Unione europea, patriottismo e collettivismo

GIOVANNI BIRINDELLI, 7.7.2016

(Pubblicazione originale: MiglioVerde)

Il titolo de La Stampa è il seguente: «Junker attacca Johnson e Farage: “non sono patrioti, hanno abbandonato la nave”».

Il riconoscimento che la nave-Europa stia affondando, sebbene tardivo, è benvenuto, anche se i burocrati europei sono molto lontani dal riconoscere le cause del naufragio. Quella nave sta affondando, in ultima analisi, per la stessa ragione per cui è affondata la nave-Unione Sovietica: il centralismo, l’uso della conoscenza centralizzata di chi di detiene il potere politico al posto di quella periferica dispersa capillarmente fra gli attori del sistema economico (individui e imprese).

Le ragioni per cui l’uso della conoscenza centralizzata porta necessariamente la nave ad affondare, mentre l’uso della conoscenza periferica consente agli attori del sistema economico di raggiungere porti fino ad ora inesplorati, sono diverse e sono state discusse da Hayek nel suo famoso articolo The Use of Knowledge in Society[1]. Nel loro insieme, queste ragioni sono quelle per cui un’economia di mercato è economicamente superiore a un’economia di comando (o socialista), per esempio alla cosiddetta “economia sociale di mercato” dell’Unione Europea.

Fra queste ragioni c’è il fatto che la conoscenza centralizzata è quantitativamente molto minore rispetto a quella periferica, qualitativamente molto peggiore (non è conoscenza di tempo e di luogo) e l’uso che ne viene fatto non è responsabile, nel senso che, a differenza di quello che accade nel libero mercato, il burocrate che fa una scelta (per esempio a favore di determinate “politiche”) non subisce le conseguenze di quella scelta. Dato che il valore economico dipende dalla possibilità che le persone hanno di scegliere liberamente e responsabilmente fra diverse alternative, l’economia collettivista distrugge necessariamente valore mentre l’economia di mercato lo crea.

In altre parole, la nave-Unione Europea deve necessariamente affondare perché è una nave collettivista. In essa, cioè, gli individui non sono liberi di agire responsabilmente in base ai loro fini individuali, rispetto all’importanza dei quali (per esempio) essi sono gli unici ad avere la conoscenza rilevante. Al contrario, essi sono sempre più costretti ad agire in funzione di una gerarchia unitaria di fini[2] stabilita arbitrariamente da burocrati irresponsabili. Questa è, in ultima istanza, la ragione per cui l’Unione Sovietica è fallita ed è la ragione per cui l’Unione Europea sta fallendo.

Ora, non è che il Regno Unito non sia un paese collettivista (l’esistenza stessa di tasse, del welfare, di corso forzoso del denaro, della banca centrale, di “politiche” di governo, di “leggi” positive, ecc.) implica un sistema sociale ed economico collettivista. Tuttavia, quanto minori sono le dimensioni dello stato (e quindi quanto maggiore è la competizione fra stati), tanto minore è il danno massimo potenziale del collettivismo. Anche se, a mio parere, il problema centrale da risolvere per arrivare a una società libera e prospera è quello dell’idea astratta di legge (da strumento di potere politico arbitrario a limite non arbitrario a ogni potere coercitivo), la progressiva frantumazione degli stati contribuisce necessariamente a creare prosperità allo stesso modo in cui la continua centralizzazione crea necessariamente miseria nel lungo periodo.

All’indomani dell’esito del referendum in Gran Bretagna, il presidente della Commissione Europea Claude Junker ha affermato che coloro che hanno portato a termine con successo il progetto Brexit «non sono patrioti». Essendo un collettivista (e quindi un totalitario), Junker ha inteso questa come un’offesa, mentre da una prospettiva della prosperità, si tratta di un complimento. Non essere patrioti vuol dire infatti rifiutare il fine collettivo imposto dall’autorità irresponsabile per ridare la possibilità alle persone e alle imprese di scegliere in base alla propria gerarchia di fini e subendo le conseguenze delle loro scelte. Quindi, per quello che abbiamo detto, significa scegliere la prosperità al posto della miseria, e la libertà al posto della schiavitù.

