Bitcoin e “teoria quantitativa” della moneta

GIOVANNI BIRINDELLI, 9.6.2016

(Pubblicazione originale: MiglioVerde.eu)

 

In un recente articolo[1], Gerardo Coco fa un’analisi economica delle criptovalute (come Bitcoin ad esempio). L’Autore si chiede se «impulsi magnetici, ossia “non cose” possano costituire il fondamento di un sistema monetario di un’economia complessa». La risposta che dà nell’articolo è “No”. Personalmente non condivido quest’analisi. In questo articolo provo a spiegare perché.

 

1. Il ragionamento dell’Autore: l’esempio di Ricardo, la “teoria quantitativa” della moneta e l’equazione di Fisher

L’Autore basa la sua analisi sulla “teoria quantitativa” della moneta. L’analisi di Coco parte da un esempio per spiegare «il nocciolo della teoria quantitativa [che può essere riassunto nel modo seguente:] per mantenere il valore di una moneta bisogna limitarne la quantità». In quell’esempio, viene ipotizzato un mercato chiuso in cui circoli un certo numero di monete d’oro puro. «Data una certa velocità di circolazione e una certa quantità di merci si avrà un certo livello di prezzi». Se il governo toglie progressivamente da ogni moneta una quantità d’oro «finché tutto l’oro è tolto e le monete diventano semplici gettoni senza “valore intrinseco”», e se la quantità di moneta non aumenta, «la capacità di acquisto della moneta-gettone sarà la stessa della moneta aurea. Si conclude quindi che anche se la moneta è formata da una sostanza priva di qualsiasi utilità diretta, essa conserva valore (cioè capacità di acquisto rispetto alle merci), purché sia emessa in quantità limitata».

Può essere opportuno ricordare che nel caso delle criptomonete la loro quantità è fissa ed è stabilita arbitrariamente e a priori da chi ha sviluppato l’algoritmo. Nel caso di Bitcoin, per esempio, questa quantità è 21 milioni: questo è il numero massimo di Bitcoin “estraibili” (o “minabili”). Al momento in cui scrivo, ne sono stati “estratti” 15,615,725. Come nel caso dell’oro, la loro “estrazione” diventa sempre più difficile e costosa all’aumentare del numero di Bitcoin “estratti”.

Coco prosegue affermando che il fatto che chi ha creato una criptomoneta (p. es. Bitcoin) abbia fissato la sua quantità è stato un «errore clamoroso» dovuto a una «mal interpretazione» di Ricardo o al fatto che ne sono stati «dimenticati» gli insegnamenti: «[se i creatori delle criptomonete si fossero ricordati degli insegnamenti di Ricardo] avrebbero evitato clamorosi errori il primo dei quali è di aver fissato unilateralmente e a priori la quantità [di criptomoneta]. Nella realtà il denaro non può essere una quantità fissa. Ricardo, infatti, parla di quantità limitata, non fissa, e fa riferimento a un livello di prezzi e a una velocità. Se chiamiamo P il livello dei prezzi, M la quantità di moneta, V la sua velocità e Q la quantità di merci prodotte, l’equazione P=MV/Q, che esprime la teoria quantitativa nella sua forma più semplificata, può essere risolta solo dal mercato, non da un algoritmo. Altrimenti si cade nell’errore dei pianificatori che, “regolmentando”, ottengono risultati opposti a quelli desiderati».

Le difficoltà che ho ad accettare la linea di ragionamento dell’Autore sono talmente numerose e profonde che, pur essendo fra loro legate, sono costretto ad affrontarle per punti, una alla volta.

 

2. Lista (parziale) di obiezioni

Anche solo in questi primi pochi passaggi è possibile sollevare diverse obiezioni, e in particolare:

  1. l’assunto implicito, fatto nell’esempio, dell’assenza di libero mercato nel settore del denaro non ha alcuna ragion d’essere: tolto quell’assunto, le conclusioni a cui arriva l’esempio sono assurde;
  2. la “teoria quantitativa” della moneta non è una valida teoria economica.
  3. il concetto di “valore intrinseco” non ha alcun senso economico;
  4. il concetto di “velocità di circolazione” della moneta non ha, nell’ambito di un’equazione che vuole spiegare i prezzi, alcun senso economico;
  5. il concetto di “livello dei prezzi” non ha alcun senso economico;
  6. l’equazione P=MV/Q non ha alcun senso economico;
  7. non è affatto vero che «il denaro non possa essere una quantità fissa» ma semmai l’esatto contrario: qualunque quantità (specie se fissa) di denaro è ottimale;
  8. In una situazione di libera competizione di mercato nel settore del denaro, fissare una determinata quantità di denaro non significa affatto “regolamentare” il mercato e quindi commettere lo stesso errore dei pianificatori ma semmai l’opposto: significa conoscere la scienza economica e agire da imprenditori.
  9. Bitcoin (e molte altre criptomonete) non sono affatto “sostanze prive di qualsiasi utilità diretta”.

