Referendum, governabilità e ordine spontaneo

GIOVANNI BIRINDELLI, 30.11.2016

(Pubblicazione originale: Miglioverde)

Il Corriere della Sera: «OCSE: Italia più governabile con il Si al referendum.»

Ortega y Gasset sosteneva che dire di essere di destra o di sinistra è uno dei tanti modi che una persona ha di dichiararsi imbecille. Probabilmente oggi, per le stesse ragioni, egli direbbe che votare Si o No al referendum è un altro modo di dichiararsi tale (almeno nel campo delle scienze sociali).

Tuttavia, l’argomento a favore del Si a cui l’OCSE ricorre nel suo «Global Economic Outlook» (l’argomento della “governabilità”) esprime un’imbecillità di tipo particolare: l’incapacità di concepire intellettualmente un ordine spontaneo. In altri termini, quell’argomento esprime l’incapacità di capire che, a differenza di un’azienda, nel lungo periodo una società e la relativa economia possono prosperare solo nei limiti in cui non sono governate.

“Governare” una società, un paese o un’economia vuol dire, oltre che aggredire le persone, impedire l’uso, da parte delle stesse, di una conoscenza (anche di tempo e di luogo) che hanno solo loro e che non può avere alcun “governante”. Nessun “governante” può conoscere per esempio le priorità e le preferenze di Tizio (a partire da quelle fra tempo presente e tempo futuro, cioè fra consumo e risparmio).

Questa conoscenza capillarmente dispersa fra gli individui è infinitamente migliore e maggiore di quella di cui può disporre qualsiasi “mente direttrice”. Essa può emergere solo attraverso lo scambio volontario, e quindi la creazione di valore economico. Quando un “governante” governa, egli sostituisce la sua conoscenza insignificante a quella dispersa capillarmente fra le persone. In questo modo, egli distrugge valore economico. E lo fa tanto più quanto più profonda ed estesa è la sua azione di governo.

Un’azienda è un’organizzazione. In essa c’è una gerarchia unitaria di fini. Per prosperare essa ha bisogno di essere governata: il raggiungimento di quei fini infatti richiede l’uso di una conoscenza che è prevalentemente concentrata, non dispersa.

Una società, viceversa, può prosperare solo se viene usata una conoscenza che è dispersa, non concentrata (e nemmeno concentrabile). In altre parole, una società e la relativa economia possono prosperare solo nei limiti in cui sono libere, cioè nei limiti in cui ciascuno può agire (e quindi scambiare) in base alla propria conoscenza, in funzione dei propri fini individuali e all’interno del perimetro della Legge, cioè del principio di non aggressione. Dove c’è una gerarchia unitaria di fini (in altre parole, dove c’è “governabilità”, anche e soprattutto “democratica”), una società e la relativa economia necessariamente entrano in crisi e declinano.

A me sembra che la fondamentale differenza fra un’economia e un’organizzazione (cioè fra ordine spontaneo e ordine positivo) sia percepita tanto meno quanto maggiore è il beneficio personale e illegittimo che una persona trae dal fatto che la prima sia confusa con la seconda.

Come noto, mentre il processo di mercato tende a selezionare e/o a formare i migliori, il processo politico tende a selezionare e/o a formare i peggiori.

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