Warren Buffett e bitcoin

GIOVANNI BIRINDELLI, 16.1.2018

(Pubblicazione originale: Miglioverde.eu)

Il titolo di un recente articolo su Money.it si chiede perché Warren Buffett, probabilmente l’investitore finanziario di maggior successo al mondo, non investa in oro né in bitcoin. La risposta che viene data, in soldoni, è che «Il bitcoin e l’oro sono, per Buffet, asset che non producono nulla. Il loro valore cresce solo perché le persone continuano a investirci del denaro. Sono quindi […] delle “bolle”».

Se queste sono le ragioni per cui Buffett non investe in bitcoin, la ‘teoria’ che sta dietro a queste sue particolari scelte di non investimento è sbagliata.

Prima di spiegare perché, è utile sottolineare che una critica della ‘teoria’ che sta alla base di particolari scelte di non investimento non è una critica di queste scelte: ognuno può fare le scelte che vuole, naturalmente, per motivi insindacabili.

Inoltre, è utile (anche se ovvio) sottolineare che una critica della ‘teoria’ su cui si basano particolari scelte di non investimento in asset non produttivi non è una critica del metodo che sta dietro a delle particolari scelte di investimento in asset produttivi. Il “metodo Buffett”[1], in particolare, si basa su un’analisi statistica e qualitativa molto solida della performance di lungo periodo degli asset produttivi. Quest’analisi ha dimostrato di essere in grado di identificare asset produttivi sottovalutati dal mercato e/o con buone e costanti possibilità di crescita nel lungo periodo. Per chi avesse visto il bel film Money Ball di Bennett Miller (basato su una storia vera), il “metodo Buffett” è analogo, mutatis mutandis, a quello che ha portato Billy Beane e Peter Brand a far vincere la squadra di baseball Oakland A nel 2001. In altre parole, è un ottimo metodo. Tuttavia, mentre le scelte di investimento di Buffett in asset produttivi sono basate su questo buon metodo, le sue scelte di non investimento in asset non produttivi come bitcoin sono basate su una ‘teoria’ economica (e monetaria) che fa acqua da tutte le parti.

1. L’oro ha entrambe le mani legate dietro la schiena: escludiamolo dall’analisi

Come riferimento del valore di mercato delle scelte di investimento di Buffett in asset produttivi possiamo prendere il prezzo del suo fondo Berkshire Hathaway (BRK-A). Fissato come orizzonte temporale arbitrario quello degli ultimi cinque anni, sulla base dei soli dati nudi e crudi possiamo dire che la scelta di Buffett di non investire in oro è stata vincente e che quella di non investire in bitcoin è stata perdente. In questo arco temporale, infatti, in dollari, il prezzo del fondo BRK-A è aumentato del 100%, quello dell’oro è diminuito del 17% e quello di bitcoin (al netto dei fork) è aumentato del 106.828% (il punto è un separatore di migliaia, non una virgola). In altre parole, chi avesse investito 1.000 dollari[2] nel fondo BRK-A il 7 gennaio del 2013 oggi si ritroverebbe 2.004 euro; chi avesse investito quella somma in oro oggi avrebbe 829 dollari; e chi l’avesse investita in bitcoin oggi avrebbe 1.069.285 dollari.

I dati nudi e crudi dicono poco di rilevante dal punto di vista della teoria economica. Soprattutto, non possono confermarla né smentirla. La teoria economica infatti viene sviluppata logicamente a partire da assiomi auto-evidenti e quindi a priori. Inoltre, questi risultati, che potrebbero cambiare drasticamente con un diverso orizzonte temporale, vanno letti alla luce di un fatto. Per la legge della domanda e dell’offerta, gran parte del prezzo dell’oro deriva dalla sua domanda come mezzo di scambio. Tuttavia, questa sua funzione spontaneamente selezionata dal mercato nei millenni è stata impedita con la forza dallo stato in epoca piuttosto recente. Questo significa che, a differenza del prezzo del fondo BRK-A e di quello di bitcoin, e al di là di manipolazioni specifiche, l’andamento del prezzo dell’oro è poco significativo per la nostra analisi. L’oro infatti ha dovuto battersi con entrambe le mani legate dietro la schiena. Ed è proprio questa una delle ragioni per cui è nato bitcoin: la moneta non arbitrariamente inflazionabile come l’oro ma che, a differenza dell’oro, è incensurabile.

Quale sarebbe stato il prezzo dell’oro in dollari se il suo uso come mezzo di scambio non fosse stato impedito con la violenza dallo stato (per di più in presenza di un’espansione artificiale del denaro fiat e del credito da parte delle banche centrali di un ordine di grandezza mai visto prima)? L’esistenza stessa di questa domanda è motivo sufficiente per tenere il prezzo dell’oro al di fuori della nostra analisi.