Quindi credo che i creatori delle criptomonete non abbiano affatto «mal interpretato» o «dimenticato» gli insegnamenti della “teoria quantitativa” della moneta, ma che la abbiano opportunamente scartata in quanto non scientifica. Inoltre ritengo che quelli che Gerardo Coco chiama «clamorosi errori» siano in realtà comportamenti perfettamente razionali e in linea con la scienza economica intesa nel suo complesso come lo studio dell’azione umana (cioè con la Scuola Austriaca di economia).

Nei paragrafi successivi discuterò, una per una, le obiezioni elencate sopra.

 

3. Obiezione (a): Libero mercato nel settore del denaro

Nell’esempio riportato da Coco viene ipotizzato che non ci sia libero mercato nel settore del denaro. Questo assunto non ha alcuna ragione di esistere e, rimuovendolo, le conclusioni a cui arriva l’esempio (che in ogni caso trovo difficilmente condivisibili nel lungo periodo) non reggono.

In particolare, nell’esempio si assume implicitamente non solo che lo stato si occupi di moneta («Supponiamo, ora, che il governo tolga da ogni moneta 10 grani d’oro…») ma addirittura, par di capire, che ne detenga il monopolio legale (e basterebbe assumere che lo stato si occupi di moneta per dire che non ci sarebbe libero mercato in questo settore). In assenza di monopolio legale del denaro da parte dello stato, le conclusioni a cui arriva l’esempio sarebbero palesemente assurde. Infatti, laddove lo stato togliesse il 20% di oro dalle monete, altri operatori vedrebbero aprirsi un’opportunità di offrire sul mercato monete d’oro puro. In presenza di un prodotto migliore (nel caso specifico, di una moneta che mantiene per intero la sua copertura aurea), i clienti si libererebbero il prima possibile dei “gettoni” statali e acquisterebbero le monete d’oro private.[2] A parità di prezzo, infatti, le persone non avrebbero ragioni di mantenere le monete con minor copertura aurea: la domanda di queste ultime di conseguenza tenderebbe a diminuire e, insieme a essa, il suo valore di mercato. Quindi non è affatto vero che, in generale, «anche se la moneta è formata da una sostanza priva di qualsiasi utilità diretta, essa conserva valore […] purché sia emessa in quantità limitata».

In conclusione, l’esempio fatto da Coco per introdurre la sua critica alle criptomonete configura una situazione di assenza di libero mercato nel settore del denaro. Tuttavia, una delle caratteristiche fondamentali delle criptomonete è proprio quella di essere monete di mercato: esse sono state pensate anche per sfidare in modo efficace (cioè escludendo la possibilità di aggressione legale, vedi oltre) il monopolio legale del denaro da parte dello stato. Quindi analizzare le criptovalute all’interno di un quadro teorico in cui lo stato mantiene il monopolio legale del denaro non ha, dal mio punto di vista, molto senso.

 

4. Obiezioni (b, c): La “teoria quantitativa” della moneta e l’equazione di Fisher nel caso di una sola transazione

Correttamente, l’Autore ricorda che, nella sua forma più semplice, la “teoria quantitativa” della moneta può essere espressa attraverso l’equazione di Fisher:

P=MV/Q

Che può essere riscritta anche nel modo seguente:

 

MV=PQ

Dove:

P = “livello dei prezzi”

M = quantità di moneta

V = “velocità di circolazione” della moneta: il numero medio di volte che, in un determinato periodo di tempo, un’unità di denaro è scambiata contro beni o servizi;

Q = la “quantità totale di beni e servizi comprati col denaro” (non di beni «prodotti»).

 

Prima di fare qualche considerazione di carattere generale sulla “teoria quantitativa” della moneta, trovo utile discutere nel dettaglio questa formula in quanto ne costituisce l’essenza.

Ora, nel discutere la formula di Fisher cercherò di sintetizzare la sua illustrazione più chiara, completa e precisa che io conosca: quella che Murray Rothbard espone in Man, Economy and State (pp. 727-737). Altre illustrazioni molto efficaci possono essere trovate per esempio in Money, Bank Credit and Economic Cycles di Jesús Huerta de Soto (pp. 522-535) e in A Scuola di Economia, di Francesco Carbone (p. 179 e seguenti)

Seguendo l’approccio dello stesso Fisher, Rothbard divide l’esposizione della formula di Fisher in due parti: il caso più semplice di una sola transazione economica e poi la sua estensione al caso generale “macro”, con più transazioni economiche.

