La libertà è forte o debole?

GIOVANNI BIRINDELLI, 28.4.2016

(Pubblicazione originale: Catallaxy Institute)

“[U]no stato sostanzialmente ‘anarchico’ è molto più debole di uno organizzato ‘collettivamente’ […] In qualche modo è quello che storicamente ha dimostrato la Francia vs S.r.i. o principati italiani” (Andrea Baccaglini)

 

Non c’è dubbio che, in relazione al perseguimento di un particolare obiettivo, legittimo o illegittimo che sia, una qualunque organizzazione sia più efficiente (e quindi più “forte”) di un qualunque ordine spontaneo. Se vuoi costruire una matita, hai bisogno di un ordine positivo (di un’organizzazione): con un ordine spontaneo non la costruisci. Lo stesso vale se vuoi dominare sulla popolazione di un territorio per saccheggiarla.

Tuttavia, in relazione alle capacità di crescita (per esempio economica e culturale) di un aggregato sociale, un ordine spontaneo è più efficiente (e quindi più “forte”) di una qualsiasi organizzazione (e non è mai illegittimo). Se vuoi una moneta buona, per esempio, devi lasciare che sia il processo di mercato a selezionarla. Se vuoi i contenuti che oggi sono disponibili su internet, devi lasciare le persone libere di produrli. Se affidassi a un’organizzazione il compito di produrli, otterresti un risultato infinitamente inferiore e più “debole”.

Quindi il concetto di “forza” e “debolezza”, in questo senso, è relativo al fatto che un obiettivo richieda, per essere conseguito, l’uso di una conoscenza che è concentrata in poche persone e che può essere utilizzata efficacemente solo attraverso un’organizzazione (il caso della dominazione di un territorio per saccheggiarlo), oppure che esso richieda l’uso di una conoscenza che è dispersa capillarmente fra le persone e che non è disponibile ad alcuna ‘mente direttrice’ (il caso della società libera, pacifica e prospera).

Nel lunghissimo periodo, essenzialmente grazie alla necessaria superiorità economica del libero mercato sul collettivismo (o totalitarismo), la libertà è destinata a vincere. Nel breve-medio-lungo periodo, invece, se “lasciata a sé stessa” essa è destinata a perdere: la mafia prevarrà sempre sui singoli produttori non organizzati.

Per vincere la mafia nel medio-lungo periodo (cioè in un tempo inferiore al “lunghissimo” periodo di cui sopra), i produttori si devono organizzare in modo efficiente. Tuttavia, quando la mafia è lo stato democratico, organizzarsi diventa difficile perché (a differenza del caso dei Casalesi per esempio), grazie anche a intellettuali come Ostellino le ragioni ideali non sono chiare. Dando per scontata la “bontà” dello stato democratico e non mettendo in discussione l’idea filosofica di legge su cui si regge (il positivismo giuridico), molte persone non hanno i mezzi intellettuali necessari per capire che lo stato è una mafia. In altri termini, una grossa difficoltà, per i singoli, sta nell’organizzarsi per combattere la mafia senza produrre essi stessi una mafia (p. es. lo stato). Laddove mancano le basi culturali della libertà, cioè laddove intellettuali come Ostellino vengono visti come difensori della libertà invece che come suoi aggressori, questa difficoltà non è un rischio, è una certezza.

Sconfiggere il totalitarismo (anche in modo pacifico) è possibile. Deve essere fatto in modo organizzato. Ma senza idee coerenti di libertà il rischio è di passare da una forma di totalitarismo a un’altra (come è avvenuto nel passaggio dall’Italia fascista a quella repubblicana).

Le idee coerenti di libertà sono indispensabili per sconfiggere il totalitarismo. Se ci sono quelle, la libertà vince anche nel mondo reale, e in un tempo inferiore a quello “spontaneo”. Senza di quelle, la libertà vince solo nel lunghissimo periodo.

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