L’ipocrisia complice dei radical-chic

GIOVANNI BIRINDELLI, 13.2.2017

(Pubblicazione originale: Miglioverde)

 

The New Yorker, il giornale-simbolo dei radical-chic americani, ha di recente pubblicato un articolo di George Prochnik titolato When It’s Too Late to Stop Fascism, According to Stefan Zweig (“Quando è troppo tardi per fermare il fascismo, secondo Stefan Zweig”).

Si tratta dell’ennesima espressione di quella particolare forma di ipocrisia contemporanea che ha trovato rinnovato vigore dopo l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. Un’altra manifestazione di questa ipocrisia è per esempio rappresentata dal discorso di Meryl Streep alla cerimonia per la consegna dei Golden Globe.

Per questa particolare forma di ipocrisia sarebbe necessario trovare un nome. In questo articolo, per incapacità di trovare termini migliori, la chiamerò “ipocrisia complice”.

L’ipocrisia complice ha alcune caratteristiche distintive. Fra queste, quelle che mi sembrano più importanti sono le seguenti:

  1. La condanna del totalitarismo senza la consapevolezza di quali siano le sue caratteristiche strutturali e in effetti la sua stessa natura; in altre parole, senza sapere cosa sia;
  2. La condanna, non dell’aggressione in quanto tale, ma solo di quella commessa da particolari persone e/o in particolari ambiti;
  3. La rinuncia al pensiero razionale (e quindi alla coerenza logica) in favore dell’adesione ad arbitrari canoni estetici.

Chiamo questa particolare forma di ipocrisia “complice” in quanto chi la ha, spesso sentendosi fiero avversario di una particolare forma di totalitarismo, è intellettualmente complice del progressivo rafforzarsi del totalitarismo in quanto tale.

  1. L’articolo di Prochnik

Prima di discutere queste tre caratteristiche, può essere utile fare una breve sintesi dell’articolo di Prochnik. Questo articolo è diviso in due parti. Nella prima parte, vengono velocemente ripercorsi alcuni elementi della vita e delle idee del grande scrittore austriaco Stefan Zweig (1881-1942), nonché i segnali premonitori dell’avanzare del nazismo e la superficialità con cui questi segnali furono osservati dai suoi contemporanei.

Leggendo questa prima parte dell’articolo (insieme alla data di pubblicazione: 6 febbraio 2017) è chiaro dove l’autore vuole andare a parare: il parallelo fra l’avanzare del nazismo e l’avanzare del “Trumpismo”. Leggendo l’articolo temevo che questo parallelo, data la sua evidente assurdità, rimanesse solo implicito. Tuttavia, ecco che a un certo punto l’autore esce allo scoperto:

«Mi chiedo quanto Zweig giudicherebbe moralmente degenerata l’America nel suo stato attuale. Abbiamo un leader carismatico, uno che mente continuamente e senza rimorso – non patologicamente, ma strategicamente, al fine di placare gli oppositori, di infiammare la furia della sua base elettorale e di fomentare il caos. Il popolo americano è confuso e intorpidito da un’ondata di notizie false e di disinformazione. Leggendo nelle memorie di Zweig quanto, durante gli anni dell’ascesa di Hitler al potere, molte persone perbene “non poterono o non vollero vedere che una nuova tecnica di consapevole cinica amoralità era al lavoro”, è difficile non pensare alla nostra situazione attuale. La settimana scorsa, quando Trump ha firmato un drastico bando all’immigrazione che ha portato a una protesta in tutto il paese e nel mondo, e poi ha cercato di mitigare quelle proteste attraverso piccole misure palliative e smentite, ho pensato a un’altra tecnica cruciale che Zweig ha osservato nel comportamento di Hitler e dei suoi ministri: essi hanno introdotto le loro misure più estreme solo gradualmente – strategicamente – al fine di sondare come ogni nuovo oltraggio veniva accolto. “Una sola pillola alla volta e poi un momento di pausa per osservare l’effetto della sua forza, per vedere se la coscienza del mondo riusciva a digerire anche quella dose” scrisse Zweig. “Le dosi divennero progressivamente più forti fino al punto in cui l’Europa morì».

Data la diversità della struttura istituzionale e della natura delle misure in oggetto nei due casi, il parallelo fatto esplicitamente da Prochnik fra l’ascesa del nazismo e il “Trumpismo” è talmente assurdo che non c’è bisogno di soffermarvisi oltre.