Di nuovo, perché la Gran Bretagna (o perfino l’Inghilterra) diventi una società libera (e quindi non collettivista) ce ne è di acqua che deve passare sotto i ponti. Tuttavia questo (sebbene non tocchi il cuore del problema: l’idea filosofica di legge) è un primo passo nella giusta direzione. Ed è un passo che i collettivisti attaccano di default con l’argomento utilizzato da Juncker. Karl Popper ricorda che questo argomento, che è stato utilizzato da tutti i regimi totalitari, ha un’origine platonica («Platone afferma che, se non si possono sacrificare i propri interessi per amore del tutto, allora si è egoisti»[3] o, in questo caso, “non patrioti”) e che «dura tutt’ora»[4]. Popper scriveva nel 1945. Da allora, a quanto pare, negli argomenti contro chi si oppone al collettivismo, non molto è cambiato. D’altro canto, visto che il collettivismo da allora ha fatto ulteriori passi da gigante (anche e soprattutto fra molti sedicenti sostenitori del libero mercato), perché avrebbe dovuto?

 

NOTE

[1] Hayek, F. A., 1945, “The Use of Knowledge in Society”, in The American Economic Review n. 35, pp. 519-530

[2] Il termine è di Hayek.

[3]Popper, K., 2003[1945], La società aperta e i suoi nemici (Armando Editore, Roma), p. 133.

[4]Popper, K., 2003[1945], La società aperta e i suoi nemici (Armando Editore, Roma), p. 134.

2 thoughts on “Unione europea, patriottismo e collettivismo

  1. Catallaxy July 9, 2016 / 12:49 pm

    «”Le ragioni per cui l’uso della conoscenza centralizzata porta necessariamente la nave ad affondare, mentre l’uso della conoscenza periferica consente agli attori del sistema economico di raggiungere porti fino ad ora inesplorati…”

    … su questa frase non mi trovo d’accordo al 100 %. Se essa fosse sempre vera allora dovremmo concludere che in una azienda ogni singolo lavoratore dovrebbe prendere tutte le decisioni pertinenti al suo lavoro perché solo lui ha tutte le conoscenze necessarie per prenderle. Insomma non dovrebbe essersi nessuna gerarchia ma una struttura assolutamente orizzontale.»

    (VincenzoS – http://www.rischiocalcolato.it/2016/07/unione-europea-patriottismo-collettivismo.html)

    – – –

    Gentile Vincenzo,

    grazie dell’obiezione. Quella frase non è sempre vera. Essa è sempre vera nel caso di un’ordine spontaneo (*), non in quello di un ordine positivo (**): e nel mio articolo io facevo riferimento a un ordine spontaneo (p. es. il sistema economico) non a uno positivo (p. es. un’azienda).

    Un discorso a favore dell’ordine spontaneo non è un discorso contro l’ordine positivo. Mi spiego.

    Se si vuole produrre una matita, con l’ordine spontaneo non si riuscirà mai a produrla. Nell’ordine spontaneo, infatti, non essendoci una gerarchia unitaria di fini al cui raggiungimento i membri di un gruppo devono in qualche modo e in qualche misura contribuire, non sarebbe possibile coordinare le loro azioni affinché la matita sia prodotta (tantomeno nel modo più economico possibile). Al di là della riduzione dei livelli gerarchici di cui parla Antonino, se ciascuno, invece che seguire gli ordini del management, si mettesse a fare quello che vuole, la matita non sarebbe prodotta. Le ragioni sono le stesse per cui se in un’orchestra sinfonica ogni musicista si mettesse a suonare la musica che vuole, non ci sarebbe la sinfonia. Questo avviene perché, in un’ordine positivo, la conoscenza rilevante è quella che ha chi ha disegnato il progetto e ne è responsabile (il management/l’imprenditore, o il compositore/direttore d’orchestra), ovvero quella “di chi sta al centro”. (Questo non significa, come argomenta giustamente Antonino, che un’azienda che utilizzi nel modo più efficiente anche la conoscenza di chi sta alla sua “periferia” -p. es. quella di un impiegato di bassissimo livello ma che è l’unico ad avere una conoscenza di particolari situazioni/processi per esempio- non possa trarre grande giovamento da questo).

    Tuttavia, nell’ordine spontaneo (per esempio nel libero mercato, anche del denaro e del credito), la conoscenza rilevante non è quella di chi sta al “centro”, ma quella di chi sta in “periferia”, cioè quella distribuita capillarmente fra i singoli attori economici che agiscono responsabilmente, cioè subendo le conseguenze delle loro azioni. Solo loro sanno quali sono le loro preferenze individuali e qual’è la gerarchia fra di esse in un particolare monento e luogo. Per esempio, se si vuole avere un tasso d’interesse (***) che sia economicamente sostenibile, questo non può essere fissato da un banchiere centrale (dal “centro”) ma solo dal mercato (dalla “periferia”). Il banchiere centrale infatti non può disporre della conoscenza rilevante per fissare il tasso d’interesse che svolga la sua funzione di coordinamento fra risparmi e investimenti. La fissazione arbitraria (dal “centro”) del tasso d’interesse, distruggendo questa funzione di coordinamento svolta dal tasso d’interesse di mercato, produce necessariamente crisi economiche cicliche. Quindi un tasso d’interesse che sia economicamente sostenibile è possibile solo in un ordine spontaneo (dove, all’interno della Legge intesa come principio, ciascuno è libero di usare la propria conoscenza per i propri fini), ed è impossibile in un ordine positivo (in un’economia di comando o in un sistema monetario centralizzato).