Nel caso più semplice di una singola transazione, la “velocità di circolazione” della moneta è 1, quindi può essere trascurata. La formula così diventa:

M = PQ

Supponiamo che la transazione sia la seguente: Giuseppe acquista da Chiara due etti di zucchero al prezzo di 40 centesimi di euro l’etto. Dal fatto che questa transazione abbia avuto luogo, Fisher ne deduce che «due etti di zucchero sono stati considerati equivalenti a 80 centesimi di euro, e questo fatto può essere espresso in questo modo: 80 centesimi di euro = 40 centesimi l’etto moltiplicato per 2 etti[3]

Già a questo punto, per qualcuno che condivide la teoria soggettiva del valore, siamo nel regno dell’assurdo. Se infatti ci fosse stata questa “equivalenza” lo scambio non avrebbe potuto aver luogo. Se lo scambio ha avuto luogo allora vuol dire necessariamente che per Giuseppe 2 etti di zucchero valevano più di 80 centesimi, e che per Chiara 80 centesimi di euro valevano più di 2 etti di zucchero. Se fosse stato diversamente, cioè se ci fosse stata equivalenza, lo scambio non avrebbe avuto motivo di esistere. Quindi Fisher si sbaglia già in partenza: la teoria soggettiva del valore e la logica applicata all’azione umana ci dicono che nel caso in cui uno scambio abbia luogo, non c’è alcuna equivalenza.

Un altro problema dell’equazione di Fisher nella sua forma più semplice, strettamente connesso a quello appena osservato, è che essa è una tautologia: in altri termini, è un’ovvietà che non spiega nulla. Nelle parole di Fisher, «L’equazione così ha una parte relativa al denaro [money side: M, n.d.r.] e una parte relativa ai beni [goods side: che sarebbe PQ]»[4] e fra le due, appunto, ci sarebbe equivalenza. In realtà, la parte relativa ai beni non esiste: se moltiplichiamo un prezzo per una quantità otteniamo una quantità di denaro (non una quantità di beni), quindi l’equazione di Fisher significa solamente: 80 centesimi = 80 centesimi. Nelle parole di Rothbard, «Quello che abbiamo nell’equazione di Fisher, in breve, sono due parti relative al denaro, ognuna delle quali identica all’altra. In effetti, si tratta di un’identità, non di un’equazione […]. E tutto quello che [questa identità] ci dice sulla realtà economica è che il totale di denaro ricevuto in una transazione è pari al totale del denaro speso in quella transazione – sicuramente un’ovvietà di nessun interesse»[5]. E come dice Ludwig von Mises, «La teoria quantitativa [della moneta] non ci dà nulla. Soprattutto, non riesce a spiegare i meccanismi di variazione nel valore del denaro [che sarebbe il suo obiettivo principale, n.d.r.].»[6]

Lo scopo dell’equazione di Fisher era quello di spiegare quali fossero i fattori che contribuiscono a formare il prezzo di qualcosa (nel nostro caso, dello zucchero): e la sua risposta è M/Q. In realtà questa equazione, poiché l’unica cosa che dice è che 80 centesimi = 80 centesimi (o, il che è lo stesso, che e = denaro speso = denaro incassato), non spiega un bel nulla.

Se si vuole capire cosa produce il prezzo di qualcosa non c’è altra via che quella di ricorrere alla scienza economica, cioè alla logica applicata all’azione umana (e quindi anche alla teoria soggettiva del valore): «La sola conoscenza che possiamo avere dei fattori che determinano il prezzo è quella dedotta logicamente dagli assiomi della prasseologia. Nel migliore dei casi, la matematica serve solo a tradurre la nostra precedente conoscenza in forma inintelligibile; di solito, la matematica porterà il lettore fuori strada, come in questo caso. Nella transazione relativa allo zucchero il prezzo di quest’ultimo può essere fatto uguagliare un numero qualunque di equazioni che non spiegano nulla [truistic equations]; tuttavia esso è determinato dall’offerta e dalla domanda dei partecipanti al mercato e questi, a loro volta, sono governati dal livello di utilità che i due beni oggetto di scambio hanno nella scala di priorità di coloro che li scambiano[7] In altre parole, contrariamente a quello che è implicito nell’equazione di Fisher, il prezzo dello zucchero non deriva dalle “cose” (la quantità di denaro, M, e la quantità di beni scambiati, Q), ma dalle scelte delle persone in base alle loro preferenze individuali, cioè dall’azione umana: «Le cose, che si tratti di somme di denaro o quantità di zucchero o di qualunque altra cosa, non possono mai agire; non possono fissare prezzi o ordini di offerta e domanda. Tutto questo può essere fatto solo dall’azione umana: solo gli attori individuali possono decidere se comprare o meno; solo le loro scale di priorità individuale possono determinare i prezzi.»[8]