Può invece valer la pena spendere qualche parola sull’ipocrisia dell’autore e delle anime belle che, leggendo questo suo articolo, si sentono avversarie dell’arbitrio del potere politico mentre ne sono suoi sostenitori intellettuali (e anche materiali, nei casi in cui vanno a votare).

  1. La condanna del totalitarismo senza sapere cosa sia

Il totalitarismo può essere definito come l’assenza di limiti non arbitrari al potere di chi controlla la macchina coercitiva statale. In altri termini, il totalitarismo non è un problema di provvedimenti particolari, né di particolari persone al potere, ma di struttura istituzionale. Quello che qualifica un sistema politico come totalitario non è il fatto che determinate misure arbitrariamente coercitive siano imposte, o siano imposte da un particolare leader politico, ma il fatto che possano esserlo, e che possano esserlo legalmente.

Il nazismo non era un sistema politico totalitario perché aveva imposto le ‘leggi’ razziali, ma perché poteva imporle legalmente. Sarebbe rimasto un sistema politico totalitario anche se non avesse imposto le ‘leggi’ razziali. Lo stato socialdemocratico contemporaneo non è totalitario perché impone il prelievo fiscale (addirittura su base progressiva) oppure il denaro fiat, ma perché può farlo: rimarrebbe un sistema politico totalitario anche quando per assurdo decidesse di abolire la tassazione e di introdurre il libero mercato nel settore del denaro. Tra l’altro, è proprio l’assenza di limiti non arbitrari al potere di chi controlla la macchina coercitiva statale che determina la continua e progressiva espansione di quest’ultima.

L’ipocrita complice, tuttavia, vede il totalitarismo in particolari misure che sono incompatibili con la propria personale visione del mondo, oppure in particolari persone. Così egli condanna chi ha imposto quelle misure e alla tornata successiva vota per chi promette di imporre misure particolari diverse, più consone ai suoi desideri. Egli per esempio critica una determinata politica fiscale e ne invoca un’altra; critica una particolare politica dell’immigrazione e ne invoca un’altra; critica una particolare moneta di stato e ne invoca un’altra; critica un particolare ‘equilibrio’ fra libertà e sicurezza e ne invoca un altro, ecc. L’idea che il problema sia la politica in quanto tale e quindi l’esercizio di potere coercitivo arbitrario (democratico o meno non fa alcuna differenza, naturalmente) non lo sfiora nemmeno.

L’ipocrita complice non sa cosa è il totalitarismo e non riesce a vedere il legame diretto fra quest’ultimo e l’idea astratta di legge, che non ha mai messo in discussione. Egli non prende nemmeno in considerazione il fatto che, dove la ‘legge’ è, non il limite non arbitrario a ogni potere coercitivo (il principio di non aggressione), ma lo strumento di potere coercitivo arbitrario (il provvedimento particolare), il totalitarismo è una necessità tecnica.

A causa di questa sua cecità, egli spesso vede alcune espressioni di totalitarismo (tipicamente in relazione alle cosiddette “libertà civili”) e non altre (tipicamente in relazione alla libertà economica). Egli non si rende conto del fatto che la tassazione o il corso forzoso del denaro fiat esprimono la stessa assenza di limiti non arbitrari al potere coercitivo che è espressa dallo stato di sorveglianza o dalla facoltà di un presidente di ordinare legalmente l’assassinio di qualunque persona, o la sua tortura.

  1. La vista monodirezionale

Un’altra caratteristica dell’ipocrita complice è quella di riuscire a vedere in una sola direzione fra tutte quelle possibili nella sfera dello spazio tridimensionale.

Forse è utile ricordare, fra le altre cose, che Barack Obama:

  • è stato il primo presidente americano a mantenere il suo paese in uno stato di guerra per tutti e 8 gli anni del suo mandato;
  • nel solo 2016 ha sganciato oltre 26.000 bombe su 7 paesi nessuno dei quali era un pericolo per gli USA;
  • ha colpito ospedali, scuole, matrimoni e funerali, uccidendo innocenti fra cui anche bambini. Una ricerca mostra che ha ucciso in media 28 innocenti per ogni obiettivo della sua ‘kill list’, peraltro definito colpevole senza processo;
  • con la sua ‘politica estera’ ha contribuito a incrementare il terrorismo nel mondo e il flusso dei rifugiati;
  • ha perseguito più whistleblowers[1] di tutti i presidenti della storia USA combinati insieme;
  • essendo arrivato al potere promettendone la chiusura, ha mantenuto viva e operativa Guantanamo, la prigione statunitense a Cuba che, trovandosi al di fuori della giurisdizione americana, ha consentito l’uso sistematico della tortura e delle peggiori violazioni delle più elementari garanzie degli accusati;
  • ha mantenuto ed esteso lo stato di sorveglianza, la cui profondità è stata svelata dal whistleblower Edward Snowden (naturalmente perseguito da Obama);
  • ha mantenuto le corti di giustizia segrete (corti FISA) e la legislazione segreta.

In sintesi, sotto la presidenza Obama, il totalitarismo ha continuato a fare passi da gigante, non solo fuori dagli Stati Uniti ma anche al loro interno. Come ricorda Jacob G. Hornberger, anche grazie a Obama «gli americani oggi continuano a vivere sotto un regime che ha il potere assoluto di assassinarli, di chiuderli in campi di concentramento, di torturarli, e di spiarli segretamente». Tuttavia non un solo radical-chic ha chiamato Obama “totalitario” o “fascista” su The New Yorker.

Dopo l’elezione di Trump, Prochnik ci dice che «Il popolo americano è confuso e intorpidito da un’ondata di notizie false e di disinformazione» che gli ricordano la propaganda nazista per come viene raccontata da Zweig. Una propaganda che si avvaleva di tecniche di comunicazione raffinate e studiate. Egli tuttavia non fa menzione, naturalmente, delle informazioni false sistematicamente diffuse da Obama e dalla sua amministrazione.

Per esempio, dopo che, grazie all’eroe Edward Snowden, venne scoperto lo stato di sorveglianza, Obama affermò un giorno si e l’altro pure che «non c’è alcuna prova che il programma di sorveglianza [relativamente ai metadati] sia stato abusato». Le stesse corti FISA (corti segrete) hanno dimostrato che questa era una menzogna. Come ha riportato The Guardian, «la corte ha accusato la NSA di aver accumulato “sistematicamente” per anni una quantità di metadati “al di là del proprio mandato [overcollection]”, e che “di fatto ogni voce di metadati generata da questo programma [di sorveglianza] include dei dati la cui collezione non è stata mai autorizzata”. Il giudice ha elencato “le frequenti violazioni, da parte del governo, delle regole dello stesso programma di sorveglianza”, ne ha messo in evidenza “l’evidente e diffusa indifferenza alle restrizioni imposte [dalla corte FISA]“, e ha accusato la NSA di commettere “violazioni durevoli e pervasive degli ordini precedenti su questa materia».

Per non parlare del messaggio diffuso dall’amministrazione Obama secondo la quale il governo russo avrebbe “manipolato le elezioni americane” quando, tutt’al più, qualche hacker russo potrebbe aver reso pubblici alcuni comportamenti dei candidati avversi a Trump di cui gli elettori hanno poi tenuto liberamente conto. Ed è bene notare il modo in cui è stato inviato questo messaggio: un modo che lasciava intendere una notizia falsa senza mai affermarla esplicitamente né, tantomeno, dimostrarla o supportarla con uno straccio di prova.

Tuttavia per Prochnik, così come per gli altri radical-chic, la menzogna e la disinformazione sono tali solo quando sono fatte dalla parte avversa. Nessun articolo di Prochnik su The New Yorker, che mi risulti, ha tracciato un parallelo fra Obama e Hitler.

Naturalmente, per i motivi accennati sopra, questo parallelo è assurdo nel caso di Obama come lo è nel caso di Trump. Tuttavia l’idea astratta di legge che ha consentito a Hitler di istituire i campi di concentramento nazisti è la stessa che ha consentito a Obama e che consente a Trump di assassinare legalmente cittadini americani accusati di niente e bambini innocenti come “danni collaterali”.

Il parallelismo quindi esiste (ed è oggettivo) in relazione all’idea astratta di legge che consente allo stato e a particolari organizzazioni/individui da esso privilegiati di compiere azioni che quando fossero compiute da una persona qualunque sarebbero considerate dei crimini. Tuttavia, questo parallelismo viene accuratamente evitato dalle anime belle progressiste in quanto metterebbe in discussione la legittimità della tassazione, della redistribuzione delle risorse, della spesa ‘pubblica’, del corso forzoso del denaro fiat, dell’inflazione monetaria da parte della banca centrale, ecc.: insomma di tutto ciò che accomuna le diverse fazioni del potere politico nello sforzo di violare in misura sempre maggiore i diritti di proprietà e la libertà delle persone.