2. Critica della ‘teoria’ che sta dietro alla scelta di Buffett di non investire in bitcoin

Indipendentemente dai risultati (quelli che osserviamo oggi e quelli che osserveremo in futuro), l’analisi ‘teorica’ di Buffett che sta alla base delle sue scelte di non investimento in particolari asset non produttivi (e specificamente in bitcoin) è fondamentalmente errata (almeno per come è stata riportata nell’articolo citato). E lo è per tre motivi correlati fra loro:

  • confusione fra il concetto di produzione e quello di utilità;
  • confusione sul concetto di valore (che è il punto di partenza della teoria economica);
  • confusione sul concetto di ‘bolla’.

2.1 «Il bitcoin e l’oro sono, per Buffet, asset che non producono nulla»

Dal fatto che «il bitcoin e l’oro sono, per Buffet, asset che non producono nulla» viene fatto conseguire che un loro aumento di prezzo sarebbe ingiustificato: una «bolla» destinata a scoppiare. Sebbene la premessa sia corretta, la conclusione è sbagliata.

Il denaro è un asset “non produttivo” nel senso che, se Tizio naufragasse su un’isola deserta, non saprebbe cosa farsene. Se potesse scegliere fra un wallet con dentro 100 bitcoin e un pesco, sicuramente sceglierebbe il secondo. Questo a causa del fatto che la situazione in cui si trova è un’economia di pura sussistenza, primitiva e soprattutto senza scambio. In questo tipo di ‘economia’, il denaro (il mezzo di scambio) non ha alcuna utilità così come non l’avrebbe un account email senza networks e computers.

Tuttavia, una volta introdotti networks e computers, quell’account email acquista utilità, domanda e quindi un prezzo (un prezzo che oggi, in molti servizi email apparentemente gratuiti, è pagato, invece che in denaro, in dati personali e assenza di privacy; ma questo è un altro discorso). Fuori di metafora, una volta introdotto lo scambio e una volta che, grazie a esso (e data la soggettività del valore, su cui torneremo dopo), l’economia si allontana dalla pura sussistenza e si avvicina a una complessa economia di mercato, il denaro, pur essendo un asset non produttivo, acquista utilità.

Più specificamente, per quanto la cosa possa non piacere ai keynesiani (che tuttavia per definizione non sono economisti), la quantità di denaro che in una complessa economia di mercato viene domandata non per essere spesa né per essere investita in asset produttivi ma semplicemente per averla disponibile (hoarding), ha un’utilità. Maggiore è questa utilità, maggiore è la domanda di denaro. E maggiore è la domanda di denaro, ceteris paribus maggiore è il suo prezzo, cioè il suo potere d’acquisto. Tornato a New York, oggi quel naufrago preferirebbe un wallet con 100 bitcoin a un pesco.

L’utilità del denaro ‘di riserva’ (quello non speso in consumi né investito in asset produttivi) deriva da alcune sue funzioni[3]. Una di queste è la capacità di fare fronte all’incertezza. Il caso tipico è quello della capacità di sostenere spese impreviste. Un’altra di queste funzioni è quella speculativa: per esempio, se una persona che ha una bassa preferenza temporale (cioè che risparmia tanto e consuma poco) percepisce una bolla negli asset finanziari, essa disinvestirà e quindi aumenterà la sua domanda di denaro ‘di riserva’.

L’attuale situazione economica, monetaria e politica (nonché le prospettive di questa situazione) massimizza l’utilità di un denaro ‘di riserva’ con le caratteristiche di bitcoin.

In questa situazione, infatti:

  • le persone sono costrette dallo stato con la minaccia della violenza a usare una forma di denaro arbitrariamente inflazionabile e che quindi perde potere d’acquisto nel tempo;
  • depositando il loro denaro in banca, ne perdono formalmente la proprietà;
  • a causa delle progressive limitazioni all’uso del contante, esse sono sempre più costrette a depositare il loro denaro in banca; tuttavia, dato che le banche ricorrono alla riserva frazionaria (e vi ricorrono in modo estremo grazie alla protezione delle banche centrali e dello stato), esse sono sempre intrinsecamente in bancarotta: in caso di corsa agli sportelli, dovrebbero chiudere;
  • i governi hanno approvato misure che, in caso di manifestazione di questo stato intrinseco di bancarotta, autorizzano il ‘salvataggio’ delle banche col denaro dei correntisti (bail in), i quali, lo ricordiamo, di fatto sono sempre più costretti a depositare il loro denaro in banca;
  • depositando il loro denaro in banca, i correntisti sono inoltre esposti a prelievi forzosi finalizzati a finanziare una macchina parassitaria in continua e inevitabile espansione;
  • sono facilmente e sempre più sorvegliati nelle loro spese, nelle loro donazioni e nei loro guadagni;
  • non hanno ‘vie di fuga’ da crisi cicliche come quella del 2008 (e precedenti fino alla Grande Depressione del ’29) che sono il prodotto diretto dell’espansione artificiale del denaro e del credito da parte delle banche centrali e che sono state ‘curate’ con dosi ancora maggiori dello stesso veleno che le ha prodotte;
  • e altro.