Quindi io credo che Coco abbia perfettamente torto quando afferma che «impulsi magnetici, ossia “non cose” non possano costituire il fondamento di un sistema monetario di un’economia complessa». Dato che il denaro è una merce come tutte le altre (solo che, rispetto alle altre, è la più commerciabile), esso può essere qualunque cosa o “non cosa” a cui le persone attribuiscano valore per le ragioni più varie che a molti possono sembrare assurde, incomprensibili e perfino delle superstizioni (qui non voglio assolutamente dire che non ci siano motivi razionali e concreti per dare valore a Bitcoin: farò un breve cenno a questo più avanti). Di fatto, la “teoria quantitativa” della moneta, che Coco adotta come guida del suo ragionamento, parte ancora dal presupposto che il valore sia nelle cose e non nelle persone: in altre termini, non tiene conto della teoria soggettiva del valore e quindi, dal mio punto di vista, non è una valida teoria economica.

 

5. Obiezioni (d, e, f): L’estensione della formula di Fisher al caso dell’economia nel suo complesso: “livello dei prezzi” e “velocità di circolazione” della moneta

Fin qui abbiamo considerato l’equazione di Fisher nel caso semplice di una singola transazione e, per dirla con Rothbard, abbiamo visto che «nel migliore dei casi è superflua e triviale; nel peggiore, è sbagliata e fuorviante[9] Nel caso dell’estensione all’economia nel suo complesso, è molto peggio. In questo caso, la formula di Fisher prende la forma seguente che abbiamo accennato sopra:

MV=PQ

Dove, giusto per ricordare:

P = “livello dei prezzi”

M = quantità di moneta

V = “velocità di circolazione” della moneta: il numero medio di volte che, in un determinato periodo di tempo, un’unità di denaro è scambiata contro beni o servizi;

Q = la “quantità totale di beni e servizi comprati col denaro”.

Ora, per capire perché in questo caso la formula di Fisher è ancora più assurda che nel caso precedente, basta considerare il caso di due transazioni. Consideriamo quindi le due seguenti transazioni:

  1. Giuseppe acquista da Chiara due etti di zucchero (Q’) al prezzo di 40 centesimi di euro l’etto (p’)
  2. Giulia acquista da Riccardo un cappello (Q’’) al prezzo di 12 euro l’uno (p’’).

Per semplicità, discuterò prima la parte destra dell’equazione e poi la parte sinistra.

 

5.1 Parte destra dell’equazione: PQ

È chiaro che il totale del denaro speso (chiamiamolo “E”) è pari a:

E = (p’ * Q’) + (p’’ * Q’’) = (0,40×2) + (12×1) = 12,80 euro.

Fin qui nessun problema. Tuttavia questa non è la parte destra della formula di Fisher. La parte destra della formula di Fisher è quest’altra:

PQ

Dove P è il “livello medio dei prezzi” e Q è la quantità totale di beni e servizi comprati col denaro. Quindi Fisher è passato dall’equazione:

E = (p’Q’) + (p’’Q’’)

All’equazione:

E = PQ

Questo passaggio è forse il punto preciso più significativo per capire perché quelle “teorie economiche” che vedono parte “micro” e parte “macro” come due universi distinti e separati, in cui la parte “macro” vive da sé fra le nuvole e non deriva da una coerente teoria del capitale, non hanno alcun significato economico, nel senso che non hanno nulla a che vedere con la scienza economica intesa nel suo complesso come lo studio dell’azione umana.

Come ricorda Rothbard, infatti, questo passaggio «non può essere fatto in alcun modo»[10] e non può essere fatto perché Q e P sono concetti astratti che non hanno alcun significato reale né alcun rapporto con la vita economica: «che cosa è Q? Come possono due etti di zucchero essere aggiunti a un cappello per arrivare a Q? naturalmente, nessuna addizione di questo tipo può essere fatta e la Q olistica di Fisher […] è un concetto senza senso e non può essere utilizzato nell’analisi scientifica»[11]. In altri e ancora più semplici termini, se Giorgio chiede alla sua compagna «quanti soldi hai nel portafoglio?» e lei risponde «40 euro», Giorgio ha la risposta alla sua domanda. Se Giorgio chiede alla sua compagna «che cosa hai nella busta del supermercato?» e lei gli risponde: «1 kg di pasta, un coltello da cucina e una confezione di detersivo» Giorgio ha la risposta alla sua domanda. Ma se Giorgio chiede alla sua compagna «che cosa hai nella busta del supermercato?» e lei risponde «la spesa» o «Q», Giorgio non sa cosa mangerà per cena.

E quanto a P? Anche P, il “livello dei prezzi”, è parimenti un concetto senza senso: «Chiaramente, qui non c’è alcun livello dei prezzi; ci sono solo prezzi individuali relativi a beni specifici»[12]. Per superare questo problema, Fisher considera P come una media dei prezzi. Tuttavia, correttamente, Rothbard ricorda che «il concetto di una media dei prezzi è un errore comune. È facile dimostrare che non può mai essere fatta una media dei prezzi di merci eterogenee.»[13] La ragione di questo è che, in linea col senso comune, “non si possono comparare le mele con le pere”.

