Sulla sicurezza prodotta dallo stato

GIOVANNI BIRINDELLI, 28.4.2016

(Pubblicazione originale: Catallaxy Institute)

«Il 15 ottobre 2009 Stefano Cucchi viene fermato dai carabinieri dopo essere stato visto cedere a un uomo delle confezioni trasparenti in cambio di una banconota. [… ] in tale data non ha alcun trauma fisico […] Il giorno dopo venne processato per direttissima. Già durante il processo ha difficoltà a camminare e a parlare e mostra inoltre evidenti ematomi agli occhi. […] Dopo l’udienza le condizioni di Cucchi peggiorarono ulteriormente, e viene visitato all’ospedale Fatebenefratelli presso il quale vengono messe a referto lesioni ed ecchimosi alle gambe, al viso (inclusa una frattura della mascella), all’addome (inclusa un’emorragia alla vescica) e al torace (incluse due fratture alla colonna vertebrale). Viene quindi richiesto il suo ricovero che però non avviene. In carcere le sue condizioni peggiorano ulteriormente; muore all’ospedale Sandro Pertini il 22 ottobre 2009[1]

«Da tempo immemorabile lo Stato ha prodotto alcuni servizi essenziali e necessari, che quasi tutti riconoscono essere importanti: la difesa (che include l’esercito, la polizia, il sistema giudiziario e legislativo), i vigili del fuoco, le strade, l’acqua, la rete fognaria, la nettezza urbana, i servizi postali, ecc. Nella mente delle persone, lo Stato è stato talmente identificato con la fornitura di questi servizi che un attacco al loro finanziamento da parte dello Stato appare a molte persone essere un attacco ai servizi stessi. Quindi se uno sostiene che lo Stato non debba fornire il servizio delle Corti di giustizia, e che l’impresa privata sul mercato possa offrirlo in modo non solo più efficiente ma anche più morale, le persone tendono a vedere questa come una negazione dell’importanza delle stesse Corti di giustizia. […] Se lo Stato e solo lo Stato avesse avuto un monopolio della produzione e distribuzione di scarpe, in che modo la maggioranza del pubblico tratterebbe il libertario che adesso si facesse avanti sostenendo che lo Stato debba uscire dal business delle scarpe e lasciarlo aperto al libero mercato? Senza dubbio sarebbe trattato al seguente modo: “Come osi sostenere una cosa simile? Tu ti opponi al fatto che la società, e in particolare i poveri, possano avere delle scarpe! E chi offrirebbe scarpe al pubblico se lo Stato smettesse di produrle?”[2]»

«I libertari più coraggiosi negano che possano esistere beni pubblici i quali, in ragione delle loro peculiari qualità, esigerebbero un sistema di monopolio imposto e, con esso, l’assoggettamento dei cittadini a un ordine illiberale[3]

«Se vi è una verità ben consolidata nell’ambito dell’economia politica, questa è la seguente:
Che in tutte le cose, per ogni genere di bene il quale serva a provvedere a bisogni materiali o immateriali, il consumatore è interessato a che il lavoro e lo scambio rimangano liberi, poiché la libertà di lavoro e di scambio hanno per risultato necessario e permanente un massimo d’abbassamento del prezzo.
E un’altra è questa:
Che l’interesse del consumatore di una derrata qualunque deve sempre prevalere sull’interesse del produttore.
Ora, seguendo tali princìpi, si arriva a questa conclusione rigorosa:
Che la produzione della sicurezza deve, nell’interesse dei consumatori di questo bene immateriale, rimanere sottomessa alla legge della libera concorrenza.
Da cui risulta:
Che nessun governo dovrebbe avere il diritto di […] obbligare i consumatori di sicurezza a indirizzarsi esclusivamente a lui per acquisire questo bene.»[4]

 

NOTE:

[1] Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Morte_di_Stefano_Cucchi – visto il 28.4.2016

[2] Rothbard M.N., 1978, For a New Liberty (Collier Books, New York), p. 194, corsivo nell’originale, traduzione mia.

[3] Lottieri C., 2001, Il pensiero libertario contemporaneo (Liberilibri, Macerata), p. 210, corsivo nell’originale

[4] De Molinari G., [1849], in Bastiat F., de Molinari G., 2004, Contro lo statalismo (Liberilibri, Macerata), p. 82, corsivo nell’originale.

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