In questa situazione, una moneta come bitcoin rende possibile un’utilità del denaro ‘di riserva’ molto maggiore di quella che questo ha in normali condizioni di mercato. Di conseguenza il suo prezzo ha buone ragioni per continuare a crescere nel lungo periodo. Bitcoin infatti:

  • offre una possibilità di scelta nel settore del denaro;
  • non è arbitrariamente inflazionabile e questo contribuisce ad aumentare il suo potere di acquisto nel tempo;
  • consente il trasferimento di denaro da A a B senza passare per C e senza possibilità di censura/facilità di sorveglianza da parte di D;
  • esso stesso (bitcoin) è una forma di denaro non censurabile;
  • consente di mantenere la proprietà del denaro;
  • non consente la riserva frazionaria: un bitcoin può stare nel wallet di Tizio o in quello di Caio, non in tutti e due contemporaneamente;
  • non espone chi lo detiene a rischi di prelievi forzosi, bail in, ecc;
  • è una forma di denaro che, essendo decorrelata dal sistema monetario, bancario e finanziario basato sul sistema banche centrali/denaro fiat, offre una via di fuga dalle crisi cicliche sistemiche prodotte da quel sistema;
  • e altro;

Quindi, anche se bitcoin è un asset non produttivo (e per di più immateriale) da questo non segue affatto che il suo straordinario aumento di prezzo sia ingiustificato. Tra l’altro, se fosse ingiustificato, i governi e le banche centrali di sempre più paesi non si affretterebbero a “vietarlo” e “ragolamentarlo” come stanno facendo (cioè: a vietare e regolamentare i punti di scambio e i servizi di custodia centralizzati fra bitcoin e crittovalute, i quali, a differenza di bitcoin, possono essere vietati e regolamentati). Anzi, se va tutto bene siamo solo all’inizio. Al contrario, a essere ingiustificati (nel senso che in assenza di coercizione statale finalizzata al loro sostegno sarebbero molto diversi) sono, fra le altre cose:

  • l’attuale potere d’acquisto del denaro fiat;
  • il livello artificialmente basso degli attuali tassi d’interesse;
  • i corsi azionari e obbligazionari che sono stati influenzati da questi tassi di interesse artificialmente bassi.

 

2.2 Il prezzo di bitcoin «cresce solo perché le persone continuano a investirci del denaro»

Secondo Buffett, il prezzo di bitcoin crescerebbe «solo perché le persone continuano a investirci del denaro» e per questo sarebbe una «bolla». Ora, mettiamo per un attimo da parte le distorsioni dei corsi azionari prodotte da tassi di interesse artificialmente bassi. Se il prezzo del fondo di investimento di Buffett cresce, è grazie al fatto che delle persone (e delle società) ci investono del denaro. E lo fanno perché gli utili delle società su cui il fondo ha investito (poniamo la Coca Cola) crescono. Ma questi utili crescono “solo perché” alcune persone decidono di spendere del denaro in una lattina di Coca Cola invece che, poniamo, in un e-book. E se esse fanno questa scelta, vuol dire che per loro, in quel momento e luogo, il beneficio che traggono dal bere una lattina di Coca Cola è maggiore di quello che traggono dal leggere l’e-book.

Questo per dire che nel lungo periodo il prezzo di bitcoin cresce per la stessa identica ragione per cui cresce il prezzo delle azioni del fondo di investimento BRK-A o di qualunque altro bene, materiale o immateriale, di cui, data una certa offerta, aumenti la domanda: la legge scientifica della soggettività del valore economico. Questa legge stabilisce che il valore sta nelle persone: nell’importanza che esse danno (sulla base delle loro preferenze, delle loro priorità individuali, della loro conoscenza, del loro essere in un certo luogo in un certo momento) a determinati beni; non sta in questi beni.

Il fatto che il denaro sia un bene “diverso dagli altri” non altera di una virgola la validità e l’universalità della teoria soggettiva del valore. Una delle differenze principali fra una lattina di Coca Cola e una quantità di denaro è che, se il prezzo della prima fosse zero, le persone farebbero a gomitate per accaparrarsela. Viceversa, se il prezzo del denaro (cioè il suo potere d’acquisto in termini di altri beni) fosse zero, nessuno si occuperebbe di ottenerlo perché in effetti, non potendo fungere da mezzo di scambio, non sarebbe denaro. Questa differenza fra il denaro e i beni “normali” non modifica di una virgola, come dicevo, la teoria soggettiva del valore, la quale si applica a una frazione di bitcoin e a una lattina di Coca Cola allo stesso identico modo.