Nello specifico, se prendiamo la media semplice (ma il discorso non cambia con altri tipi di medie), questa assumerebbe la seguente forma:

P = (p’Q’ + p’’Q’’)/(Q’ + Q’’)

Gli elementi al numeratore (i pQ) sono quantità di denaro e quindi sono elementi omogenei fra loro (quindi p’Q’ può essere addizionato a p’’Q’’ senza problemi). Tuttavia, gli elementi al denominatore (i Q) rimangono elementi eterogenei fra loro e addizionarli l’uno con l’altro sarebbe come “comparare le mere con le pere” (o più precisamente, in questo caso, lo zucchero con in cappelli). Come afferma Huerta de Soto, «I monetaristi fanno un salto nel buio quando assumono che l’altra parte dell’equazione [quella destra, n.d.r.] possa essere rappresentata con PQ, dove Q è un assurdo “aggregato” che richiede di sommare fra loro quantità di beni e servizi eterogenei fra loro scambiati in un determinato periodo di tempo. La mancanza di omogeneità rende quella una somma impossibile.»[14]

Dato che P non ha alcun senso economico, possiamo già dire che l’equazione di Fisher a cui Coco ricorre per dimostrare che le criptomonete non possano costituire il fondamento di un sistema monetario di un’economia complessa non ha essa stessa alcun senso economico: «Poiché il concetto di P è completamente fallace, è ovvio che l’uso che Fisher fa della sua equazione per rivelare i fattori che determinano i prezzi è anch’esso fallace. Egli afferma che se E [la quantità di denaro speso/incassato, n.d.r.] raddoppia e Q [la quantità di merci scambiate, n.d.r.] rimane costante, allora P – il livello dei prezzi – deve raddoppiare. […] Questa conclusione non è nemmeno un’ovvietà che non dice nulla; è una conclusione falsa, in quanto né P Q possono essere definiti in un modo che abbia un senso. […] L’equazione [P=MV/Q] è quindi falsa, e il livello dei prezzi rimane puro mito, un concetto indefinibile.»[15]

 

5.2 Parte sinistra dell’equazione: la “velocità di circolazione” della moneta

Dopo aver considerato la parte destra dell’equazione (E=somma denaro speso/incassato=PQ) consideriamo adesso la parte sinistra:

E=MV

V, la “velocità di circolazione” della moneta, è, nell’ambito di un’equazione che vuole spiegare il “livello dei prezzi”, un concetto privo di senso economico. Infatti, al contrario di quanto sostiene Fisher (e, sembra di capire, anche Coco quando scrive: «Data una certa velocità di circolazione della moneta…»), V non è una variabile indipendentemente definibile.

Se fra le cinque e le sei del pomeriggio io spendessi 20 euro per un acquisto e il mio budget per quell’ora fosse di 40 euro, la “velocità di circolazione” della moneta in questo caso sarebbe V = E/M = 20/40 = 0,5. Questo vorrebbe dire che in un’ora io avrei speso il 50% del mio budget. Fin qui niente da dire. Il problema emerge quando pretendo di mettere la “velocità di circolazione” della moneta come variabile indipendente all’interno di un’equazione che dovrebbe spiegare il “livello dei prezzi”. Nel momento in cui facessi questo, farei una cosa assurda. Ancora Rothbard: «V è un concetto assurdo […]. La velocità non è una variabile indipendentemente definita. Fisher, infatti, può derivare V solo come qualcosa che sia pari in ogni situazione e in ogni periodo a E/M. [Come abbiamo visto, questo può dare informazioni utili] ma è assurdo inserire in un’equazione una qualsiasi quantità a meno che questa possa essere definita indipendentemente dagli altri termini dell’equazione. […] Poiché V è definita come pari a E/M, quello che in effetti abbiamo è:

MV = M(E/M) = PQ

e cioè, più semplicemente:

E = PQ

Cioè la nostra formula originale»[16] (il lato destro dell’equazione).

 

*   *   *

 

Fin qui ci siamo concentrati sugli aspetti “tecnici” dell’equazione di Fisher. Ci sono anche degli aspetti più generali che la rendono estranea alla vita (e alla teoria) economica ai quali farò qui solo un breve cenno.

