è credibile, sono d’accordo con lei e trovo già questa, di per sé, una forma di aggressione fisica, anche se perpetrata con mezzi non fisici. È utile tra l’altro notare che di solito la minaccia di violenza è finalizzata a un obiettivo particolare, quindi è utilizzata come strumento coercitivo in funzione di quell’obiettivo. Infine, è noto che molte persone cedono alle richieste di torturatori alla sola descrizione delle pratiche a cui verranno sottoposti, o alla vista degli strumenti che verrano usati, senza che la tortura fisica abbia mai avuto inizio. Questa peraltro è la tecnica su cui si basa gran parte della coercizione statale.

      Diverso il caso dell’istigazione alla violenza. Non riesco a vedere l’istigazione come violenza, nemmeno nel caso in cui poi la violenza sia stata effettivamente compiuta. Questo sulla base del principio di responsabilità individuale che lei stesso cita. Se A dice a B di aggredire C e B lo fa, poiché c’è il libero arbitrio, la responsabilità è interamente di B. Se non fosse così, la resaponsabilità dello stato di miseria di una persona che, lasciandosi convincere dalle pubblicità, ha speso tutto il suo denaro per l’acquisto dei prodotti pubblicizzati sarebbe anche delle aziende che hanno pubblicizzato quei prodotti. In questo caso non c’è violenza ma il principio della responsabilità individuale, che è il nocciolo della questione, è lo stesso.

      Sull’offesa sono d’accordo con lei: non è mai violenza. Non sono d’accordo tuttavia col suo “a meno che”. Il ‘reato’ di diffamazione non lo considero tale (e considero la sua esistenza come una violazione della libertà di espressione) in quanto presuppone il diritto di proprietà sui pensieri di altre persone. Dove c’è la libertà di espressione, c’è il mercato delle idee e non c’è il reato di diffamazione (di più su questo in questo articolo: https://catallaxyinstitute.wordpress.com/2015/02/24/della-liberta-di-espressione-versione-integrale/).

      Il punto che personalmente mi pone maggiori problemi e dubbi è quello della violenza psicologica: non ho alcun problema ad accettare il fatto che determinate parole possano creare danno psicologico (e quindi indirettamente anche fisico) a determinate persone. Un neonazista che manifesta a favore di Hitler davanti a una bambina la cui madre è stata uccisa in un campo di concentramento nazista le sta sicuramente producendo un danno psicologico, che magari potrebbe anche esprimersi in danno fisico. Quindi, da un lato, sarei incline a considerare la violenza psicologica come un motivo legittimo per la limitazione della libertà di espressione. Dall’altro lato, tuttavia, riconosco che, una volta che si accetta questo principio, non c’è alcun limite alla limitazione della libertà di espressione. Poiché siamo tutti diversi e possiamo essere psicologicamente feriti da infinite cose (solo alcune delle quali conoscibili), dove il danno psicologico è motivo sufficiente per limitare la libertà di espressione quest’ultima di fatto viene azzerata (ci troveremmo in una situazione analoga a quella in cui A non può licenziare B a causa del danno psicologico che il licenziamento avrebbe su B). Quindi tendo a non considerare il danno psicologico come motivo sufficiente per limitare la libertà di espressione e a vedere questo come uno di quei casi in cui mi sento di preferire, anche sulla mia pelle, i danni di troppa libertà che quelli di troppo poca libertà. Ma questo è un punto su cui sto ancora riflettendo, anche sulla base di considerazioni e strumenti che qui non ho discusso.

      In conclusione, anche se qualcuno dicesse “tutti i figli gay devono essere bruciati nel forno” e poi qualcuno passasse da queste parole ai fatti, aggredire qualcuno per aver espresso queste parole sarebbe, dal mio punto di vista, una violazione della libertà di espressione. Diverso il caso in cui Tizio dicesse a Caio “se non smetti di essere gay ti brucio nel forno” e ci fossero ragioni per ritenere questa minaccia credibile al punto da influenzare il comportamento di Caio.

      Grazie ancora e saluti.

      • griago March 11, 2016 / 11:09 am

        Innanzitutto grazie per la risposta estremamente interessante nei contenuti.

        Per proseguire con le argomentazioni, vorrei chiarire alcuni punti su cui mi baso per le mie considerazioni. Credo molto nell’individualismo metodologico in quanto nessuno più di noi stessi è in grado di decidere per la propria vita, per ciò che ritiene (a torto o ragione) essere strumentale al raggiungimento dei propri fini che non possono che essere del tutto personali.

        Sappiamo bene che, nel momento stesso in cui esiste almeno un’altra persona con cui rapportarsi, subentrano potenziali conflitti. Conflitti risolti grazie a regole. Regole che si affermano col tempo, emergenti in base ad un’infinità di possibilità, ma che sopravvivono solo se le condizioni in cui si applicano risultano favorevoli alla loro sopravvivenza e perpetuazione. In una parola: evoluzionismo. Credo molto nell’evoluzionismo (inteso come selezione spontanea) come principio vitale universale.

        Possiamo basarci sui principi teoricamente più puri, esteticamente più belli, intimamente più convincenti, ma se questi non superano la prova dei fatti, il gruppo di persone che li applica e quindi i principi stessi tenderanno a sparire.

        Ora, abbiamo imparato che la libertà individuale è sicuramente lo strumento migliore per il progresso degli esseri umani. Per vari motivi, tra cui il fatto che la conoscenza è diffusa ed ha caratteristiche tali per cui ciascuno tende ad essere colui che meglio conosce il proprio intorno e quindi è in grado di sfruttarlo al meglio sia per raggiungere i propri fini, sia per permettere agli altri di raggiungere i loro grazie allo scambio.

