La facile e rischiosa ironia de “Il Foglio”

GIOVANNI BIRINDELLI, 23.11.2018

In un recente articolo, il quotidiano Il Foglio ironizza sul fatto che, durante una trasmissione televisiva, una tale Laura Castelli, sottosegretario all’economia «con un curriculum da ‘addetto sicurezza presso Stadio Comunale di Torino’, … ci [abbia] tenuto a spiegare lo spread a Padoan, ex direttore esecutivo per l’Italia del Fondo Monetario Internazionale e capo economista dell’Ocse, docente di Economia nelle università di Roma, di Bruges e Varsavia, di Bruxelles, di Urbino, di La Plata e di Tokyo».

Ora, l’ironia del quotidiano si basa interamente sulla differenza di curriculum fra la Castelli e Padoan. Padoan ha ragione perché è ex direttore esecutivo per l’Italia bla bla bla…; la Castelli ha torto perché è addetto sicurezza presso lo Stadio Comunale di Torino.

Non è, quella de Il Foglio, una base solida per l’ironia. In questo caso, Padoan ha ragione e la Castelli torto per ragioni tecniche (la cui discussione è completamente assente dall’articolo), non per il prestigio del rispettivo curriculum.

Se si trattasse di scienze naturali, o perfino di scienze esatte, in cui quello che si insegna all’accademia è in effetti scienza, ci sarebbe una buona probabilità che una simile differenza di curriculum sia sufficiente a determinare chi ha torto e chi ha ragione, anche se non sempre: il bel film Good Will Hunting di Gus Van Sant, 1997, è proprio la rappresentazione di un caso (di fantasia ma possibile) in cui un addetto alle pulizie autodidatta ne sa più di matematica del professore col più prestigioso fra i curricula.

Tuttavia, nel caso delle scienze sociali, e in particolare in quello della scienza economica, la situazione è molto diversa. In questo caso, infatti, fatte salve rarissime eccezioni, quello che si insegna all’accademia e sulla base del quale vengono assegnate prestigiose cariche ‘pubbliche’ non è scienza ma, nelle parole di Friedrich von Hayek, scientismo[1]. In termini estremamente generali, possiamo definire scientismo lo studio di una materia basato su una metodologia che è incompatibile con quella che la natura di quella materia richiede (il caso tipico è quello del ricorso, per lo studio della scienza economica, a metodologie che sono adatte per lo studio delle scienze naturali – ma inadatte allo studio dell’azione umana). Il risultato dello scientismo è una struttura di pensiero anti-scientifica, di cui è molto difficile liberarsi.

In altre parole, di scienza economica (e quindi di azione umana) oggi si occupa solo la Scuola Austriaca di economia. Questa generalmente (ma comprensibilmente) non è insegnata nelle università. Tuttavia, oggi può essere studiata in modo indipendente, per esempio leggendo i numerosissimi testi di grandi economisti messi a disposizione gratuitamente online dal Mises Institute di Auburn, Alabama.

A causa di questa situazione, non è infrequente che, nel campo delle scienze sociali, persone che hanno un curriculum prestigioso abbiano torto marcio e che, viceversa, persone senza curriculum (e a volte perfino senza preparazione ma con capacità di coerenza logica e/o buonsenso) abbiano ragione.

Una qualunque persona che avesse letto i testi della Scuola Austriaca di economia, per esempio, potrebbe spiegare a Padoan cos’è il tasso d’interesse di mercato e quindi perché l’espansione artificiale del denaro e del credito da parte delle banche centrali (e quindi la loro stessa esistenza, che non mi risulta Padoan abbia mai messo in discussione) crea sempre distorsioni della struttura produttiva il cui risultato sono crisi cicliche. E in questo caso, la stessa ironia basata sul curriculum umilierebbe chi la facesse.

