Gli stati non possono combattere il protezionismo, essi sono il protezionismo

GIOVANNI BIRINDELLI, 10.7.2017

(Pubblicazione originale: Miglioverde, qui con alcune modifiche)

 

Secondo il quotidiano La Stampa, la priorità del nuovo presidente francese Macron al G20 di Amburgo era «difendere le imprese europee, in particolare dall’avanzata degli investitori cinesi […] anche a costo di passare per protezionista, in un’epoca in cui proprio l’Europa punta il dito contro l’America di Trump per la sua chiusura».

Il vertice si è concluso col seguente comunicato: «Continueremo a combattere il protezionismo, incluse tutte le pratiche commerciali scorrette, e riconoscendo il ruolo delle difese commerciali legittime». Traduzione: continueremo a combattere il protezionismo, continuando a promuoverlo.

Quello del protezionismo è un caso singolare, che esprime meglio di altri la nevrosi degli statalisti e la loro impermeabilità alla logica (quindi anche alla scienza economica), entrambe osservabili nel comunicato del vertice in perfetto burocratese.

La singolarità del caso del protezionismo sta nel fatto che, nel senso comune ed estremamente riduttivo del termine, perfino gli statalisti (specie quelli che non devono comprarsi legalmente i voti delle masse alle elezioni, ma non solo) arrivano spesso a capire che, questioni etiche a parte, esso è economicamente distruttivo. Per questo il comunicato del vertice parla di “combattere il protezionismo” (anche se allo stesso tempo lo sancisce). Per questo l’articolo citato in apertura parla di “costo” del passare per protezionista. Per questo la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, le Banche Centrali, perfino molti testi economici mainstream si espongono contro il protezionismo. Per questo i governi del Nord Europa come “Svezia, Olanda, Danimarca, Finlandia – ma la lista è più lunga – non vogliono che l’Europa sposi la linea del protezionismo”.

Il protezionismo è un caso singolare in quanto, da un lato, è una delle pochissime forme di interventismo di cui perfino molti statalisti riconoscono (parte) del danno. Dall’altro, tuttavia, le ragioni che portano questi statalisti a riconoscere parte dei danni causati dal protezionismo sono fondamentalmente le stesse per le quali l’interventismo (cioè la violazione delle regole del libero mercato in generale) è economicamente distruttivo. Gli statalisti tuttavia non possono riconoscere queste ragioni in generale, ma solo nel caso particolare del protezionismo, altrimenti non sarebbero statalisti. Per questo, il caso del protezionismo è singolare e mette in luce una particolare forma di schizofrenia intellettuale di coloro che vivono di stato e/o che vedono in questo la soluzione invece che il problema.

 

  1. Protezionismo = interventismo

Il protezionismo, in generale, può essere definito come l’attività coercitiva e legale svolta da coloro che controllano gli apparati statali per impedire, limitare o ostacolare il libero scambio economico al fine di proteggere dalla concorrenza di mercato particolari soggetti o gruppi (di solito quelli più inefficienti). Quindi protezionismo e interventismo sono nomi diversi per la stessa cosa: ogni misura interventista è protezionista, e viceversa.

Oggi il termine ‘protezionismo’ tuttavia viene utilizzato in riferimento all’attività coercitiva e legale svolta da coloro che controllano gli stati per impedire, limitare o ostacolare il libero scambio nel settore specifico del commercio internazionale.

In primo luogo, questo uso del termine ‘protezionismo’ è estremamente riduttivo. Infatti il ‘commercio internazionale’, anche assumendo per assurdo che questo termine abbia significato economico, è solo un aspetto particolare del commercio, cioè dello scambio. I bastoni fra le ruote a Uber, per esempio, sono una forma di protezionismo, anche se non nel settore del ‘commercio internazionale’. Idem per il sistema monetario basato sul denaro fiat, sul corso forzoso e sulla banca centrale: questa è una forma di protezionismo nel settore del denaro e del credito. In questi casi, così come in quello del commercio internazionale, l’attività coercitiva degli stati ha l’obiettivo di proteggere dalla concorrenza di mercato, attraverso la concessione di specifici privilegi, gli interessi particolari di soggetti che nel libero mercato non resisterebbero il tempo di un respiro: i tassisti nel caso di Uber; l’apparato coercitivo statale e il sistema bancario anti-capitalista nel caso del denaro fiat; i produttori ‘nazionali’ inefficienti nel caso del ‘commercio internazionale’.