        Tutto questo però porta al primo ostacolo ovvero il fatto che i mezzi per raggiungere i propri fini sono scarsi e inevitabilmente si entra in conflitto con gli altri per il loro utilizzo.

        Questo conflitto deve essere risolto.

        La violenza non è il modo migliore per risolverlo in quanto tende ad essere globalmente distruttiva o addirittura distruttiva comunque per tutti coloro che ne sono coinvolti, vincitori inclusi.

        I diritti di proprietà sono lo strumento migliore per chiarire entro quali limiti ciascuno può muoversi come meglio crede senza invadere gli spazi di libertà degli altri.

        In pratica in un ipotetico spazio delle azioni possibili, i diritti di proprietà stabiliscono i confini affinché non vi sia sovrapposizione tra le azioni degli individui. Le leggi stabiliscono un partizionamento di questo spazio.

        Il problema diventa quindi stabilire questi confini.

        Credo che vi siano pochi dubbi sul fatto che ciascuno debba essere padrone assoluto della propria vita, del proprio corpo e del frutto del proprio lavoro (anche se qualcuno, di fatto, non la pensa così, purtroppo).

        Il problema nasce nel capire dove stanno (o dove porre) questi confini in casi particolari tipo quelli di cui stiamo parlando.

        E qui, come accennato, subentrano le regole, le leggi che stabiliscono dove sono questi confini.

        Leggi che devono essere astratte ed universali. E conosciute.

        Ora io posso avere un’opinione su dove debba essere messo questo confine, ma certamente mi rendo conto che il confine da me auspicato potrebbe non essere quello più adatto alle condizioni correnti. Solo il tempo farà emergere le regole migliori a stabilire, in un certo momento storico con certe condizioni, questi confini dove è opportuno che siano.

        In realtà stiamo parlando di aggiustamenti continui e graduali.

        Torniamo ai nostri casi. Chi offende supera questi confini? Chi minaccia lo fa? Chi istiga lo fa?

        Ecco, io non credo ci sia una risposta netta e scolpita nella pietra, ma la risposta dobbiamo trovarla con l’esperienza, la risposta emerge da se.

        Sono convinto che il mondo non è bianco o nero, ma è una qualche gradazione di grigio che tra l’altro può cambiare nel tempo.

        Se il mio vicino tiene la sua musica a tutto volume per tutto il giorno mi sta danneggiando? Probabilmente si. Se fa i normali rumori quotidiani probabilmente no. Allora ci sono valori limite oltre i quali si presenta il danno e sotto i quali ho solamente una esternalità negativa che non posso ancora chiamare danno. Chi decide questo limite? Un giudice. Un giudice in base alle consuetudini che si affermano in quel gruppo sociale.

        Ma quel che emerge è che certamente ci muoviamo nel grigio e non nel bianco o nel nero.

        Mi pare di capire che è indubbio che si possa avere violenza anche se non siamo in presenza di violenza fisica esplicita. Lo abbiamo visto con la minaccia. Riconosciamo quindi che la psiche di ciascuno possa essere “manipolata” fino alla violenza da parte di qualcun altro.

        Quando subentra la violenza? Possiamo appellarci al principio più “puro” di questo mondo, ma poi saranno i fatti a stabilire quale società (intesa come gruppo di individui) ha saputo identificare meglio questo limite.

        L’esempio della pubblicità è molto interessante ed anche su quello ho riflettuto parecchio.

        Anche in quel caso possiamo ragionare per estremi per poi capire che vi sono tante sfumature intermedie per cui ad un certo punto si deve fare una scelta per porre un limite.

        Ad un estremo abbiamo la semplice pubblicità informativa, quella che informa il consumatore dell’esistenza e delle caratteristiche di un certo prodotto. Su questo genere di pubblicità penso possiamo esser tutti d’accordo nel ritenerla non lesiva del consumatore.

        Ma possiamo avere pubblicità che dicono il falso. Il consumatore è spinto a comprare qualcosa che poi si rivela essere differente da quel che è stato indotto a credere. In questo caso è chiaro che la pubblicità in questione è lesiva.

        In mezzo abbiamo pubblicità che enfatizzano alcuni aspetti nascondendone altri, che dicono una cosa ma anche il suo contrario e chi più ne ha più ne metta.

        Dove è il confine?

        Potremmo dire che è tutta responsabilità del consumatore verificare la veridicità e completezza della pubblicità vista o ascoltata. Ma siamo sicuri che una società del genere ne esca meglio di una che pone il confine da qualche altra parte. Nel conteggio totale dei benefici e dei costi un gruppo che fa ricadere l’intera responsabilità sul consumatore potrebbe risultare perdente nei confronti di un gruppo che pone il limite leggermente più in là. La selezione è cinica. Non guarda in faccia a nessuno. Essere puristi potrà anche essere soddisfacente a livello personale, ma potrebbe portare un domani a perdere molto di più di quel che si credeva di guadagnare.

        Solo il tempo e la sperimentazione potrà dirlo. E questo mi porta a dare una grande valore alla possibilità di sperimentare che a sua volta porta al decentramento del potere che sia il più spinto possibile. La competizione tra gruppi tanto più è forte tanto più è in grado di scoprire rapidamente i confini di cui abbiamo parlato.

        Mi rendo conto di aver toccato troppi temi, ma sono discorsi che mi interessano tantissimo e su cui sto riflettendo da diverso tempo, anche nel mio modesto blog.

        Buona giornata

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