  1. Il criterio di giudizio dell’estetica

Un’ultima caratteristica distintiva dell’ipocrita complice che vale la pena menzionare è quella di sostituire arbitrari canoni estetici al pensiero razionale.

Egli crede (a volte magari sinceramente) che le differenze fra lui e i collettivisti della parte avversa siano di merito, cioè che riguardino particolari misure o provvedimenti. Come abbiamo visto, queste differenze hanno senso solo all’interno del mondo dei collettivisti. Al di fuori di quel mondo esse sono irrilevanti. Esse tuttavia, a mio parere, non possono essere considerate come vere e proprie differenze, nemmeno all’interno del mondo collettivista. I provvedimenti particolari sono infatti talmente tanti, talmente dettagliati, talmente deliranti, crescono a un ritmo talmente elevato che i collettivisti, siano essi di ‘destra’, di ‘sinistra’ o di protesta, semplicemente non li conoscono né li possono conoscere. Conoscono solo quelli che l’altra faccia del potere politico, la stampa mainstream, cavalca in un particolare momento. Quindi le differenze che i collettivisti hanno fra loro in relazione a determinati provvedimenti particolari non sono nemmeno differenze irrilevanti: di fatto, sono più simili alla diligente ripetizione di istruzioni.

Al contrario, le differenze che i collettivisti di fazioni diverse vedono e sentono fra loro sono quelle estetiche: il modo di vestirsi, di pettinarsi i capelli, l’automobile che si guida, il lavoro che si fa, il modo di parlare (e di tacere), l’arredamento che si sceglie, la musica che si ascolta, il modo di fare sesso, ecc. Soprattutto, l’importanza che si dà (o meno) a benefici che per essere goduti richiedono la spesa di denaro. Più in generale, le preferenze individuali. Queste contribuiscono a definire quelle categorie estetiche che a mio modo di vedere sono la ragione primaria, durevole e di fondo delle contrapposizioni fra le diverse fazioni di collettivisti.

Alla fine, come nel caso di Prochnik, io credo che quello che ha spinto Meryl Streep ad attaccare Trump durante la cerimonia dei Golden Globes non siano state le azioni di Trump ma il suo insopportabile fastidio nei confronti di un presidente collettivista che impersona un canone estetico opposto al suo; e che quello che la ha spinta a tacere o ignorare i crimini e le menzogne di Obama sia stato il fatto che quest’ultimo rappresenta i suoi canoni estetici.

Conclusioni

Leggendo Zweig, si possono cogliere molte analogie fra il totalitarismo che dilagava alla sua epoca e quello che dilaga oggi. Per coglierle, tuttavia, occorre pensare in modo razionale, il che implica:

  1. sapere cosa è il totalitarismo, specie in relazione ai suoi aspetti strutturali (inclusi quelli economici e, in particolare, quelli relativi alla moneta);
  2. vedere il totalitarismo in sé, non solo quello di particolari fazioni politiche oppure quello in particolari ambiti (che tipicamente escludono la sfera economica);
  3. pensare in modo razionale (cioè usare la logica), non ripetere istruzioni né basare i propri giudizi morali su personali gusti estetici.

Un bellissimo articolo per iniziare a conoscere Zweig e per cogliere alcune fondamentali analogie fra il totalitarismo che dilagava alla sua epoca e quello che dilaga oggi è Stefan Zweig e il mondo di ieri: quella nostalgia per la libertà perduta di Guglielmo Piombini. Questo articolo esprime un pensiero tanto quanto l’articolo di Prochnik esprime l’assenza di ogni pensiero.

NOTE

[1] I whistleblowers sono coloro che, lavorando all’interno della macchina statale, sono testimoni di crimini e, non potendoli denunciare all’interno delle agenzie per cui lavorano perché sanno bene che verrebbero insabbiati (come lo è stato ad esempio il massacro di innocenti documentato dal video “collateral murder”), li denunciano alla stampa o ai media.

One thought on “L’ipocrisia complice dei radical-chic

  1. Mauro CAPANNOLO February 22, 2017 / 10:57 pm

    Giovanni uber alles

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