Come abbiamo visto, la formula di Fisher dice che date una “velocità di circolazione” della moneta (concetto privo di senso nel contesto di questa equazione) e una quantità aggregata di beni scambiati (altro concetto privo di senso quando i beni scambiati sono eterogenei), un aumento della quantità di moneta produce un aumento del “livello dei prezzi” (concetto privo di senso economico). Ora, che l’inflazione (cioè l’aumento della quantità di moneta) tenda a produrre una perdita del potere d’acquisto del denaro è vero. Tuttavia tale perdita del potere d’acquisto del denaro (o aumento dei prezzi dei beni e servizi) non avviene in modo istantaneo, proporzionale e uniforme come è presupposto dall’equazione. Al contrario, avviene nel tempo e, dato il fatto che la nuova moneta entra nel sistema attraverso punti di accesso privilegiati, si creano:

  • effetti redistributivi: in particolare, avviene un trasferimento di risorse da chi riceve la nuova moneta per ultimo (quando i prezzi di diversi prodotti saranno aumentati) a chi la riceve per primo (quando quei prezzi devono ancora aumentare, e quindi sono più bassi);
  • distorsioni nei prezzi relativi di diversi beni e servizi (p. es. fra quelli di beni e fattori di produzione più vicini allo stadio finale del consumo e quelli di beni e fattori più lontani da esso). E queste distorsioni nei prezzi relativi (del tutto inimmaginabili in “P”) sono quelle che producono quelle distorsioni della struttura produttiva che alla fine necessariamente portano alla crisi.

Non disponendo di una teoria del capitale, la “teoria quantitativa” non può tener conto degli effetti dell’aumento della quantità di denaro sulla struttura produttiva. In altri termini, non avendo alcun contenuto scientifico ma solo un contenuto grafico, come potrebbe averlo una decorazione su un quaderno (Huerta de Soto la definisce un «ideogramma»[17]), la formula di Fisher non ha alcun senso economico. Come tutte le formule matematiche cadute sulla teoria economica dall’alto, essa non ha alcuna relazione con la realtà economica, nel senso che esprime un approccio macroeconomico completamente avulso dalle leggi che, nel piccolo così come nel grande, governano l’economia.

Poiché l’analisi economica che Coco fa delle criptomonete parte dal presupposto della validità della “teoria quantitativa” della moneta e della formula di Fisher, io credo che quell’analisi sia strutturalmente sbagliata.

 

6. Obiezioni (g, h): Quantità di moneta fissa e “regolamentazione”

Secondo Coco, il «clamoroso errore» dei creatori delle criptomonete sarebbe stato quello di fissare arbitrariamente la quantità delle stesse nell’algoritmo: in questo modo essi si sarebbero sostituiti al mercato nel decidere quale è la quantità di denaro ottimale e quindi avrebbero commesso lo stesso errore dei governanti: quello della “regolamentazione”.

A prima vista, cioè senza entrare nell’analisi economica, questo ragionamento sembra filare. In realtà è del tutto sbagliato in quanto trascura il fatto che, come dice Ludwig von Mises, purché essa sia sufficientemente divisibile, qualunque quantità di denaro è ottimale: «La quantità di denaro e il valore dell’unità monetaria sono questioni di nessuna importanza in relazione all’utilità ottenuta dall’uso del denaro»[18]. Se, data una qualunque quantità di moneta sufficientemente divisibile, aumentasse la domanda di denaro, il processo di mercato farebbe aumentare il potere d’acquisto del denaro e quindi farebbe diminuire i prezzi: grazie alle forze di mercato, quindi, la stessa quantità di denaro sarebbe perfettamente adatta anche alla nuova situazione (vedi oltre per i dettagli). Il vantaggio di una quantità fissa di denaro rispetto a una quantità variabile in base alle decisioni arbitrarie di qualcuno (e perfino a possibili grandi scoperte minerarie improvvise) è che, nei processi di aggiustamento, si evitano quelle distorsioni della struttura produttiva di cui sopra, e quindi le crisi economiche. Nelle parole dell’Autore de Il Mistero dell’Attività Bancaria, «In accordo coi ricardiani e con Ludwig von Mises, possiamo [quindi] affermare che qualunque quantità di moneta risulti egualmente ottimale. In breve, non ha importanza quale sia l’offerta monetaria: qualsivoglia quantità M è adeguata a svolgere la propria funzione di scambio. […] Il problema della giusta quantità di moneta non è affatto un problema»[19]. Quindi per Bitcoin la cifra fissa di 21 milioni è una cifra ottimale tanto quanto lo sarebbero stati 10 milioni o 500 miliardi.