Il termine ‘commercio internazionale’, tuttavia, non ha alcun significato economico, ma solo un significato politico. Se domani venisse stabilito un confine politico fra la riva destra del fiume Arno e quella sinistra, la vendita di un cacciavite da parte di un ferramenta che si trovasse ‘di qua d’Arno’ a un cliente che si trovasse ‘di là d’Arno’ diventerebbe ‘commercio internazionale’.

In altri termini, nel processo economico i confini geografici sono irrilevanti. L’unico confine rilevante è quello della proprietà privata.

L’esistenza delle monete nazionali (e quindi di tassi di cambio fra queste) a prima vista può sembrare contraddire la tesi che nel processo economico i confini geografici sono irrilevanti. In realtà questa tesi viene ulteriormente confermata: le monete nazionali infatti, essendo una forma di protezionismo, sono esse stesse prodotti politici. Nel caso di libero mercato nel settore del denaro, i tassi di cambio rilevanti sarebbero quelli fra diverse monete (probabilmente in gran parte globali, come l’oro e Bitcoin), non quelli fra monete di diverse nazioni.

 

  1. Protezionismo, valore economico e libero scambio

Abbiamo chiarito cos’è il protezionismo. Per capire perché esso è sempre economicamente distruttivo occorre ricordare cos’è il valore economico e la relazione fra quest’ultimo e il libero scambio.

Il valore economico di un bene o di un servizio è l’importanza che una persona dà a quel bene o a quel servizio. Questa importanza è misurata dalla quantità massima della sua proprietà che essa è disposta volontariamente a scambiare in cambio di quel bene o servizio. Il valore è quindi soggettivo: non sta nelle cose, ma nelle persone. Esso dipende, fra le altre cose, dalle loro preferenze individuali. Queste cambiano nel tempo e soprattutto le possono conoscere solo i singoli individui che le hanno.

Grazie al processo concorrenziale di mercato, il valore è sempre superiore al prezzo, mai minore né uguale. Dalla soggettività del valore (e dal fatto che questo è sempre maggiore del prezzo) deriva che il valore può essere creato solo dal libero scambio. Non esiste logicamente altra via per creare valore economico. Se uno scambio volontario ha luogo, questo vuol dire che entrambe le parti pensano di migliorare la propria situazione grazie a esso: cioè che entrambe ottengono qualcosa che per loro ha più valore di ciò che danno in cambio.

E solo loro possono sapere cosa può migliorare la propria situazione, cosa per loro ha più valore. Nessun altro. Esse possono commettere errori, naturalmente. Tuttavia, nei limiti in cui sono loro stesse a pagare per i propri errori, questi ultimi sono un modo per imparare: il processo di creazione del valore non è perfetto ma si corregge da sé nel tempo.

Una volta chiarito cosa è il protezionismo, cos’è il valore economico e quale è la sua relazione con lo scambio, diventa immediatamente chiaro perché il protezionismo distrugge valore economico. Il protezionismo distrugge valore economico perché ostacola, limita o impedisce il libero scambio.

Non ci sarebbe molto altro da dire sul protezionismo, tranne forse che in nessun caso esso è così devastante come in quello del denaro. Essendo quest’ultimo infatti mezzo di scambio ed essendo esso legato al tempo attraverso il tasso d’interesse, a differenza di quanto avviene in altri casi (dove i danni sono in primo luogo settoriali), in questo caso i danni causati dal protezionismo sono necessariamente sistemici.

 

  1. Gli statalisti e il protezionismo

Abbiamo visto che il protezionismo è una cosa semplice. Esso è l’ostacolo legale e coercitivo al libero scambio. Ed è semplice anche la ragione per cui il protezionismo distrugge sempre valore economico: quest’ultimo può essere prodotto solo dal libero scambio, che è esattamente ciò che per definizione viene ostacolato, limitato o impedito dal protezionismo. Punto. Fine della storia.

Gli statalisti, tuttavia, non possono far finire la storia qui, altrimenti perderebbero la loro specifica ragion d’essere. Per giustificare l’esistenza dello stato (e quindi la loro stessa esistenza, almeno intellettuale), essi devono abbandonare la semplicità logica (la scienza economica) e prendere la strada dell’arbitrarietà, della contraddizione e della confusione (lo scientismo economico).