La stessa persona senza curriculum potrebbe spiegare a Padoan (che da ministro dell’economia elargiva sussidi ai giornali senza battere ciglio) e agli ironici giornalisti de Il Foglio (che quei sussidi li riceve), che i sussidi statali a qualunque settore produttivo (ma più in generale l’interventismo statale) ostacolano la concorrenza di mercato e producono una distorsione dell’allocazione delle risorse (incluso il lavoro) che nel tempo portano necessariamente a una crisi. Queste risorse infatti non confluiscono verso la produzione di quei beni e servizi che lo spontaneo processo di libero scambio seleziona come quelli aventi maggior valore economico, ma verso quei beni e servizi la cui produzione è arbitrariamente ritenuta meritevole (o “nell’interesse pubblico”) da parte di qualche burocrate. Quindi quei sussidi distruggono ricchezza, non creano valore economico: «[Attraverso l’interventismo economico] lo Stato sottrae risorse (mediante le tasse, la stampa di moneta o l’inflazione) ai cittadini che ne erano i legittimi proprietari e che, in quanto tali, le avrebbero utilizzate in un modo che era efficace per loro. Ma queste risorse passano da mani responsabili a mani irresponsabili, e dunque non c’è creazione di nuova ricchezza (un rilancio economico) ma, al contrario, uno spreco di risorse, vale a dire un processo di distruzione economica» (Pascal Salin)[2]. Anche in questo caso, quindi, l’ironia basata sul curriculum si ritorcerebbe contro chi la facesse.

Ludwig von Mises scriveva che «Una madre di famiglia giudiziosa sa molto di più dei cambiamenti dei prezzi dei beni che fanno parte della sua economia domestica di quanto le medie statistiche possano dire […] Nella vita pratica nessuno si lascia prendere in giro dagli indici statistici. Nessuno crede alla finzione che essi debbano essere considerati come misurazioni»[3]. Eppure, se quella madre di famiglia spiegasse le ragioni di questo a Padoan o al presidente di un istituto pubblico di statistica durante una trasmissione televisiva, probabilmente il giornalista de Il Foglio farebbe nei suoi confronti la stessa ironia basata sulla differenza di curriculum, che anche in questo caso gli si rivolgerebbe contro.

Si potrebbe continuare a lungo. Il punto è che, nel campo delle scienze sociali, con la facile ironia basata esclusivamente sul curriculum non si va da nessuna parte. Nel campo delle scienze sociali non è tanto il curriculum che aiuta a distinguere i cialtroni dalle persone competenti, quanto gli argomenti; e in particolare la loro coerenza logica.

Specialmente nel campo della scienza economica, se si giudica in base agli argomenti invece che in base ai curricula prestigiosi, si scopre che di economia ne sa spesso molto di più una persona qualsiasi che abbia l’umiltà di sottostare al rigore del pensiero razionale (non mi riferisco naturalmente alla Castelli, né ad alcun grillino, né ad alcun militante di ‘sinistra’, di ‘destra’ o di ‘centro’) che un ministro dell’economia, o un banchiere centrale, o un illustre accademico.

NOTE

[1] Vedi Hayek, F. A., 1979, The Counter-Revolution of Science (Liberty Fund, Indianapolis).

[2] Salin, P., 2010, Revenir au capitalisme (Odile Jacob, Paris), p. 191.

[3] Mises L., 2007 [1949], Human Action (Liberty Fund, Indianapolis), Vol. 1, pp. 222-23

2 thoughts on “La facile e rischiosa ironia de “Il Foglio”

  1. Alfonso Rossi November 27, 2018 / 2:19 pm

    Caro Birindelli, sottoscrivo in toto. Tengo anche a rimarcare il fatto che la dittatura dei curricula è una sorta di pericolosa pestilenza in qualsiasi ambito: emargina gli outsider, anche se di talento, favorisce le più ottuse conformità, svilisce lo studio condotto in proprio e ogni originalità…. Grazie per i suoi preziosi e stimolanti contributi

    • Catallaxy November 27, 2018 / 4:14 pm

      Caro Rossi,
      Grazie a lei per questo commento.
      Un saluto,
      Giovanni Birindelli

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