Nel fissare questa quantità di moneta i creatori di Bitcoin non hanno quindi commesso alcun «clamoroso errore» ma semplicemente hanno applicato la scienza economica, allo stesso modo in cui l’hanno applicata coloro che hanno fissato le quantità di Litecoin e delle altre criptomonete. Ricorrendo a una metafora (quindi con tutte le imperfezioni di questo strumento il cui obiettivo è solo quello di dare un’idea intuitiva del concetto), nel momento in cui Coco afferma che nel fissare la quantità di moneta i creatori della stessa si sono comportati da regolamentatori, è come se affermasse che nel momento in cui coloro che costruiscono un albergo decidono il numero di stanze che questo albergo deve avere essi stiano “regolamentando il mercato”. In sostanza, egli trascura non solo che ogni quantità di moneta è ottimale (dato che in ultima istanza sono le preferenze individuali che regolano il potere d’acquisto della moneta) ma anche che, se per qualche ragione ci fosse qualche monetarista che preferisse una moneta la cui quantità crescesse nel tempo e quindi si apprezzasse di meno di quella la cui quantità è fissa, il libero mercato nel settore del denaro sarebbe in grado di accontentarlo.

 

7. Obiezione (i): Le caratteristiche fondamentali di Bitcoin trascurate dall’Autore

All’inizio del suo articolo, Gerardo Coco fa una breve introduzione di Bitcoin e della sua piattaforma tecnologica: la blockchain. In questa introduzione l’Autore trascura del tutto di menzionare la caratteristica fondamentale di Bitcoin: quella di essere una forma di denaro che, almeno finché non entra in contatto col denaro fiat (tipicamente negli exchange), oltre a garantire la privacy di chi la usa[20], non è aggredibile dai governi. Questi non possono abolirla come stanno abolendo il contante. Forse l’aver trascurato questo aspetto fondamentale è la ragione per cui Coco accosta Bitcoin e più in generale le criptomonete a «impulsi magnetici e entità matematiche privi di qualsiasi utilità diretta» (come abbiamo visto, anche se lo fossero questo non impedirebbe affatto che potessero essere una merce e quindi una forma di denaro). E questo è davvero curioso in quanto, avendo scritto la postfazione del libro Elogio del Contante di Leonardo Facco, egli è perfettamente a conoscenza dei danni prodotti dalla progressiva abolizione del contante e dei benefici di una moneta digitale che non solo garantisce l’anonimato di chi la usa ma soprattutto che non è aggredibile dallo stato. Una moneta che garantisse l’anonimato di chi la usa e che fosse aggredibile dai governi sarebbe aggredita come lo è il contante e anzi, essendo privata, lo sarebbe in modo ancora più brutale, quindi sarebbe del tutto inutile. Il fatto di poter acquistare una moneta d’oro o un televisore o un gioiello oppure un’infinità di altri beni e servizi senza che lo stato possa venire a saperlo e poterlo fare grazie a un mezzo di pagamento che non è aggredibile dallo stato è quello che non esiterei un istante a chiamare “utilità diretta”. E per me, come per altri, questa utilità è enorme. Tuttavia non è l’unica “utilità diretta” di Bitcoin. Bitcoin è una moneta molto più sicura del denaro fiat digitale e (una volta che uno ha imparato a usarla) è estremamente più facile da usare. È una moneta globale. Grazie a essa è possibile spostare quasi immediatamente somme illimitate di denaro da una parte all’altra del pianeta con costi di transazione praticamente nulli e nel totale anonimato (sebbene nella totale trasparenza). Apre il mercato del credito a quel 75% circa di persone che non vi hanno accesso, e rende questo mercato globale anche per le attività piccole e piccolissime. Attraverso piattaforme commerciali come OpenBazaar.org (esse stesse basate sulla blockchain) consente di acquistare e vendere beni e servizi di qualunque tipo. Altro che «impulsi magnetici o entità matematiche privi di qualsiasi utilità diretta»… E dirò di più: per me l’utilità diretta maggiore di Bitcoin e simili sta nel fatto che è una forma di denaro privato in competizione col denaro fiat a corso forzoso imposto dallo stato: quindi è un’utilità puramente psicologica.