In primo luogo, essi danno due nomi diversi alla stessa cosa, così da poterla trattare in modo diverso a seconda di quello che fa loro più comodo nei diversi casi. Essi chiamano ‘protezionismo’ solo l’attività coercitiva statale volta a impedire, limitare o ostacolare il libero scambio nel caso particolare del cosiddetto ‘commercio internazionale’. Il resto del protezionismo lo chiamano ‘politica’.

 

3.a Gli statalisti e il protezionismo nel caso particolare del commercio internazionale

Per semplicità, da ora in avanti col termine ‘protezionismo’ fra virgolette mi riferirò all’interventismo nel caso particolare del commercio internazionale: dazi, sussidi, quote, regolamentazioni varie. Viceversa, col termine protezionismo senza virgolette mi riferirò all’interventismo in generale: dal welfare alla spesa pubblica, dall’imposizione fiscale al denaro fiat, dal commercio internazionale al monopolio legale della violenza, dalla regolamentazione coercitiva di Uber a quella di Airbnb, ecc.

Per analizzare il ‘protezionismo’, gli statalisti si servono di solito di alcuni grafici. Questi grafici spesso sono sbagliati e raccontano solo una piccola parte della storia. Essi infatti parlano di un ‘equilibrio’ come se fosse qualcosa di esistente nella realtà (invece che un semplice strumento di ragionamento); ignorano il fattore tempo e i disastri che, attraverso la distorsione della struttura produttiva e più in generale del processo economico di mercato, il protezionismo produce a lungo termine; ignorano i danni della tassazione al di fuori di quelli arrecati alle parti coinvolte nello scambio; spesso considerano curve di domanda e di offerta aggregate in termini di funzioni matematiche (trascurando il fatto che l’azione umana non è matematizzabile); ecc.

Tuttavia, anche se sbagliati ed estremamente limitati nella loro capacità di raccontare gli effetti del protezionismo, questi grafici sono sufficienti a mettere chiaramente in evidenza anche agli occhi degli statalisti i seguenti fatti[1], alcuni dei quali (in particolare il punto 2 e il punto 4) contro-intuitivi e per questo accuratamente ignorati nelle campagne elettorali:

  1. Il protezionismo comporta una perdita ‘netta’ di valore economico (ma sul concetto di perdita ‘netta’ vedi oltre);
  2. Questa perdita ‘netta’ di valore economico colpisce sempre entrambe le parti coinvolte nello scambio: cioè sia i consumatori ‘nazionali’ che i produttori ‘esteri’. Questo significa che quando per esempio l’Europa (attraverso la cosiddetta “politica agricola comunitaria”) mette un dazio sui produttori di olio tunisini per proteggere gli olivicoltori europei, a farne le spese non sono soltanto i produttori tunisini, ma anche (e in realtà soprattutto) i consumatori europei (il protezionismo quindi non è un gioco di ‘perdite estere e guadagni nazionali’);
  3. La misura in cui colpisce entrambe le parti dipende dalla rispettiva ‘posizione di forza’: il consumatore ‘nazionale’ sarà tanto più colpito dalla misura protezionistica quanto minore è la sua possibilità di sostituire il bene/servizio in questione con un altro (in termini tecnici, quanto meno ‘elastica’ è la sua domanda); allo stesso modo, il produttore ‘estero’ sarà tanto più colpito quanto meno facilmente può spostare la produzione di quel bene/servizio in altri mercati (cioè quanto meno elastica è la sua curva dell’offerta);
  4. Non fa alcuna differenza che una misura protezionistica (p. es. una tassa) sia applicata al consumatore ‘nazionale’ (Mario Rossi che acquista dell’olio tunisino) o al produttore ‘estero’ (l’olivicoltore tunisino): il risultato è esattamente identico indipendentemente da chi è il bersaglio della misura coercitiva.