    Il problema fondamentale, da cui credo scaturisca la sua obiezione, è che molte persone sono talmente abituate a vedere l’economia di un paese gestita come se fosse quella di un’azienda (cioè come se fosse un ordine positivo), che trovano questo fatto normale. Il fatto che esistano “politiche” (“fiscali”, “monetarie”, ecc.) non le mette minimamente a disagio. Esse hanno perso completamente di vista il fatto che quando un ordine spontaneo (come quello della società nel suo complesso o di un sistema economico) viene gestito come se fosse un ordine positivo, si creano necessariamente dei danni strutturali (“l’affondamento della nave”) allo stesso modo in cui ciò avviene quando si gestisce un ordine positivo come se fosse un ordine spontaneo.

    Le differenze tuttavia sono:

    1) che nel secondo caso i danni sono molto contenuti: un’azienda non produce matite, una sinfonia non viene suonata;
    2) che, sempre nel secondo caso, questi danni sono molto improbabili: tutti hanno familiarità col funzionamento di un ordine positivo (tutti sanno che se i singoli musicisti si mettono a suonare la musica che vogliono non ci sarà sinfonia): quindi nessuno si sognerebbe mai di trattarlo come se fosse un ordine spontaneo.

    Viceversa, nel primo caso (quello di un ordine spontaneo che viene gestito come se fosse un ordine positivo),

    1) i danni sono enormi in quanto sono sistemici: tassi d’interesse artificialmente bassi (cioè fissati dalla banca centrale) creerano delle distorsioni nella struttura produttiva che necessariamente porteranno al collasso del sistema economico/monetario;
    2) dato che poche persone hanno familiarità col funzionamento di un ordine spontaneo (al punto che esse pensano che un sistema economico possa essere gestito come viene gestita un’azienda), l’interventismo dello stato in economia è destinato a crescere: la cura ai mali prodotti dal veleno continua ad essere sempre più dosi dello stesso veleno che ha prodotto quei mali. Quindi le crisi sistemiche sono sempre più frequenti, durature e profonde.

    In conclusione, in un ordine spontaneo, l’uso di conoscenza centralizzata produce necessariamente l’affondamento della nave, allo stesso modo in cui questo viene prodotto, in un ordine positivo, dall’uso (esclusivo) di conoscenza periferica. Il problema è che nel primo caso, a differenza del secondo, i danni sono non solo sistemici (e quindi enormemente maggiori), ma anche sempre più probabili, nel senso che, a causa della mancanza di familiarità delle persone col funzionamento di un ordine spontaneo (e quindi, p. es., con la cultura del mercato) ci sono sempre meno probabilità che questo errore venga riconosciuto come tale.

    Un saluto,

    Giovanni Birindelli

    (*) Un ordine sociale spontaneo è il risultato delle azioni delle persone ma del disegno/programmazione di nessuno. Il tipico esempio è il libero mercato. In un ordine spontaneo le persone agiscono ognuna per il perseguimento dei propri fini individuali (ordinati in base alla propria individuale scala di priorità), all’interno di regole generali di comportamento individuale valide per tutti (stato incluso, ove ci fosse) allo stesso modo.

    (**) Un ordine sociale positivo è il risultato sia delle azioni delle persone che del loro disegno/programmazione. Il tipico esempio è un’organizzazione (p. es. un’azienda) o un’economia di piano. In un ordine positivo le persone devono (in qualche modo e in qualche misura) agire per il perseguimento di particolari fini collettivi (più precisamente, per una gerarchia unitaria di particolari fini collettivi) imposti arbitrariamente dall’alto, o dal “centro”.

    (***) La componente primaria del tasso d’interesse è costituita dalle preferenze temporali delle persone: quanto più queste ultime avranno preferenze temporali alte (cioè consumeranno di più e risparmieranno di meno) tanto minori saranno le risorse economiche disponibili per gli investimenti e quindi tanto maggiore sarà il prezzo di mercato per aggiudicarsi quelle risorse: il tasso d’interesse. Viceversa nel caso opposto.

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