Per molti versi Bitcoin è un cambiamento di paradigma. Pochissime persone lo conoscono, ancora meno persone evidentemente lo hanno capito e fra queste una parte minuscola lo usa. Ma l’infrastruttura sta crescendo, gli scambi stanno crescendo, la domanda sta crescendo e con essa, naturalmente, il prezzo. Non certo in modo lineare e senza scossoni: è una tecnologia troppo nuova, troppo dirompente e dalle potenzialità troppo enormi (ricordiamoci che è una moneta globale ed è ancora in larghissima parte sconosciuta) perché il prezzo possa fin da subito seguire la stessa dinamica di quello di una moneta di mercato matura. Tuttavia non c’è niente di assurdo nel fatto che si apprezzi. Qualunque moneta sana tende ad apprezzarsi. Coco scrive: «Se l’offerta di moneta resta fissa, il valore dipende ovviamente dalla domanda, e se c’è un’aspettativa di rialzo si arriva al paradosso di far apprezzare le valute digitali come quadri d’autore». Quello che Coco vede come un «paradosso» è il comportamento normale di tutte le monete sane in regime di libero mercato. Perché dovrei scegliere di essere pagato per un servizio in Euro se mi aspetto che il Bitcoin si apprezzi rispetto all’euro? Per una serie di fattori (p. es. l’aumento demografico, la crescita economica, ecc.) è normale che ci sia un aumento della domanda di moneta. Questo tuttavia, come abbiamo accennato sopra, non vuole affatto dire che ne debba essere aumentata l’offerta. Non è mai possibile ricordare abbastanza spesso infatti che ogni quantità fissa di denaro è ottimale e il mercato reagisce all’aumento di domanda di moneta semplicemente abbassando i prezzi e quindi aumentando il suo potere d’acquisto: «Ma non sarebbe forse necessario, qualcuno potrebbe chiedersi, fare in modo che venga emessa una maggior quantità di moneta al fine di compensare l’aumento della popolazione? La risposta è categorica: no! Non vi è alcun bisogno di mantenere una quota pro capite di moneta, né contestualmente alle nuove nascite né in qualunque altra circostanza. Se la quantità M restasse constante all’aumentare della popolazione, ciò farebbe lievitare la domanda di moneta […] e ciò porterebbe […] a un nuovo equilibrio con prezzi inferiori in cui la quantità M riesce comunque a soddisfare la maggior domanda in virtù di un potere d’acquisto più elevato[21] Quello che Coco vede come un problema (l’aumento di domanda di moneta) è, di nuovo, il tratto caratteristico di un qualunque sistema monetario sano.

Infine, l’affermazione dell’Autore che le criptomonete «non possono andar bene per un’economia creditizia dove le transazioni non sono regolate a pronti» non ha alcun senso. Senza dilungarsi in spiegazioni, basta vedere la piattaforma di credito Bitcoin www.btcjam.com.

 

Conclusioni

Dal mio punto di vista, o meglio da quello della Scuola Austriaca di economia nella quale personalmente mi riconosco, l’analisi che Gerardo Coco fa delle criptomonete e la teoria economica che porta a sostegno della sua tesi, sono fondamentalmente sbagliate.

 

NOTE

[1] http://www.miglioverde.eu/bitcoin-criptovalute-denaro-non-puo-unentita-matematica/

[2] Per questa ragione è vietato per legge far concorrenza allo stato nel settore del denaro e chi ci ha provato con monete auree digitali è finito in prigione: perché la concorrenza funziona, nel settore del denaro così come in quello delle scarpe. La caratteristica fondamentale delle criptomonete come Bitcoin è che esse non sono aggredibili dallo stato, ma questa caratteristica non è presa in considerazione dall’Autore, vedi oltre.

[3] Fisher I., 1907, The Purchasing Power of Money, citato in Rothbard M.N., 2001 [1962], Man, Economy and State (Mises Institute, Auburn), p. 728 – le quantità, unità di misura e la valuta sono state modificate per facilitare la comprensione.

[4] Fisher I., 1907, The Purchasing Power of Money, citato in Rothbard M.N., 2001 [1962], Man, Economy and State (Mises Institute, Auburn), pp. 728-729.

[5] Rothbard M.N., 2001 [1962], Man, Economy and State (Institute, Auburn), p. 729.

[6] Mises L., 1981 [1934], The Theory of Money and Credit (Liberty Fund, Indianapolis), p. 153.

[7] Rothbard M.N., 2001 [1962], Man, Economy and State (Mises Institute, Auburn), p. 730.

[8] Rothbard M.N., Op. cit., p. 730.

[9] Rothbard M.N., Op. cit., p. 731.

[10] Rothbard M.N., Op. cit., p. 733.

[11] Rothbard M.N., Op. cit., p. 733.

[12] Rothbard M.N., Op. cit., p. 733.

[13] Rothbard M.N., Op. cit., p. 733.

[14] Huerta de Soto J., 2009 [1998], Money, Bank Credit and Economic Cycles (Mises Institute, Auburn) p. 532.

[15] Rothbard M.N., 2001 [1962], Man, Economy and State (Mises Institute, Auburn), p. 734-735.

[16] Rothbard M.N., Op. cit., p. 735-736.

[17] Huerta de Soto J., 2009 [1998], Money, Bank Credit and Economic Cycles (Mises Institute, Auburn) p. 531.

[18] Mises L., 1981[1934], The Theory of Money and Credit (Liberty Fund, Indianapolis), p. 165.

[19] Rothbard M.N., 2013 [1983], Il Mistero dell’Attività Bancaria (USEMLAB, Massa), pp. 43-45.

[20] In Bitcoin c’è totale trasparenza delle transazioni ma gli indirizzi pubblici non possono essere ricondotti alle persone, quindi sono anonimi: questa caratteristica delle criptomonete viene riconosciuta dall’Autore dell’articolo.

[21] Rothbard M.N., 2013 [1983], Il Mistero dell’Attività Bancaria (USEMLAB, Massa), p. 45.

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