Ora, il concetto di perdita ‘netta’ (deadweight loss) menzionato al primo punto è di per sé assurdo. Esso infatti si riferisce al fatto che la perdita economica per le parti coinvolte nello scambio (per esempio, nel caso dei dazi, i consumatori ‘nazionali’ e i produttori ‘esteri’) sarebbe superiore al ‘beneficio collettivo’ rappresentato dalle entrate fiscali derivanti dalla tassazione protezionistica. Questo è assurdo perché, naturalmente, l’imposizione fiscale distrugge sempre e necessariamente valore economico, non lo crea (come abbiamo visto, il valore economico può essere creato solo attraverso il libero scambio, che l’imposizione fiscale per definizione ostacola, limita o impedisce). In altre parole, le entrate fiscali (anche quando vanno a finanziare strade e ospedali) implicano sempre una distruzione di valore rispetto alla situazione di mercato, non un suo incremento. Quindi non c’è alcuna perdita ‘netta’: non c’è alcun ‘beneficio collettivo’ derivante dalle entrate fiscali che, contrappesando in modo insufficiente le perdite individuali arrecate a coloro che partecipano allo scambio, dà luogo a una perdita ‘netta’ causata dal protezionismo. Il danno alle parti coinvolte nello scambio si somma a quello dell’imposizione fiscale, non si sottrae da quest’ultimo.

Premesso e chiarito questo, trascuriamo il fatto che il concetto di ‘perdita netta’ sia logicamente assurdo e mettiamoci per un attimo nei panni degli statalisti. Nonostante questi ne ignorino i danni di lungo periodo e la gran parte dei danni di breve periodo, a causa di questa perdita ‘netta’ essi sono costretti a riconoscere che i danni del ‘protezionismo’ sono maggiori dei (da loro supposti, ma inesistenti) ‘benefici’. Per questo gran parte degli stessi statalisti sono contrari al ‘protezionismo’.

 

3b Gli statalisti e il protezionismo in tutti gli altri casi

Naturalmente, l’analisi scientifica sul protezionismo (giusta o sbagliata che sia, parziale o meno che sia) rimane necessariamente la stessa indipendentemente dal settore o dai soggetti che vengono protetti. Dal che segue che, se essi continuassero a ragionare in base ai loro stessi standards scientifici,  gli statalisti sarebbero costretti a riconoscere che l’interventismo in quanto tale (non solo nel caso particolare del ‘commercio internazionale’) è sempre economicamente dannoso: che comprta sempre una ‘perdita netta’. In altri termini, finché usano la logica e non la superstizione, perfino gli statalisti sono costretti a riconoscere che ogni provvedimento coercitivo legale volto a ostacolare, limitare o impedire il libero scambio è economicamente dannoso.

Evitare di spostarsi sul piano della superstizione quando analizzano il protezionismo in generale, tuttavia, è proprio quello che gli statalisti non possono fare. Se lo facessero, cioè se ragionassero in modo economico, non sarebbero statalisti.

 

  1. La via di uscita

Nel lungo periodo, le spinte stataliste nella direzione del ‘protezionismo’ fra virgolette (la violazione del libero mercato nel settore particolare del ‘commercio internazionale’), continueranno ad aumentare, anche se con una forza leggermente inferiore a quella con cui lo farà il protezionismo senza virgolette (l’interventismo in tutti gli altri casi). Il positivismo giuridico infatti rende il potere coercitivo di chi controlla le macchine coercitive statali illimitato. E un potere coercitivo illimitato tende per sua natura a espandersi. Il protezionismo (l’interventismo) è il modo in cui lo fa. Indipendentemente da quello che dicono i comunicati di riunioni fra capi di stato e di governo, la corsa del protezionismo non può essere contenuta dall’alto, per via politica o collettiva. Gli stati non possono combattere il protezionismo in quanto essi sono il protezionismo.

Tuttavia, c’è ragione di essere ottimisti. E questa ragione è una sola: Bitcoin. Bitcoin infatti offre una via di uscita individuale dal protezionismo. Ancora di più, offre una struttura di incentivi che spinge nella direzione di questa via di uscita anche coloro che sono a favore del protezionismo, cioè dell’interventismo statale. Grazie a Bitcoin, il protezionismo nel settore del denaro (quello più devastante di tutti) è già stato superato. Via via che la tecnologia cresce e si espande, altri pilastri crolleranno. Ci vorrà del tempo, e ci saranno resistenze, ma alla lunga il processo è irreversibile. Sebbene stiamo assistendo a un inasprimento del protezionismo nel caso particolare del ‘commercio internazionale’ e ancora di più in tutti gli altri casi, la fine del protezionismo è iniziata. E non c’è niente che Macron, Trump, Draghi o il G20 possano fare. Grazie a Bitcoin, il tempo adesso gioca a favore della libertà.

 

NOTE

[1] Per un’illustrazione di queste conclusioni rimando alla seguente presentazione (diapositive 24-35): https://www.slideshare.net/catallaxy/protectionism-economics-philosophy-and-individual-way-out-of-it

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