In un libero mercato, la soggettività del valore sta alla base di ogni scambio e contribuisce a definire l’andamento di ogni prezzo. Di conseguenza, dire che il prezzo di bitcoin cresce “solo perché” le persone continuano a investirci del denaro è come dire che un particolare sasso cade al suolo “solo perché” esso è soggetto, a differenza di altri sassi, alla forza di gravità.

 

2.3 «Bitcoin è una bolla»

Dalla confusione sul concetto scientifico di valore economico deriva quella sul concetto di ‘bolla’.

Stando all’articolo, infatti, Buffett considererebbe bitcoin una «bolla» in quanto è un bene non produttivo sul quale le persone «continuano a investire denaro». Come abbiamo visto sopra, il fatto che le persone «continuino a investire denaro» in un asset non produttivo provocandone un aumento del prezzo non solo di per sé non costituisce una ‘bolla’ ma è un fatto che sta alla base della teoria soggettiva del valore e quindi del processo di formazione dei prezzi.

Premesso questo, il termine ‘bolla’ può essere usato per indicare cose diverse.

Da un lato, può essere usato per indicare un aumento economicamente insostenibile del prezzo di un asset dovuto alle libere scelte delle persone. Questo per esempio è il caso dell’attuale ‘bolla’ di molte ICO (Initial Coin Offerings) e probabilmente di diverse altcoins (si veda a questo proposito questa bella intervista a Giacomo Zucco, a partire dal minuto 50:00).

Dall’altro lato, lo stesso termine ‘bolla’ può essere usato per indicare un aumento economicamente insostenibile del prezzo di un asset dovuto all’attività coercitiva dei governi. Questo per esempio è il caso delle bolle finanziarie prodotte dall’espansione artificiale del denaro e del credito da parte delle banche centrali (in questo articolo provo a illustrare in modo sintetico la dinamica di questo processo di espansione e i suoi effetti).

In entrambi i casi, l’aumento del prezzo dell’asset prima o poi deve necessariamente avere una correzione.

Una differenza fra i due casi, tuttavia, è che, mentre nel primo caso il sistema tende ad auto-correggersi abbastanza rapidamente, nel secondo le ‘bolle’ tendono non soltanto a prodursi in modo sistemico, ma anche a non auto-correggersi; e questo le porta a durare molto più a lungo (come nel caso della bolla del potere d’acquisto del denaro fiat).

Per distinguere i due casi, personalmente trovo più appropriato chiamare il primo ‘moda di investimento passeggera’ e il secondo ‘bolla’.

Bitcoin chiaramente non può essere una bolla (infatti non solo in esso non c’è coercizione statale ma nasce in antitesi proprio a quest’ultima). Coloro che ritengono che bitcoin sia una moda di investimento passeggera non solo non hanno capito cosa sia bitcoin ma soprattutto non hanno capito quali sono i problemi che risolve a livello di struttura monetaria e politica. Infatti, generalmente, nelle loro critiche di bitcoin a questi problemi essi non fanno alcun cenno.

3. Conclusioni

La ‘teoria’ di Buffett che, in base all’articolo citato in apertura, sta alla base della sua scelta di non investimento in bitcoin è una superstizione, non una teoria. In particolare, è un ragionamento che è in contrasto con la teoria economica e monetaria. Una teoria, quella economica, che è dedotta logicamente da assiomi auto-evidenti e che quindi è scientifica, oggettiva, incontrovertibile.

Le ragioni di Buffett rimarrebbero sbagliate anche se domani l’esperimento bitcoin fallisse e il suo prezzo andasse definitivamente a zero. In altre parole, se l’esperimento bitcoin dovesse continuare ad avere successo (come chi sta dalla parte del libero mercato e del principio di non aggressione non può non sperare), questa non sarebbe una prova del fatto che le ragioni di Buffett sono sbagliate. Questa prova l’abbiamo già ex ante (e possiamo averla solo ex ante) sulla base della teoria economica, cioè della logica applicata all’azione umana.

NOTE

[1] Buffett M., Clark D., 2008, Warren Buffett and the Interpretation of Financial Statements (Scribner, New York).

[2] Dato che il prezzo di una singola azione del fondo in questione nel gennaio del 2013 era già superiore a 150.000 dollari, non sarebbe stato possibile investirci direttamente 1.000 dollari. Tuttavia questo dettaglio è irrilevante per il discorso in questione.

[3] Vedi Rothbard M., 2001 [1962], Man, Economy and State (Ludwig von Mises Institute, Alabama), Capitolo 11.

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